Ho appena letto il libro di Arturo Schwarz "Cabbal e Alchimia" (pubblicato sia da Garzanti che da La Giuntina), indispensabile a me e, suppongo, utile a molti.

Riassumendo: in molte enciclopedie e libri di storia trovate scritto che l'Alchimia è stata l'antenata della chimica, e questo è vero, ma individua solo un aspetto della disciplina, quello che Schwarz chiama "Alchimia operativa".

La parte più importante della disciplina, che nei migliori alchimisti andava di pari passo con l'altra, era l'"Alchimia spirituale", che trasformava la personalità dell'alchimista conferendogli una sapienza esoterica. Pertanto le fasi dell'opera alchemica in laboratorio (secondo la nomenclatura di Schwarz: nigredo, albedo, citrinitas, rubedo) hanno il loro parallelo intrapsichico.

Un autore che ha deliberatamente ispirato la propria psicoterapia all'alchimia è stato Carl Gustav Jung, accogliendo un suggerimento di Herbert Silberer, che fu il primo tra i nostri contemporanei a notare l'esistenza di una dimensione spirituale dell'alchimia, oltre a quella operativa.

Ciò che rende "on topic" l'articolo è che Schwarz, rifacendosi anche al libro di Rafael Patai "Alchimisti ebrei", afferma non solo che molti alchimisti erano ebrei cabalisti, ma che il loro numero e importanza è stato deliberatamente sottovalutato da studiosi del calibro di Graetz, Suler e Scholem. (In realtà la voce "Alchemy" dell'Encyclopaedia Judaica, pur essendo vergata in tono prudente, contiene molte informazioni; si può accusare Suler di aver frainteso il fenomeno, ma non di averlo voluto occultare).

Non è stato soltanto un caso che diversi cabalisti fossero anche alchimisti. Schwarz, mutuando anche osservazioni junghiane, nota che Qabbalah e Alchimia spirituale avevano il medesimo presupposto (la bisessualità originaria dell'essere umano) e il medesimo scopo: dopo aver convenientemente separato le polarità all'interno dell'individuo (a cominciare da quelle maschili e femminili) riunirle in modo che fossero complementari e non conflittuali.

Quest'unione non può essere solipsistica: l'alchimista aveva di norma la soror mystica, il cabalista era pressoché obbligatoriamente sposato (e la moglie cooperava con i rituali del marito), il paziente psicoanalitico ha il suo partner nel processo analitico nel terapeuta.

Il libro di Schwarz è piccolo (160 pagine) perciò non può scendere molto in dettaglio, però spiega come l'apocalittica ebraica abbia influenzato lo sviluppo dell'alchimia ellenistica e di come ci siano delle notevoli affinità tra Qabbalah e Alchimia - e quindi anche con il pensiero junghiano. Il libro ha la prefazione di Moshe Idel, il cui ultimo capitolo analizza il mito ebraico degli angeli caduti così come fu recepito negli scritti alchemici ellenistici, a partire da Zosimo.

A chi volesse maggiori notizie sull'"Alchimia spirituale" posso consigliare, oltre alle opere di Arturo Schwarz, due libri di Jung: "Psicologia e Alchimia" (voluminoso) oppure "La psicologia del transfert" (più economico). Concludo riassumendo l'intento di molti alchimisti e cabalisti ebrei citando Bena'ah, un Tannaita: "Chi studia la Torah per se stessa fa dello studio un elisir di lunga vita" (Ta'anit 7a).

Traduco qui un breve estratto da Medline: "Si asserisce che, se profonda è l'affinità riconosciuta di Jung con la Qabbalah, i suoi rapporti non riconosciuti erano ancora più profondi. Le interpretazioni che Jung diede dello Gnosticismo e dei testi alchemici erano profondamente cabalistiche, tanto che si potrebbe chiamare lo Jung del Mysterium Coniunctionis un 'Cabalista in abiti moderni'. Sebbene Jung, negli anni '30, abbia avuto spinte che limitarono la sua ricettività alle idee ebraiche, ciò non dovrebbe impedirci di apprezzare le affinità tra la psicologia junghiana e il pensiero mistico ebraico".