Rav Benedetto Carucci Viterbi

Intellettuale ebreo?!?

Vorrei partire da un'osservazione sul programma stampato. Li' io compaio per ben due volte. La prima volta c'e' scritto Rav Dott. Carucci e la seconda volta solamente Dott. Carucci. Ho l'impressione che la richiesta di Rav Bahbout di farmi parlare su questo argomento sia un po' nascosta dietro questo doppia identita': c'e' una frase dove e' contemplato anche il Rav e una seconda in cui e' presente soltanto il dottore. Non e' un fastidio, ma mi sembra che sia uno di quei segni che significano.

Volevo cominciare con due riflessioni personalissime. Quando ero sul punto di accettare di ricoprire la cattedra rabbinica di Firenze, mi venne riferito da una delle persone che mi aveva contattato che qualcuno aveva ritenuto che io non fossi la persona adatta perche' ero troppo intellettuale. La cosa un po' mi stupi', pero' devo dire che la riflessione successiva mi sembra forse possa dare ragione a questo anonimo critico, che cioe' ci fosse un fondamento, al di la' della mia vera o presunta intellettualita', ma c'era un fondamento nel sostenere che forse, a parte la mia persona, chi e' intellettuale non dovrebbe fare il rabbino.

La seconda osservazione e' un'osservazione ancora personale che e' legata a una recentissima visita che ho fatto alla comunita' di Venezia per parlare del tema esiste o no una filosofia ebraica?. Dopo la chiacchierata Rav Della Rocca, molto amichevolmente mi disse, mi stai rovinando il lavoro che facciamo. Ripeto, era assolutamente amichevole quest'osservazione. Perche', anche li', mi trovavo in questa zona franca in cui non si capisce se dei due titoli che vengono premessi al mio nome, prevalga il Rav o il Dott.

Allora detto questo come piccola introduzione, io vorrei mostrare che.... Insomma: intellettuale e ebreo, in termini cosi' semplici non vedo per quale ragione uno non potrebbe essere tanto intellettuale quanto ebreo. Direi che forse abbiamo questa tradizione, quasi assolutamente consolidata di ebrei e intellettuali, anzi, sembra quasi che l'ebreo moderno sia la quintessenza dell'intellettualita'. Visto pero' che il tema e' stato dato a me, cerchero' di leggere questa domanda in un'ottica molto particolare che e' la seguente: il rabbino puo' essere un intellettuale? O c'e' una contraddizione fra queste due cose?

Questo mi permettera' alla fin fine di arrivare a uno dei temi che sono stati toccati dalle relazioni tanto di Rav Della Rocca quanto dell'ing. Segre. Ora ci dobbiamo mettere d'accordo sulla parola, sui termini. Che cosa intendo in questa chiacchierata per intellettuale? Intellettuale non e' solo la persona colta, perche' altrimenti significherebbe uomo colto.

Intellettuale e' un termine molto recente nella storia della cultura. Diciamo che, probabilmente, nell'uso corrente e' un termine che e' stato introdotto sulla scorta della intellighenzia che e' un termine russo e che a sua volta in termini formali e' stato usato, guarda caso, da un gruppi di intellettuali francesi, in un manifesto, per difendere Dreyfus.

Quindi, e' un termine estremamente recente. Dal punto di vista sociologico potremmo dire che la figura dell'intellettuale e' una figura che nasce forse con la nascita della divisione di ruoli di lavoro: lavoro manuale da una parte, lavoro intellettuale dall'altra. Allora, l'intellettuale e' lo specialista dell'attivita' dell'intelletto.

Pero', andando avanti, credo che noi potremmo configurare la figura dell'intellettuale oggi in una zona che ha una triplice valenza:

Primo, l'ambito del lavoro: l'intellettuale e' appunto quello che e' prodotto dalla divisione dei ruoli in attivita' manuale e intellettuale.

Secondo, l'ambito della societa': l'intellettuale e' una figura sociale che e' diffusa a vari livelli della societa'.

Terzo, quello del potere o dell'ambito piu' specificamente politico: in un certo senso possiamo dire che l'intellettuale e' quella figura che da' un sostegno culturale, intellettuale a certe strutture sociali.

Quindi, in base almeno a quelle che sono le principali ricerche sociologiche sulla sua figura, l'intellettuale si trova in un punto d'incrocio socialmente molto rilevante.

Ora, prendiamo per buona questa definizione di intellettuale per proseguire il discorso. Se noi diciamo che un intellettuale e' questo, e' possibile per un rabbino, e' possibile per un ebreo ortodosso, chiamarsi intellettuale? O non c'e' forse una contraddizione?

Cerchero' di rispondere molto sinteticamente.

Mi sembra che non sia possibile. Non e' possibile trovare un punto d'incontro tra la figura moderna dell'intellettuale e la figura del rabbino, almeno che non si faccia un'enorme scommessa. Alla fine cerchero' di vedere se questa scommessa e' giocabile o meno e se, nella nostra tradizione ebraica italiana, questa scommessa e' stata giocata e com'e' finita.

Per quale ragione, secondo me, e' impossibile trovare un punto d'incrocio?

Primo. Il rabbino e' un uomo di legge. L'abbiamo sentito stamattina in modo molto chiaro da Rav Della Rocca che ha posto come punto centrale dell'identita' ebraica in fondo, non unico ma centrale, l'incontro dei singoli ebrei nell'ambito della Halakhah. E quindi mi sembra che il rabbino dev'essere il garante di questa unita' di prassi. Mi sembra, quindi, che come uomo di norma, anche se non solamente di norma, egli si pone in una dimensione che non e' la pura riflessione culturale e non e' nemmeno la riflessione critica sulle fonti del sapere che e' una delle caratteristiche dell'intellettuale moderno.

Secondo. Lo studio del rabbino, dell'ebreo ortodosso, non e' uno studio in quanto valore in se', ma e' uno studio perche' e' una Mitzvah studiare. Ora, e' vero che noi dobbiamo studiare la Torah per se stessa, ma e' anche vero che, esattamente come tutte le altre Mitzvot, ne esiste una che e' quella dello studio. Questo significa che anche lo studio, che e' l'ambito specialistico in fondo dell'intellettuale, diventa un ambito di quella prassi di cui si diceva prima: e' una Mitzvah, fa parte della Halakhah. E direi ancora un elemento ulteriore sul quale mi sempre si e' poco riflettuto sino adesso. C'e' da qualche parte D-o in questo discorso? Una questione questa che, in maniera piuttosto frequente, tendiamo a dimenticare. Dimentichiamo che l'approccio di studio nella tradizione ebraica si fondo sul principio di rivelazione, il presupposto e' che l'oggetto dello studio e' la rivelazione divina. Insomma, mi sembra che il tema della fede, che e' un termine che noi non usiamo mai perche' ci sembra desueto, un po' stantio, e' pero' un tema che in questo ambito bisognera' pur affrontare prima o poi. Il tema della fede, il tema dell'irrazionale, del timore di D-o in questo discorso dovranno pure trovarsi da qualche parte.

Certo, l'intellettuale moderno si pone al di fuori di una discussione che ha i suoi parametri nel timore di D-o e nella fede.

Terzo: la figura dell'ebreo ortodosso, e in particolare il rabbino, mi sembra sia sostanzialmente sconnessa socialmente, anche se forse non dovrebbe esserlo. Cerchero' di spiegarmi un po' meglio. Mi pare che la sconnessione sociale del rabbino, per lo meno nell'ebraismo italiano, sia molto forte, sia dal punto di vista della societa' ebraica, sia dal punto di vista della societa' in generale, ovvero io sinceramente non riesco a percepire in questo momento la funzione forte del rabbino dal punto di vista sociale. Se n'e' in qualche modo accennato questa mattina e mi sembra che questo sottragga un altro po' di quella valenza puramente intellettuale che dovrebbe avere la figura del rabbino. Cioe', se l'intellettuale, come si e' detto all'inizio, era una di quei punti d'incontro tra la dimensione del lavoro, la dimensione della societa' e la dimensione del potere o della politica, mi sembra che la sconnessione della figura rabbinica sia estremamente forte. Lo sia, ripeto, in tutti e due i sensi, sia nel senso della societa', sia nel senso della societa' specificamente ebraica.

Quarto: mi pare che oggi la figura rabbinica abbia perduto - e qui tutto sommato vorrei dire il contrario di quello che ha detto stamattina Rav Della Rocca - un po' quel ruolo di riflessione generale che avrebbe dovuto avere. Cerco anche di spiegarmi in maniera molto sintetica. Si e' detto stamattina che non si puo' ridurre l'ebraismo all'etica. Mi sembra sostanzialmente corretto, partendo dal presupposto che l'ebraismo e' un insieme normativo, ma e' anche vero che all'interno di queste norme palesemente vengono previste anche delle norme etiche e anche delle norme sociali. Mi pare che, in verita', una parte del rabbinato italiano, a cui mi sembra che si riferisse stamattina Rav Della Rocca, ha tentato di fare, chiamiamolo, del moralismo, ma non si e' posto il problema della dimensione dell'etica della solidarieta', dell'etica della responsabilita'. Questo, ripeto, non significa sottrarre questo ambito alla Halakha'.

Significa ribadire che questo e' un ambito della Halakha', assolutamente non prioritario rispetto agli altri: per portare un semplice esempio, fare Zedaka' non e' piu' importante dell'astenersi dal mangiare maiale. Ma bisognerebbe sostenere e affermare e, direi ancora di piu', praticare, ambedue gli ambiti. E questo mi sembra che sia una zona oscura della funzione rabbinica e non mi sentirei di dire che si puo' sostenere che c'e' questa componente fortemente etica nell'ebraismo; direi piuttosto che bisogna tener presente che c'e' anche questo, come Mizva', non come altra cosa.

Quinto: l'ebraismo ha abbandonato agli altri, leggi il mondo contemporaneo e fondamentalmente il cattolicesimo, la questione dell'impegno sociale. Lo ripeto ancora una volta: non voglio essere scambiato per chi sostiene che bisogna impegnarsi socialmente e non importa se si mangia maiale o se si osserva lo Shabbat. Io penso che, all'interno del sistema della Halakha' si debba dar posto anche a questo.

Questo e' stato abbandonato: direi, paradossalmente che questo e' un risultato dell'emancipazione. Se noi andiamo a vedere con grande attenzione la struttura comunitaria della comunita' di Roma nel ghetto, vediamo che esisteva un numero assai alto di confraternite che si occupavano di vari aspetti sociali che, ahime', dopo l'emancipazione sono praticamente scomparse. Come mai? Allora, mi sembra che il ruolo del rabbino dovrebbe essere anche quello di recuperare questo in quanto intellettuale. Ci riuscira'?

Sesto. Il tema ebreo ortodosso-rabbino-intellettuale e' nell'ambito della riflessione del rapporto che esiste fra l'ebraismo e la modernita'. E questa e' un questione sulla quale mi sembra che varrebbe la pena discutere a piu' non posso. Cioe', come collochiamo l'ebraismo all'interno di quello che noi chiamiamo la modernita'. Io propongo come spunto soltanto una riflessione di vattimo che definisce modernita' il momento in cui il moderno e' un valore. Allora, se questa e' la definizione della modernita', come situiamo l'ebraismo all'interno di questa definizione?

Perche' diciamoci chiaramente la verita', la cultura ebraica tradizionale e', appunto, una cultura tradizionale, cioe' una cultura che si fonda in maniera molto forte su cio' che e' stato tramandato dal passato. Voi sapete bene che c'e' una legge assolutamente rigorosa per cui nessun amora', cioe' nessun maestro della Ghemarah potra' mai contestare nessuna affermazione di un tana', cioe' un maestro della Mishnah: un principio cardine della tradizione ebraica e' che gli Amoraim, i maestri della Ghemarah devono cercare di capire l'esatto senso che hanno dato i Tanaim, i maestri della Mishnah, a cio' che hanno detto; ma questa non significa che lo si possa contestare. Allora capiamo che siamo in un ambito che forse e' piuttosto lontano da un concetto di modernita', senza voler dare nessun valore positivo o negativo alla modernita' o alla tradizione: siamo semplicemente in due ambiti diversi.

Mi avvio alla conclusione. Mi pare ancora - e io sono perfettamente d'accordo con quello che diceva Rav Della Rocca - che la Halakha' debba essere il punto di riferimento. Mi sembra in questo di essere assolutamente d'accordo con lui che l'unicita' della prassi e' la garanzia per la varieta' delle interpretazioni, ma proprio ribaltando una delle affermazioni che faceva Rav Della Rocca. Ogni comportamento e' un significato perche' nessun segno e' privo di significato, mi pare che dobbiamo ribaltarlo e dire che da qualsiasi comportamento esce solamente un significato, cioe' che qualsiasi comportamento previsto dalla Halakha' non e' privo di valore. E quindi ci dobbiamo riproporre, ancora una volta, il problema dell'intersezione tra la prassi e il valore che questa prassi vuol affermare. Non ci possiamo sottrarre al problema del valore, dicendo ma questo e' solamente un ebraismo etico. No. E' un ebraismo pratico perche' si fonda sulla prassi della Halakha', ma che non e' privo di significato. Si puo' vedere in modo molto chiaro come lo studio della Torah, l'osservanza delle Mizvot sono, si, fondati sulla prassi, ma hanno un loro risvolto che conferisce alla prassi un valore cosmico. Non possiamo dimenticarci di questo. Mi sembra che dobbiamo sempre riaffermare che la prassi ha un suo valore in se' perche' comandamento, ma anche un valore che oltrepassa la semplice prassi perche' dev'essere aperto al senso del cosmo, al senso di tutta l'umanita'.

Infine, un'affermazione, che e' un po' la risposta alla domanda se si puo' essere contemporaneamente rabbini e intellettuali: rav della rocca ed io abbiamo studiato insieme al collegio rabbinico per dieci anni, ho risentito cose che io ho detto e che ho sentito in maniera un po' particolare per me. Io credo che non bisogna essere campanilisti. La prima cosa fondamentale che ha detto Rav Della Rocca e' che il mondo mass mediatico non permette la certezza che noi siamo autosufficienti. E' fondamentale e necessario rapportarsi con tutti gli altri ebraismi ortodossi che si riconoscono nella Halakha': bisogna sottolineare il fatto che, oltre al mondo dei Lubavitch, che e' il mondo ortodosso che noi piu' vediamo vicino perche' e' quello con cui noi abbiamo piu' contatti, esistono altri mondi ortodossi non lubavitch.

Allora, questo e' certamente importante. Ma non credo che questo debba automaticamente far gettare completamente a mare una tradizione ebraica italiana, una tradizione rabbinica italiana. Io credo, se capisco bene, che la scommessa del rabbinato italiano nel tempo e' stato una scommessa forse perdente, ma forse una scommessa per riuscire ad essere contemporaneamente, diciamo, intellettuali e rabbini, cioe' di avere la formazione culturale ma anche la prospettiva di azione che unisca insieme la preparazione rabbinica e quella sia generale sia, soprattutto, di intervento nella societa'. Io credo che sarebbe ora che l'ebraismo italiano si mettesse a ristudiare veramente quello che dicevano i rabbini anche dell'ottocento che oramai e' in voga recuperare continuamente. Sara' da vedere se sono totalmente da buttar via. Non sono sicuro che siano tutti da mantenere, pero' non sono nemmeno sicuro che siano completamente da buttar via.

In questo senso credo che la sfida possa, per certi versi, essere raccolta. Concludo citando un insegnamento che riporta Rav Rolbe che e' un maestro di Musar, cioe' di morale, che mi sembra dia la misura di questo problema. Si parla di Rambam, di Maimonide, e soprattutto del More' Nevukhim, che e' la sua opera filosofica fondamentale. Il Rav Rolbe cita un altro maestro che affermava non diciamo che Maimonide fosse un filosofo. Noi diciamo che Maimonide conosceva la filosofia. ecco, io credo che la questione si sviluppera' lungo questo crinale molto sottile. Noi vogliamo riuscire ad essere sia filosofi che rabbini, una ipotesi che potrebbe essere basata sul nulla e che non ha nessuna possibilita' di realizzarsi. Allora, in maniera difficile per molti di noi, dovremo decidere se stare dalla parte di filosofi (leggi intellettuale) o dalla parte dei rabbini.

Rav Benedetto Carucci Viterbi

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