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ago 19, 2002 |
Aspetti di vita ebraica,  |
redazione

La carica dei giovani rabbini italiani: la nostra identita' riparte dal Talmud

Mettere a fuoco una nuova identita' per l'ebraismo italiano, darsi un'immagine che sia al tempo stesso fedele alla storia ereditata dalla bimillenaria presenza degli ebrei nella penisola e adeguata ad affrontare le sfide del futuro.

Ragionare per diffondere il messaggio universale della scrittura senza lasciarsi sopraffare dall'ansia di essere accettati a tutti i costi, che nasconde le insidie dell'assimilazione.

Ma soprattutto esplorare l'immenso patrimonio costituito dall'interpretazione rabbinica del messaggio divino.

L'autentico tesoro nascosto nel fondo di una impenetrabile foresta e finora precluso a una societa' ebraica talvolta malata di sudditanza nei confronti delle istituzioni culturali dominanti, vassalla dell?eredita' di uno storicismo di maniera e spesso goffamente ansiosa di rendere presentabili nei salotti buoni, con qualche giustificazione razionale, le tante imbarazzanti ?stramberie? contenute nelle scritture Moked (messa a fuoco, secondo un'antica radice semantica del linguaggio biblico), e' stato il tema del quarto convegno nazionale ebraico organizzato a milano marittima dal dipartimento di assistenza culturale dell'unione delle comunita' ebraiche italiane, che si e' concluso domenica dopo aver chiamato a raccolta un migliaio di persone provenienti da ogni parte d'italia.

Siamo qui - spiega uno degli organizzatori, il rabbino Shalom Bahbouth, cui va il merito di aver dato una dimensione nazionale a una realta' molto frammentata territorialmente ed etnicamente - perche' si avverte un grande desiderio di riaffermare e ridefinire la propria identita' da un lato, ma anche di trovare occasioni nuove per stare assieme.

Per questo le attivita' ricreative e i giochi dei bambini sono importanti tanto quanto i dibattiti culturali e le occasioni di approfondimento.

Un lavoro, quello intrapreso sulla riviera romagnola, avviato senza dimenticare i principi fondamentali dello stare insieme ebraico: lasciata da un canto la tentazione del dibattito aperto ai soli esperti, 'addetti ai lavori' sono diventati tutti coloro che desideravano raccogliere la sfida.

Fuori dalla porta non e' rimasto proprio nessuno.

Nemmeno i neonati urlanti e gli anziani un po' spaesati, i partecipanti in costume da bagno e quelli in abito scuro; i dotti e coloro che non si sono mai chinati sui libri sacri; gli iscritti alle piccole comunita' in via di estinzione dell'italia centrosettentrionale e quelli appartenenti ai grandi gruppi di Roma e di Milano; gli ortodossi che osservano le 613 leggi poste nella scrittura a regolare la vita quotidiana e quelli che di tutto cio' fanno volentieri a meno, ma che non per questo rinunciano al desiderio di conoscere a fondo le proprie radici culturali; i sefarditi o 'spagnoli' (provenienti dalle comunita' del bacino del mediterraneo), gli askhenaziti o 'tedeschi' (dal centroeuropa) e gli 'italiani' autentici, che possono vantare come forse nessun altro concittadino una permanenza nella penisola lunga almeno duemila anni.

Esercito sufficientemente composito per non riuscire facilmente a mettersi d'accordo (forse temendo di smentire il detto 'due ebrei, tre opinioni') nemmeno sull'intonazione da dare ai canti della preghiera quotidiana, che pure si e' dimostrato capace di cimentarsi in una riflessione particolarmente spinosa.

Non potevano mancare, infatti, gli appuntamenti per parlare dei grandi temi di questi tempi (dalla polemica sulle conversioni, che divide e appassiona le comunita' di tutto il mondo, alla recente infelice uscita dell'ultimo rampollo di casa savoia, dalla clonazione a una riflessione sul millennio che sta per lasciarci attraverso i tre grandi centenari del sionismo, della psicanalisi e del socialismo, alla realizzazione di un cd-rom didattico che potrebbe dimostrarsi un efficace strumento di conoscenza per alleviare il danno determinato dai troppi pudori della scuola italiana nei confronti della cultura delle minoranze), il piatto forte di Milano marittima e' stato servito dal giovane rabbinato italiano, che in molte occasioni ha offerto a un pubblico tanto diversificato, cogliendo talvolta qualcuno alla sprovvista, sostanziosi assaggi di interpretazione Talmudica.

Niente di cosi' sorprendente, visto che l'onesto titolo posto al Moked 1997 era proprio 'il patto scritto, il patto orale' (la' dove lo scritto fa riferimento al messaggio biblico e l'orale indica invece la necessaria metodologia interpretativa contenuta nel Talmud), se non fosse per il fatto che del patto orale l'ebraismo italiano ha sentito parlare troppo di rado, fino al punto di trovarsi relegato nelle pagine dedicate alla gloria luminosa dei grandi studiosi del passato, ma ormai ai margini del dibattito internazionale ebraico contemporaneo e soprattutto privo di una bussola indispensabile per orientarsi fra le grandi scommesse che attendono le comunita'.

Metodologia interpretativa, molto piu' che il testo vero e proprio della scrittura sacra, fa infatti la differenza tra l?ebraismo e le altre culture monoteistiche.

Una differenza fondamentale e scomoda, come si e' capito soprattutto dalle lezioni dei rabbini Roberto della Rocca (Venezia) e Roberto Colombo (Milano), dedicate rispettivamente alla traducibilita' del messaggio ebraico nei confronti del mondo esterno e alla necessita' per l?ebreo di compiere studi che non restino fini a se' stessi, che conducano irrevocabilmente all?azione; ma anche da tante altre importanti occasioni di dibattito che hanno costellato la manifestazione (la coraggiosa analisi incrociata su come l?ebraismo religioso e politico interpreta la Shoa', l?olocausto; il faccia a faccia su psicanalisi ed ebraismo che ha messo di fronte il freudiano Mario Morpurgo e lo junghiano Gianfranco Tedeschi; l?intervento del filosofo francese Ami Bouganim dedicato al pensiero di Emmanuel Levinas e di Franz Rosenzweig; l?illustrazione di un altro brano talmudico da parte del professor Amos Luzzatto).

Niente di piu' lontano, comunque, al di la' di quello che potrebbe attendersi l?osservatore esterno, dalle dotte dissertazioni destinate a non lasciare altro segno se non nelle pagine degli atti di un convegno.

Cosiddetta Torah orale, che riporta come un fiume in piena le opinioni contrastanti dei saggi sulle interpretazioni da attribuire al messaggio divino, sembra inventata apposta per tormentare le coscienze, suscitare le discussioni e accendere gli animi.

A cominciare dall?interrogativo piu' ovvio: come e' mai possibile che il patto orale, la tradizione tramandata di bocca in bocca da mosheh ai nostri giorni, stia scritta nei grandi volumi del Talmud? Come sciogliere il mistero di questa lezione orale che si trova nei libri e di queste pagine che racchiudono la voce viva dei saggi dell?ebraismo?? possibile, cercano oggi di spiegare molti giovani rabbini italiani.

Ma solo comprendendo che il Talmud, piu' che un corpus giuridico-letterario univoco, rappresenta un inesauribile codice di lettura della realta', lo strumento per acquisire una metodologia, piuttosto che il luogo dove andare a cercare verita' precostituite.

Un testo vivo, che per essere digerito richiede necessariamente un rapporto aperto e talvolta conflittuale fra maestri e allievi, piuttosto che lo scontro solitario fra lo studioso e il libro tratta di un?operazione difficile e coraggiosa.

Di un?azione per certi aspetti anche impopolare nei confronti di un ebraismo, quello italiano, che di patto orale ha sentito parlare troppo poco.

Nel compierla i giovani rabbini italiani sembrano consapevoli della necessita' di un momento di rottura, anche a costo di rompere involontariamente un po? di cristalleria di famiglia, di ferire involontariamente la suscettibilita' di qualcuno.

E di cercare modelli e maestri che necessariamente non possono piu' limitarsi ai confini domestici.

La loro ricerca non puo' in ogni caso essere una strada solitaria.

Il dibattito che si va sviluppando dovra' ad entrare nelle case di tutti gli ebrei italiani e a non restare il privilegio di sparute avanguardie intellettuali.

Oppure a fallire a queste condizioni il moked, la messa a fuoco di Milano marittima, tornera' al suo significato originario contenuto nel libro del Levitico, quello di appiccare il fuoco, di estendere e di mantenere vive le fiamme di una ricerca destinata a rinnovarsi senza mai estinguersi.

Amos Vitale



Non possiamo piu' accontentarci di sentirci genericamente ebrei, e' ora necessario approfondire alcuni aspetti della cultura che ci e' propria e che oltre al grande dibattito sul patto scritto e sul patto orale tocca anche temi quali il sionismo, il socialismo e la psicanalisi.

Joram Orvieto, responsabile culturale dell'unione dei giovani ebrei d'Italia (Ugei) si rivolge al pubblico dei suoi coetanei, tutti poco meno o poco piu' che ventenni, ma anche agli ospiti adulti (studiosi, rabbini, psicanalisti, scienziati) venuti ad assistere ai lavori che si sono svolti a milano marittima in parallelo alla convention che ha segnato la riscoperta dello studio talmudico.

Oltre 500 ragazzi hanno cercato, rielaborando i tre grandi centenari, di confrontarsi nuovamente con l'eterno problema: la ridefinizione e la tutela della propria identita'.

L'incontro ha rappresentato anche un utile punto di contatto con il mondo dei 'grandi' (grazie alla relazione del segretario Ugei Claudio Morpurgo sulla 'Religione della Shoa'') e' servito a rimettere in ordine i tanti interrogativi dei ragazzi ebrei italiani.

Oltre ai dibattiti su psicanalisi ed ebraismo e socialismo come stile di vita, e' stata centrale una riflessione su identita' nazionale e identita' religiosa.

Il professor dan Vittorio Segre, politologo, scrittore, docente universitario nel paese ebraico cosi' come in italia, emigrato da solo a 16 anni in Israele per sfuggire alle leggi razziali, ha illustrato le scommesse del sionismo, l'unica grande illusione di questo secolo che corre il rischio di entrare con le proprie gambe nel prossimo millennio.

Savoia? - suscitando l'ilarita' generale si e' chiesto incidentalmente lo studioso, che discende da una grande famiglia piemontese - e chi sarebbero mai?

Il prossimo appuntamento - assicura Joram - sara' dedicato alla consapevolezza di noi stessi: ebrei non per caso.

E nemmeno per un semplice, dovuto atto di fedelta' alla propria storia.

Amos Vitale