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Personaggi Celebri

Intervista a RoseMarie Wildi Benedict


Siamo gli ultimi a poter raccontare...

Signora Wildi, il suo libro e' uscito adesso dopo tanti anni dalla fine della guerra, pero' non e' che sia nato adesso. Com'e' stato?

E' stato che dopo la guerra, in un primo tempo, io non raccontavo niente a nessuno, non so ancora oggi se era paura di essere offesa, di essere trattata da sporca ebrea come si diceva prima. Un po' piu' tardi ho cominciato a raccontare sporadicamente quello che avevo vissuto specialmente ai miei scolari e mi sono accorta che ascoltavano con molta attenzione e poi ne parlavano a casa. In seguito nel 1975 c'e' stato l'incontro con Primo Levi in casa di amici torinesi. Per tutta la serata mi ha interrogata e si e' fatto raccontare ogni cosa con tanti dettagli, voleva sapere tutto di come avevo fatto a cavarmela. Alle due di notte finalmente ha detto: Sai queste cose devi scriverle perche' le hai vissute solo tu. Con questo mi ha messo una pulce nell'orecchio, pero' mi chiedevo cosa poi ne avrei fatto di quanto avessi scritto.

Poi son passati alcuni anni ed un giorno ho ricevuto una circolare da un anziano signore di origine fiumana, il Sig. Teodoro Morgani (che prima si chiamava Morgenstern) un commerciante che viveva a Genova. Nella sua lettera chiedeva a noi ebrei fiumani sopravvissuti all'Olocausto di scrivere le nostre testimonianze e diceva: Siamo gli ultimi a poter raccontare, le persone che sono scampate allo Shoah devono dare testimonianza. E aggiungeva presto, fate presto, scrivete subito. Aveva scritto settanta di queste circolari e ricevuto venti risposte, alcune brevissime. Io mi son buttata a scrivere affannosamente, il mio testo intitolato Le mie piccole memorie 1939-45 l'ho buttato giu' in quindici giorni, sempre con la preoccupazione di farla troppo lunga, di essere troppo prolissa. Poi di questa fretta non c'era bisogno perche' Teodoro Morgani ha avuto molta pena a trovare chi lo aiutasse. Finalmente, dopo tre anni ha reperito il denaro per la pubblicazione e anche un editore. Cosi' la mia storia e' stata pubblicata la prima volta insieme con altre testimonianze nel libro apparso con il titolo 40 anni dopo presso l'editore Carucci di Roma.

Come si e' arrivati poi alla pubblicazione quest'anno del libro Rosemarie?

La pubblicazione del libro e' pure avvenuta in un modo imprevisto. Un mio conoscente, il Dott. Alberto Bersani, nel 1998, ha tenuto una conferenza a Boves e alla fine di questa ha detto ai presenti di conoscere la loro interprete durante la guerra. Pare che questa comunicazione abbia avuto un grande effetto, tutti volevano sapere dove era finita la loro giovane interprete (gia', allora ero giovane!). Il sindaco di Boves mi ha telefonato e mi ha invitato per il 25 aprile, e il giornalista della Stampa Gianni Martini ha ritrovato, presso l'Istituto per la Storia della Resistenza di Cuneo, il manoscritto della mia testimonianza, lo ha sottoposto a Nuto Revelli e mi ha chiesto di ripubblicare le mie memorie: in questo modo, con delle aggiunte mie e la lettera di Primo Levi, e inoltre, un'intervista, e dei commenti e note storiche di Gianni Martini, e' nato il libro.

Lei ha scritto della sua vita in un periodo molto brutto, molto difficile, pieno di insidie, di avventure, di pericoli. Nel libro appare come una persona molto ottimista noncurante dei pericoli: ripensandoci dopo non ha provato mai paura o angoscia retrospettiva?

Si', qualche volta si', ne parla anche Levi nella sua lettera delle paure retrospettive. Ma allora ero giovane, c'era ingenuita', spensieratezza, ottimismo. Ancora oggi sono troppo ottimista.

Per un importante periodo della sua vita Lei ha avuto intorno a se' il veleno del nazifascismo e dell'odio razziale, nello stesso tempo pero' ha anche trovato della solidarieta'. Sia l'uno sia l'altra hanno lasciato tracce nel suo animo di donna?

Certamente era una cosa terribile quel periodo e ha lasciato un segno, ma la solidarieta' e' una cosa bellissima.

Ad un certo punto Lei ha contribuito alla lotta di liberazione. E' stata una scelta sofferta? Come e' giunta a tale decisione?

Quando i tedeschi mi hanno chiamata a far loro da interprete, perche' la signora che lo faceva prima di me era morta, ho preso subito contatto con i partigiani e ho chiesto che cosa dovevo fare. Mi hanno risposto Lo sai tu che cosa devi fare. E cosi' grazie specialmente ad un soldato cui piaceva chiacchierare ho potuto avere delle notizie che erano interessanti per la Resistenza.

Ci sono state delle reazioni alla pubblicazione delle sue piccole memorie

Si' parecchie e diverse l'una dall'altra. Ho ricevuto molte lettere e telefonate di persone che si sono rifatte vive dopo tutti questi anni, tra queste il figlio del segretario di mio padre, tutte cose simpatiche. Ma vi sono state anche conseguenze assai significative come per esempio nel caso della nipote del segretario comunale di Boves, Avv. De Caroli.

Questa nipote voleva molto bene allo zio ma c'era un neo: tutti ritenevano che fosse un fascista e lui non si era mai difeso. Ora dal mio libro la nipote e' venuta a sapere che suo zio ci aveva rilasciato carte d'identita' senza fare nessuna domanda, perche' aveva sicuramente capito di cosa si trattava, senza chiedere niente, senza accettare niente neppure in seguito. Questa rivelazione che lo zio aveva aiutato i partigiani e una famiglia di ebrei ha reso talmente felice la nipote, che si e' affrettata a recarsi al cimitero a porre una rosa rossa del suo giardino sulla sua tomba.

Che cosa ha significato per lei scrivere queste memorie? E' cosciente dell'importanza di testimonianze come la sua?

Si' e' stato importante perche' mi hanno liberato del groppo che avevo, dopo aver scritto non mi pesava piu' di dire che ero ebrea, certo se incontravo una persona che non conoscevo, non dicevo mi chiamo cosi' e sono ebrea, questo no, ma mi e' servito. Se sono cosciente dell'importanza? Si', adesso comincio ad esserlo.

Dopo la guerra Lei si e' trasferita in Svizzera? Come vi si e' trovata la ragazza piena di vita che abbiamo conosciuto nel suo libro?

Mi sono laureata in fisica pura a Torino e poi ho lavorato come assistente al Politecnico di Torino. Nel 1950 ho conosciuto in Inghilterra il mio primo marito e nel 1951 ci siamo sposati e ci siamo stabiliti a Schpfen, che e' un paesetto a pochi chilometri da Berna, e li' e' stato un po' difficile, soprattutto per le regole di comportamento. Mio marito mi diceva sempre di non dimenticare di salutare tutte le persone con il nome. In Italia ognuno se la cava con buon giorno signora, buon giorno dottore, e invece li' bisognava ricordare il nome: poi tutte quelle signore anziane, vestite di grigio con lo chignon, mi sembravano tutte uguali, scambiavo i nomi, facevo pasticci, e insomma quella e' stata la parte meno simpatica, poi mi sono aggiustata, mi sono assimilata.

In Svizzera ha avuto dei rapporti con gruppi svizzeri o di emigranti italiani sulla base della sua identita' di partigiana e antifascista?

All'inizio no. Piu' tardi si', per diversi anni sono stata socia del Comitato italiano di Aarau e spesso ho preso la parola alle manifestazioni del 25 aprile.

Lei ha avuto modo di conoscere Primo Levi. Come se lo ricorda?

Primo Levi era una persona simpaticissima con molto spirito con molto humor, sempre disposto a scherzare. Ho avuto occasione di conoscerlo bene perche' nel 1977 ho organizzato un giro di sue conferenze in Svizzera presso i diversi comitati della Societa' Dante Alighieri. E' stato dappertutto un gran successo, ad Aarau erano presenti ben 212 persone. C'e' un aneddoto divertente che vorrei ricordare: siccome gli avevo chiesto di non lanciarsi in discorsi politici, quando alla fine della serata un italiano gli chiese Dottor Levi cosa ne pensa del nostro governo attuale? lui ha buttato li' la risposta salomonica esattamente quello che ne pensa lei raccogliendo un applauso extra. Con me e' sempre stato molto cordiale: ci siamo scritti parecchie lettere che conservo ancora insieme con quella che e' pubblicata nel libro e che mi e' stata di buon augurio.

I ricordi di Rosemarie

TRA PERSECUZIONE E RESISTENZA

E' stato pubblicato un paio di mesi fa un libro di ricordi e riflessioni che copre il periodo che va dalle leggi razziali del 1938 all'immediato dopoguerra: il titolo e' Rosemarie, l'autrice e' Rosemarie Wildi Benedict che attualmente vive in Svizzera, ad Aarau. Il libro, che e' stato stampato a Boves per la casa editrice Primalpe di Cuneo, contiene pure una lettera di Primo Levi e una ricca documentazione storica con delle note esplicative a cura del giornalista Gianni Martini.

Una recente immagine dell'autrice

Il significato autentico della resistenza

Ci si potrebbe chiedere se sia necessario un libro come Rosemarie; molti libri di testimonianza sono gia' stati pubblicati nei decenni seguenti la fine della guerra. Anche se puo' magari sembrare strano la risposta e' affermativa. Da qualche anno a questa parte l'atteggiamento verso la Resistenza ha subito una pericolosa involuzione.

Ad oltre cinquant'anni dai fatti, e dopo che qualcuno ha voluto negare la Shoa', c'e' chi tenta di applicare il revisionismo storico anche alla Resistenza cercando di svilirla riducendola a resa dei conti fra fazioni rivali.

Per questo e' necessario rivalutare la Resistenza ampliando l'attenzione a tutti i suoi aspetti, anche a quelli che in passato sono stati considerati marginali, non limitandosi a valorizzare solo la molla ideologico-politica, ma tenendo presenti anche le altre motivazioni, religiose, etiche o di coscienza individuale, che pure hanno spinto uomini e donne ad opporsi al nazismo.

Oltre a guerra partigiana, la Resistenza e' stata contrapposizione totale al nazismo. Resistenza e' stata anche il tener vivi valori etici quale antidoto alla rassegnazione. Resistenza e' stato anche osteggiare la realizzazione degli scopi che il nazismo si prefiggeva, aiutando e sostenendo l'opposizione, ostacolando lo sterminio nascondendo un ebreo o un nomade, non facendosi prendere se personalmente minacciati di cattura, cercando di non soccombere in situazione di prigionia allo scopo di portare in seguito testimonianza.

Se la si considera cosi', non come un evento settoriale ma come un fatto globale, ci si accorge che la Resistenza non e' terminata il 25 aprile 1945. Resistenza e' anche dopo: il mantenimento della memoria, la salvaguardia del patrimonio etico ed ideale scaturito dal movimento di liberazione, la riflessione su quanto e' avvenuto, sulle cause che hanno portato a tanto e sulla necessita' di mantenere viva la vigilanza per evitare il ripetersi del trionfo della barbarie.

La storia di Rosemarie, con il suo modo diretto, con la sua naturalezza, senza sovrastrutture fumose e priva di compiacimenti autocelebrativi, e' importante perche' offre la possibilita' di accostarsi alla Resistenza cogliendone il significato autentico.

Il libro come opera letteraria

Il libro Rosemarie va pero' letto anche come opera letteraria poiche' riesce a toccare le corde profonde dell'animo e a trasportare il lettore in una diversa dimensione dove puo' attingere non solo conoscenza ma anche un arricchimento interiore.

La storia in se' e' semplice e lineare e dimostra come azioni estremamente coraggiose, se non addirittura eroiche, possono venir compiute da persone in apparenza normali, che hanno la stessa voglia di vita e di gioia, le stesse ingenuita', gli stessi slanci di ognuno.

Carta d'identita' con il cognome Benetti, rilasciata
al padre di Rosemarie dal Segretario Comunale di
Boves, Avv. De Caroli

Rosemarie nasce a Fiume (l'attuale Rijeka) in una famiglia ebrea. Il fascismo e le leggi razziali creano i primi problemi alla famiglia Benedict: il padre perde il lavoro, Rosemarie, alla soglia del liceo, non puo' continuare gli studi, il fratello per poter adempiere la sua attivita' scientifica deve emigrare in America. Con l'arrivo dei tedeschi, la situazione si fa insostenibile: i Benedict lasciano la loro citta' e si rifugiano dapprima a Caprino Veronese, ed in seguito ad Ozegna Canavese, non lontano da Torino, presso la famiglia di un giovane conosciuto a Fiume.

Quando anche li' la situazione diventa troppo pericolosa per loro, Rosemarie e i genitori cercano scampo a Boves, citta' martire. La scelta di Boves non e' casuale ma ragionata: e' risaputo che nella citta' che ha in precedenza subito ben due eccidi con molti morti e la distruzione di centinaia di abitazioni, la popolazione non coltiva certo sentimenti filotedeschi.

A Boves, infatti, i Benedict, che hanno ottenuto documenti falsi e si fanno chiamare Benetti, si sentono protetti e allacciano profonde relazioni di amicizia con gli abitanti della citta'.

Quando i tedeschi scoprono che Rosemarie, che tutti ormai chiamano affettuosamente tota Maria Rosa sa la lingua tedesca la chiamano a lavorare per loro come interprete. Inizia cosi' un periodo molto difficile e pericoloso per la giovane ragazza. Oltre a non far scoprire a nessun costo la sua origine ebraica deve riuscire a conciliare due ruoli antitetici, quello palese di traduttrice per i tedeschi e quello nascosto di membro della Resistenza. Dopo la fine della guerra Rosemarie riprendera' gli studi a Torino ed in seguito si sposera' e si trasferira' in Svizzera, ad Aarau, dove e' stata docente d'italiano fino a non molti anni fa.

Rosemarie ai tempi del suo
soggiorno a Boves

La lettera di Primo Levi

Dopo aver scritto quelle che lei chiama le mie piccole memorie Rosemarie le ha inviate in visione a Primo Levi che le ha risposto con una affettuosa lettera di approvazione e incoraggiamento.

E' una lettera molto bella, non certo di maniera e di routine. Dalla stessa traspare che Primo Levi ha particolarmente apprezzato la naturalezza e la freschezza del racconto che si dipana attraverso le maglie strette o larghe dell'Italia occupata e vi ha verosimilmente ritrovato lo spirito picaresco che si respira anche nel- La tregua e in Se non ora, quando?. Come nei due libri di Levi, anche nel racconto di Rosemarie (che la salvezza se l'e' mirabilmente guadagnata) e' l'assunzione di responsabilita' e l'inventiva di fronte ai pericoli, che da' dignita' ai protagonisti e si dimostra salvifica.

Nel libro di Rosemarie trovano conferma, e dimostrazione concreta, le riflessioni su due temi, sui quali Primo Levi si e' soffermato in due importanti capitoli del suo ultimo libro I sommersi e i salvati: l'importanza del multilinguismo e la violenza inutile.

Nel Lager chi non sapeva il tedesco o il polacco era perduto e votato alla morte, nel racconto di Rosemarie e' la conoscenza delle lingue che le ha permesso di salvarsi e di contribuire alla lotta di liberazione. Per quanto riguarda la violenza inutile vi e' lo struggente episodio dell'arresto da parte delle SS della nonna, la quale, ultraottantenne e incapace di reggersi in piedi, e quindi del tutto inoffensiva per i tedeschi, e comunque ormai prossima alla morte naturale, viene cio' nonostante strappata dal suo letto d'ospedale e trascinata sul camion verso la prigionia.

Verso la fine della lettera Primo Levi esprimeva la speranza di vedere dilatate le piccole memorie in un libro: la pubblicazione di Rosemarie e' dunque, sia pure a distanza di anni, la realizzazione di questo suo desiderio.

Postato da: redazione il set 2, 2002


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