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Rassegna stampa

lug 11, 2005

L'attentato a Londra visto dall'America e da Israele


A pagina 1 di Il Foglio - La Stampa del 2005-07-08, Anna Barducci - Christian Rocca - Paolo Mastrolilli firma un articolo dal titolo Visto da Israele - Visto dall'America - Combatterli a Baghdad non ci mette al riparo a casa

Categoria:Rassegna stampa 
Postato da: redazione

IL FOGLIO di venerdi' 8 luglio 2005 pubblica a pagina 1 dell'inserto l'articolo di Anna Barducci "Visto da Israele", che riportiamo:
Roma. Quando si sente parlare di un attentato, di qualsiasi matrice sia, inevitabilmente si pensa a Israele. Lo Stato ebraico negli ultimi anni dIntifada, e in tutta la sua storia di paese continuamente sotto attacco, ha dovuto sviluppare un servizio dintelligence che potesse prevenire lattuazione di attacchi terroristici nel paese.

Le operazioni militari come Scudo di Difesa nei Territori, intrapresa nel marzo 2002 dopo che in un solo mese i gruppi armati avevano ucciso 120 persone, sono servite a evitare la morte di altri israeliani.

Gli obiettivi civili sono il bersaglio piu' facile e colpire loro significa creare un forte impatto psicologico sulla popolazione.

Gli attentati di Madrid provocarono un senso di timore tra gli spagnoli: invece che un desiderio di reazione forte, ci fu una voglia di ritrarsi dalla prima linea della guerra al terrorismo. In Israele, attacchi suicidi come quello in un bus del 19 agosto 2003 a Gerusalemme, con un bilancio di 22 morti e 135 feriti, rendono invece intransigenti sia la popolazione sia il governo a continuare la politica di difesa contro i gruppi armati. Non si puo' comparare la situazione in Israele con lattentato in Gran Bretagna dice al Foglio Eli Karmon, analista allInternational policy institute for counter- terrorism al Centro interdisciplinare di Herzliya Non si puo' parlare nemmeno di un calo di tensione dello stato dallerta delle forze dellordine inglesi. Non ci sono mai stati attentati di questo tipo nel paese, ma soltanto retate di arresti e qualche attacco sventato o fallito. Scotland Yard, secondo quanto riportato finora, era informata di un piano per un grande attacco terroristico, che avrebbe sconvolto il paese in questo periodo. Il Regno Unito pero' non e' mai stato colpito direttamente come Israele. Il nostro esercito e' continuamente sotto stato dallerta, anche nei momenti di tregua, perche' sappiamo che un attentato potrebbe scoppiare da un momento allaltro, nonostante non sempre sia possibile prevenirli tutti.

I servizi non lavorano sul presente apparente Per Yigal Carmon, ex consigliere dellanti- terrorismo per vari premier israeliani, colonnello dellintelligence per venticinque anni e presidente del Middle east media research institute (Memri), e' importante che i servizi dinformazione europei possano collaborare per prevenire gli attentati. I servizi di sicurezza non lavorano sul presente apparente. Puo' essere anche un periodo di calma, ma questo non deve importare o influire sul loro operato. Il loro compito e' di focalizzarsi sulle informazioni dellintelligence o sulla loro mancanza. Quando si ricevono dati sicuri, allora si lavora, incentrandosi su di essi, quando sono generali si cerca di capire che linea seguire dice Carmon I mezzi di trasporto, come ci insegna la storia, sono i target preferiti per portare a termine stragi di massa. I media hanno riportato che le forze di sicurezza inglesi erano a conoscenza gia' da una settimana che un attentato poteva essere attuato. Quello che bisogna capire e' quale tipo dinformazione avevano ricevuto. Se era generale o specifica e se permetteva di prendere misure di prevenzione o no. Una cosa importante e' che i media inglesi non hanno ancora mostrato alcuna immagine dellaccaduto.

Una politica giusta, che purtroppo Israele ha infranto da tempo. Quando avviene un attentato terroristico immediatamente le tv isrealiane si precipitano a riprendere e i giornalisti fanno domande alla polizia. Involontariamente, a volte, accade che gli ufficiali lascino trapelare informazioni. In questa occasione, lintelligence britannica ha fallito. E quindi necessario non fare riprese ne' domande ai servizi di sicurezza e lasciare i terroristi nel buio. Non devono sapere se sono sulle loro tracce. Quando ero il consigliere per lanti-terrorismo del primo ministro ci riunivamo ogni settimana per verificare le informazioni dellintelligence.

E poi coordinavamo con lesercito, la polizia e le varie forze dellordine la risposta necessaria per reagire alla minaccia. Dividevamo lintelligence in informazioni contro bersagli dentro il paese e target israeliani allestero. A volte, avevamo sessioni ad hoc infrasettimanali. La posizione di consigliere per lanti-terrorismo accanto alla figura del premier era stata creata per valutare i dati dellintelligence e preparare una reazione nazionale militare adeguata. Negli Stati Uniti, lincarico di principale consigliere dellintelligence per il presidente e' stato creato dallAmministrazione Bush.

Lattuale direttore dellintelligence nazionale, John Negroponte, coordina quindici servizi informativi. LEuropa fino a oggi non ne ha ancora uno.

Sempre a pagina 1 dell'inserto troviamo l'articolo di Christian Rocca "Visto dall'America", che riportiamo:
Il Foglio ha chiesto ad alcuni analisti ed editorialisti americani, conservatori e liberal, di commentare lattacco islamista a Londra e di provare a immaginare che cosa potra' accadere nel momento in cui il quadro sara' piu' chiaro. Quali possibili reazioni ci dovremmo aspettare dai britannici, se la strage indica un cambio di strategia dei terroristi e, infine, se cambiera' la risposta occidentale al fondamentalismo islamico. Max Boot, editorialista del Los Angeles Times e studioso al Council on Foreign Relations, crede che non ci sia stato niente di particolarmente nuovo nella strategia terrorista a Londra. Sembra tutto molto simile a quanto successo a Madrid.

Secondo Boot, i terroristi volevano fare qualcosa del genere da un bel po di tempo, ma sono sempre stati ostacolati dai servizi segreti. Eppure e' inevitabile che kamikaze cosi' determinati prima o poi ci riescano. Nessuno puo' proteggere adeguatamente un grande sistema di trasporto pubblico come quello di Londra o di Madrid o di New York o di Roma. Quanto alle reazioni inglesi, Boot prevede una predominante risposta simile a quella americana, vale a dire un raddoppio della determinazione a sconfiggere il terrorismo, a vincere in Iraq e a non cedere ai terroristi.

Boot immagina anche una minoranza in Gran Bretagna, e magari un po piu' di una minoranza nel resto dEuropa, che provera' a riproporre risposte centrate sullappeasement, ovvero sulla pacificazione in cambio di qualche concessione. Purtroppo non ce' modo di scendere a patti con costoro, visto che il loro obiettivo e' semplicemente quello di creare un califfato globale. Credo che ci dovremmo aspettare altri attacchi come questi negli Stati Uniti, in Danimarca e in Italia, cioe' in quei paesi che si sono opposti al terrorismo. Il punto sara' capire se lEuropa riuscira' a gestire il rapporto con la sua minoranza musulmana interna. Fin qui la maggior parte dei paesi europei non ha preso misure di polizia interna sufficienti, come quelle necessarie a chiudere le moschee dove si predica la violenza. Sebbene in ritardo, ora immagino che ci sara' un giro di vite, ma gli europei dovranno trovare il modo di assimilare gli immigrati. Potranno imparare qualcosa dagli Stati Uniti, anche se non esiste un modo veloce, facile e sicuro per riuscirci.

Paul Berman: leggete la rivendicazione Il saggista liberal Paul Berman, autore di Terrore e Liberalismo e del prossimo Power and Idealists (dove sostiene che la sinistra pronta a usare la forza per proteggere i diritti umani e sconfiggere il totalitarismo islamico e' la vera erede dei radicali degli anni 60) nota che la rivendicazione dei terroristi ha descritto la strage come una risposta alle guerre in Iraq e in Afghanistan.

Attenzione: non solo in Iraq, ma anche in Afghanistan. La stessa cosa dissero dopo Madrid. Lidea che lIraq e lAfghanistan siano ununica guerra e' molto chiara a Bush, Blair e ai loro alleati. E chiara alle persone comuni come me ed e' chiara alle cellule di al Qaida in Europa. Non e' chiara soltanto a una parte delloccidente. Immagino che, come successe dopo Madrid, una buona parte della gente dira': Avete visto? La guerra in Iraq e' stata un errore. E non diranno niente sullAfghanistan.

Un altro liberal come il sociologo Thomas Cushman, direttore del Journal of Human Rights e autore di A matter of principle: humanitarian arguments for war in Iraq, crede che gli inglesi, a differenza degli spagnoli, non cederanno. Sono abituati allIra e sanno che cosa fare. La strage contribuira' ad aumentare il sostegno per le misure forti che Blair decidera' di prendere. Gli altri europei invece continueranno a criticare le azioni americane. Preferiscono pestare sullAmerica, invece che combattere il terrorismo. Il problema e' questo. Tanto piu' che il loro comportamento diventa la piu' importante strategia a disposizione di al Qaida. La sinistra continuera' a cercare la causa del terrorismo e sosterra' la tesi che la guerra in Iraq ha creato piu' terroristi. Naturalmente la migliore risposta e' quella di rafforzare lattuale strategia e di non cedere ai ricatti dei difensori dei diritti civili, i quali continuano a non capire la situazione di sicurezza in cui viviamo e si preoccupano piu' dei diritti dei sospetti terroristi che delle carneficine di innocenti. Il problema principale della sinistra e' di non capire che il potere e la forza devono essere usati per proteggere le societa' liberali. E che non sempre sono un male. Secondo Cushman, il fatto che i terroristi abbiano scelto di attaccare nel giorno in cui il G8 si riuniva per risolvere i problemi della poverta' dimostra che a loro non importa niente degli oppressi e dei deboli. A loro interessa soltanto destabilizzare le liberta' e la societa' civile occidentale per instaurare la loro regressiva visione sociale.

Christian Rocca A pagina 15 LA STAMPA pubblica un'intervista di Paolo Mastrolilli a Daniel Pipes, consigliere di Bush per il Medio Oriente, "Combatterli a Baghdad non ci mette al riparo a casa" ( va sottolineato che Pipes, come' chiaro dall'intervista, non ha il minimo dubbio sull'opportunita' di combattere i terroristi islamisti anche a Baghdad) Ecco il testo:
Daniel Pipes e' convinto che i terroristi non sanno cosa fanno: Pensano di intimidire lOccidente, ma otterrano leffetto opposto. Il consigliere del presidente Bush per il Medio Oriente e' impegnato in questa battaglia da anni, e cerca di spiegarsi la logica degli attentati di Londra: e' sempre difficile esaminare la strategia dei terroristi, perche' partono da premesse sbagliate sulla nostra societa'. Non la conoscono, non capiscono la forza della democrazia, e quindi prendono iniziative che spesso portano al risultato opposto di quello auspicato. Nel caso dell11 settembre, cosi' come in quello di Madrid e degli altri attentati piu' sanguinosi, lobiettivo era impaurire il pubblico e provocare un cambiamento nella politica dei governi. Forse gli attacchi di Londra hanno lo stesso scopo, ma non lo raggiungeranno. Quando gli Stati Uniti furono colpiti a New York e Washington, reagirono lanciando una guerra globale al terrorismo. Gli inglesi faranno lo stesso, rendendo impossibile allestremismo islamico di operare sul loro territorio. Eppure gli attentati di Madrid ebbero un effetto sulle elezioni, e il governo socialista di Zapatero decise il ritiro dallIraq. Io penso che anche quegli attacchi si sono ritorti contro chi li ha condotti. e' vero che un migliaio di soldati spagnoli ha lasciato Baghdad, ma da quel momento in poi limpegno di Madrid contro lislam radicale si e' moltiplicato. I terroristi, in sostanza, hanno guadagnato molto meno di quanto hanno perso. Lo stesso succedera' nel caso di Londra. Chi ha organizzato gli attentati di ieri? La teoria investigativa principale punta su una cellula locale. Al Qaeda si e' decentralizzata, ormai ci sono estremisti in ogni paese occidentale pronti a colpire. Sono ispirati dallideologia di Osama bin Laden, ma non ricevono necessariamente ordini e aiuti da lui o dagli altri leader dellorganizzazione originaria. Questi gruppi colpiscono dove e quando possono. Lei non crede che ci sia un collegamento col vertice dei G8? e' molto probabile, ma non sicuro. Lattenzione del mondo era puntata su Gleneagles, e quindi aveva senso colpire in Gran Bretagna a scopi pubblicitari. Londra, pero', era nel mirino da anni, e quindi i terroristi possono aver deciso di attaccare solo perche' avevano la disponibilita' per farlo. Di certo hanno riportato il focus sul problema, se questo era nel loro interesse. Gli investigatori dicono che non cerano segnali sulla preparazione di questi attacchi, e il modo in cui sono stati organizzati li preoccupa, perche' potrebbero aver coinvolto kamikaze. Quanto e' alta la possibilita' che si ripetano negli Stati Uniti? I terroristi non hanno ancora attaccato il sistema dei trasporti in qualche grande citta' americana per due motivi: al momento non hanno la capacita' di farlo, oppure non la considerano una buona idea. La prima tesi si basa sul fatto che dopo l11 settembre le nostre difese sono migliorate, e quindi i nemici hanno piu' difficolta' a penetrarle. La seconda, invece, sottolinea che un simile attentato non sarebbe abbastanza clamoroso, rispetto all11 settembre, e non raggiungerebbe gli effetti desiderati. Invece di piegare gli americani, infatti, li rafforzerebbe ancora di piu' nella loro reazione. Il presidente Bush dice che bisogna combattere i terroristi in Iraq, per non affrontarli sul territorio americano. Gli attentati di Londra, principale alleato di Washington, smentiscono questa teoria? Io, in realta', non lho mai condivisa. Noi siamo impegnati in una guerra globale, che riguarda tanto gli uomini di al Qaeda presenti a Baghdad, quanto quelli nel resto del mondo. In varie occasioni i terroristi hanno dimostrato di avere gia' abbastanza personale in Occidente, per colpire dove vogliono. Anzi, molti militanti stanno andando dallEuropa allIraq per aggredirci, invece del contrario. No, i terroristi sono gia' ovunque, e combatterli a Baghdad non ci garantira' dal fatto di doverli combattere ancora anche a New York.


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