Tematica del D-o nascosto: che cosa significa? D-o ha dimenticato il mondo?

La questione del D-o nascosto deriva da una situazione che oggi viviamo tutti: quella dell'assenza di D-o. Qualche filosofo l'ha descritta con la formula "D-o è morto" e magari ne ha dato la colpa a noi (noi uomini moderni, secolarizzati, senza D-o, oppure noi uomini ipocriti, privi di valori ecc.).

Qualche teologo si è sentito in dovere di misurare la mancanza di D-o, stabilire quanto poco D-o c'è in questo mondo e così via. Poi è capitato Auschwitz, e qualcuno ha pensato che la via breve per spiegare la più bieca malvagità umana fosse quella di accusare D-o della sua assenza dal mondo. Insomma dov'era D-o a Auschwitz? Forse D-o ha dimenticato il mondo?

Ma nella tradizione ebraica, e nei testi sacri, questa situazione non è nuova: la troviamo descritta nella formula del nascondimento del Volto di D-o. Il D-o nascosto a cui allude il titolo è D-o che nasconde il suo Volto agli uomini.

Dove lo troviamo? Deuteronomio 31 e 32 (e da questo in Isaia 45).

I passi biblici che parlano esplicitamente di questo nascondimento di D-o non si limitano certo al verso di Isaia 45, 15 — Certo Tu sei un D-o nascosto, D-o d'Israele che porti salvezza —: quel verso è fin troppo rassicurante, nel suo paradossale presupporre la salvezza che D-o offre nascondendo il Suo Volto. Per capire la portata del problema che sta dietro a quel verso, bisogna risalire a testi ben più crudi sulla tematica del nascondimento di D-o.

La fonte principale del problema sta nei capitoli 31 e 32 del Deuteronomio. La scena è questa: Mosè sta per morire e parla al popolo d'Israele; il popolo sarà guidato da Giosuè e dovrà combattere dure battaglie, ma D-o non l'abbandonerà e sarà con lui. Ma il Signore parla a lui e a Giosuè, quasi per modificare questo quadro rassicurante secondo cui D-o è con noi: — questo popolo fornicherà [il termine ebraico vezonah — forse anche più crudo] dietro agli dei stranieri del paese nel quale si stanzierà, Mi abbandonerà e violerà il patto che ho stabilito con lui. Allora la mia ira divamperà contro di lui e nasconderò loro il Mio Volto, diventeranno preda per i nemici e grandi disgrazie capiteranno loro. In quel tempo il popolo dirà: certamente per il fatto che il Signore non è più in mezzo a me, mi sono capitati tutti questi mali. E Io nasconderò e nasconderò [aster astir cioè continuerò a nascondere] il Mio Volto in quel giorno, per tutto il male che esso fece, perché si rivolse a divinità straniere. E ora scrivete questo cantico e insegnatelo ai figli d'Israele, e ponetelo nelle loro bocche onde questo canto sia per Me testimonianza contro i figli d'Israele —. [Deut. 31, 16 - 19].

Vorrei far notare alcuni aspetti di questo passo.

1. Non è D-o che abbandona gli ebrei, ma sono piuttosto gli ebrei che Lo abbandonano. E questo fatto non succede per la prima volta, come vedremo, si tratta anzi di una cosa che si è ripetuta spesso (di cui il vitello di metallo è un esempio).

2. Il nascondimento del Volto di D-o, che viene definito con precisione con i termini aster astir, è una punizione per la mancanza di fede del popolo ebraico.

3. La colpa del popolo ebraico non è ancora stata commessa, ma la precognizione divina Gli consente di sapere che succederà — tutto è previsto, ma la libertà è lasciata — [Pirqe Avot 3, 16].

4. Viene infine affidato a Mosè il compito di scrivere il cantico che, con un registro ben diverso dal discorso che abbiamo visto prima, sarà di ammonimento (testimonianza contro i figli d'Israele).

Nella cantica di Mosè del cap. 32 i concetti vengono ripetuti, in particolare ai vv. 18-20: — Il Signore che ti aveva creato dimenticasti, e il D-o che ti procreò obliasti. Il Signore vide e si sdegnò per l'ira che provocavano i Suoi figli e le Sue figlie. E disse: nasconderò loro il Mio Volto e vedrò come andranno a finire, perché essi sono una generazione perversa, figli senza fede —.

Notate come si passi dal singolare, dal tu, al plurale, loro, i figli, a indicare che la responsabilità è di ciascuno e di tutti insieme. Viene ribadito il concetto dell'abbandono da parte del popolo e dalla perdita della fede, e viene precisato il senso di questo nascondimento del Volto: vedrò come andranno a finire, indicando come alla provvidenza si sostituisca il caso, la casualità degli eventi, a una storia della salvezza si sostituisca l'allontanamento di D-o dalla storia, e i figli sono lasciati a se stessi, uomini contro uomini, che siano loro a fare la pace e a fare la guerra (perché in fin dei conti, di questo si tratta).

Amaleq e il significato di Purim.

La pena dell'Hester Panim, cioè del nascondimento del Volto, non è altro, dunque, che l'abbandono alla casualità: la provvidenza di D-o si allontana dalla storia, e si ha l'assenza di D-o. I Maestri parlano di due tipi di punizioni divine, una è la cosiddetta middat haddin, cioè letteralmente la misura del giudizio. Si tratta del giudizio di D-o, che viene esercitato nei confronti degli uomini perché si correggano, si pentano e cambino vita. D-o giudica gli uomini con la misura del giudizio, middat haddin, ma tanto più con la middat harachamim, la misura della misericordia, Egli è pronto al perdono. Queste due caratteristiche della provvidenza di D-o si compensano una con l'altra, anche se prevale la misura della misericordia.

Tuttavia c'è un'altra pena, che consiste, come abbiamo visto nella sospensione temporanea dell'attenzione di D-o nei confronti della storia umana. Si tratta sempre comunque di una sospensione temporanea, perché, secondo i Maestri, altrimenti il mondo non si potrebbe reggere. Durante l'Hester Panim, è come se il mondo regredisse al vuoto originario, al caos, tuttavia anche in questo caso il pentimento e il ritorno alla fede consente di ripristinare la Provvidenza di D-o.

In molti luoghi della Bibbia, per esempio nel libro dei Giudici, si parla diffusamente dell'intervento di D-o nella Storia, ma anche della sua improvvisa assenza. I Giudici sono dotati da D-o di spirito profetico, che consente loro di portare salvezza al popolo, e intervengono solo quando il popolo stesso si pente dei suoi peccati. Ma dopo l'intervento salvifico dei giudici profeti, il popolo ricade nell'errore, abbandona la strada di D-o, e viene da D-o abbandonato. Tornano così i nemici ad attaccarlo, occuparne la terra e a perseguitarlo. Così, le figure dei profeti hanno il compito di ammonire il popolo e di tentare, per lo più senza successo, di condurlo alla retta via.

La middat haddin, la misura del giudizio, consiste nel colpire il popolo con punizioni, come per esempio la distruzione del Santuario, che però è un caso particolare, perché da allora lo spirito profetico si è allontanato dagli uomini, e, dicono i maestri, è rimasto solo per i pazzi e per i bambini. Tuttavia il popolo ebraico è sopravvissuto, anche se il livello di spiritualità che c'era nel mondo prima, dopo la distruzione del Santuario non c'è più.

Lo schema che ho descritto, fatto di incontro tra il popolo e il suo D-o, di abbandono da parte del popolo della retta via e quindi di punizione da parte di D-o nei confronti del popolo è presente fin dalle vicende narrate nel libro dell'Esodo, allorché nasce storicamente il popolo d'Israele. Infatti gli ebrei, ridotti in schiavitù in Egitto, sono liberati direttamente dal Signore (che interviene con mano forte e braccio disteso e con grandi miracoli). Ma successivamente abbiamo l'abbandono della retta via: subito, appena hanno passato il Mar Rosso. I Maestri s'interrogano del motivo di queste ribellioni, e le giustificano anche con il fatto che erano partiti con gli ebrei un gran numero di Egiziani, chiamiamoli proseliti, che però non avevano perso la loro tradizione, come dimostra l'episodio del vitello di metallo (che sarebbe stato provocato dai proseliti egiziani: il culto del vitello era infatti estraneo alla tradizione degli ebrei). In ogni caso, in questo episodio, gli ebrei hanno finito l'acqua, hanno sete, non mostrano fede, attaccano D-o, Mosè, e così arriva il nemico: Amaleq.

Amaleq attacca gli ebrei alle spalle, colpisce subito dopo l'episodio della ribellione a Refidim, luogo che prenderà il nome di Massah e Merivah (tentazione e litigio) perché gli ebrei avevano litigato e tentato il Signore dicendo: — Vediamo se il Signore è con noi oppure no (è vicino a noi) —.

Questo atteggiamento, al di là se sia stato provocato dagli egiziani o meno (ci interessa poco), è la dimostrazione della mancanza della fede da parte degli ebrei. E non è un episodio isolato. Tutte le volte che mancherà la fede agli ebrei, dicono i Maestri, verrà Amaleq, e attaccherà alle spalle. Sapete che la battaglia contro Amaleq fu vinta, grazie a un espediente: una pietra. Infatti, se Mosè teneva le mani in alto, gli ebrei vincevano, se le teneva in basso perdevano. Allora Aron e Chur presero una pietra e Mosè si sedette sulla pietra, e uno di qua e uno di là gli sostennero le mani fino alla vittoria. Che cosa significa la pietra? Si tratta di un grosso sasso, even in ebraico. Ma even è formato dalla parola Av e dalla parola ben: si tratta dei padri e dei figli. Tutte le volte che la tradizione ebraica sarà tramandata da padre in figlio, essa sconfiggerà Amaleq. E Aron e Chur erano maestro e allievo. Infatti la fede consiste proprio nella capacità di tramandare la tradizione. Se i padri saranno maestri dei figli, se ci sarà la trasmissione dell'ebraismo, allora Amaleq sarà sconfitto.

Due cose di questo episodio vanno approfondite. La prima, ovvia: che cosa c'entra l'episodio di Amaleq con il tema del D-o nascosto? La seconda collegata: che cos'è questa fede di cui si parla, così diversa dall'immagine della fede cristiana?

La prima cosa che mi sembra evidente in questo racconto è che chi si allontana e si nasconde non è certo D-o, ma sono gli ebrei, gli uomini. Essi contendono con D-o, e poi si lamentano perché non è vicino. Praticamente si allontanano e si lamentano della lontananza da loro stessi provocata. Intendiamoci, avevano i loro giustificati motivi: erano nel deserto, senza l'acqua, pieni di sete, ecc. Nella simbologia ebraica l'acqua non è altro che la Torah, cioè l'insegnamento, la conoscenza della parola di D-o. Essi avevano dimenticato quanto il Signore aveva fatto per loro (li aveva liberati dalla schiavitù d'Egitto). In fondo desideravano la condizione di schiavitù, perché più facile della libertà. La libertà comporta la responsabilità delle scelte che si fanno, la consapevolezza della propria finitezza e quindi delle colpe che si commettono. Insomma la libertà nell'ebraismo è la Torah stessa, l'esercizio della Torah (Pirqe Avot 6, 2: veramente libero non è che colui che si occupa della Torah).

La Torah, è noto, è un dono di D-o al popolo d'Israele, che l'ha accettato attraverso un patto. Ma la Torah, come è scritto in Deut. 30, 12, non è in cielo, ma nel cuore e nella bocca degli uomini. Dunque la Torah è qui in terra, per gli uomini, nelle azioni che fanno e nelle cose che dicono. Ciò è un insegnamento umano per gli uomini.

Il concetto di rivelazione da questo al tema della verità e della fede ebraica.

Questo tema ci porta inevitabilmente a parlare del secondo aspetto della questione: D-o rivelato. Infatti, se per rivelazione intendiamo anche il dono della Torah, la Torah, che viene dal cielo (cioè è rivelata agli uomini) però è in terra, tutta a loro disposizione, dipende da loro, in mano loro, degli ebrei, degli uomini. Ecco allora il richiamo che la rivelazione fa alla responsabilità e all'impegno morale, e nello stesso tempo il fatto che la rivelazione, in quanto tale, è sempre già stata, sempre prima di adesso. In fondo, il modo più semplice e comune per identificare il concetto stesso di rivelazione di D-o, è pensare che D-o prima era nascosto, ma poi si è rivelato. Di fronte all'assenza di D-o, all'incapacità di percepirne la presenza (dovuta evidentemente anche alla mancanza di fede), ecco che si è portati a farsi l'alibi del D-o nascosto. Ma questo non è altro che il rinnegamento della rivelazione stessa, un modo per dimenticarsene.

C'è un'evidente relazione tra il tema della rivelazione e quello della fede, di cui stavamo parlando. Nell'universo di lettura e interpretazione ebraica piuttosto che di rivelazione, si parla dell'elezione di D-o e la Sua prossimità con il popolo d'Israele. D-o abita con il popolo ebraico. Dona la Torah, rivolge agli uomini il suo volto. Ma non rivela nessuna verità che non sia un incontro tra Creatore e creatura. In ebraico la rivelazione è la presenza stessa di D-o e il rivolgersi a Lui da parte degli uomini. C'è l'amore di D-o. La Torah è considerata sia un dono di D-o, che suo retaggio, eredità, morashah, in ebraico, che significa tradizione ricevuta, e in quanto tale, da mettere in pratica. Ed è diversa la Torah in quanto data agli uomini (noten) da quella ricevuta (meqqabbel), come fa notare André Neher nel Pozzo dell'Esilio, citando il Maharal di Praga. Insomma la Torah, cioè il disegno di D-o per l'edificazione del mondo, il suo progetto di creazione, è stato dato alla creatura ed è una cosa viva, in mano alla creatura. E questa è la libertà.

Ma la Torah non è forse anche la verità? Certo, ma la verità è qualcosa di vivo, dinamico, multiforme. In ebraico la parola che si usa per dire verità è emeth. Ma emeth deriva dal termine emunah, cioè fede, fiducia ed è la saldezza rappresentata dalla pietra su cui è seduto Mosè (even, cioè av, padre e ben, figlio dunque tradizione).

Consideriamo un altro aspetto essenziale per quella che viene chiamata la rivelazione di D-o: vediamo nell'incontro con Mosè che D-o lo chiama per nome, e Mosè risponde eccomi (hinneni). Così aveva fatto anche Abramo. La cosiddetta rivelazione ha la forma di una chiamata e di un'elezione. Ora, tutti gli uomini sono chiamati con il loro nome, sono scelti da D-o. Ma spesso non se ne accorgono. Non c'è bisogno di essere come Abramo, Giacobbe o Mosè, e aggiungete qualsiasi altro grande profeta: dice Rabbi Zusia, il grande Maestro Chassid: — quando morirò non mi chiederanno perché non sono stato Abramo, ma perché non sono stato Zusia —.

È in quest'ottica che si può tentare di fare una storia della rivelazione nella Bibbia, perché il Signore del mondo si rivela in realtà a tutte le Sue creature, ma non tutte se ne accorgono. Adamo e così Noè hanno una rivelazione, ma faticano a instaurare un contatto autentico con D-o. Soltanto un uomo dello spessore morale e dell'intelligenza di Abramo riuscì a interloquire, a dialogare e infine a instaurare un rapporto di reciprocità e fiducia. All'epoca di Mosè il dialogo si trasforma da individuale, qual era quello dei patriarchi, a collettivo: Mosè rappresenta il profeta del popolo d'Israele, che dialoga con D-o nell'ottica della liberazione ebraica, di cui abbiamo parlato. Per intendere la rivelazione, se così la possiamo chiamare, o piuttosto la manifestazione del Volto o meglio della Gloria del Signore, bisogna riferirsi ai cap. 33 e 34 dell'Esodo. Mosè è salito sul monte, ha ottenuto le Tavole della Legge, fatte direttamente da D-o, è sceso e ha visto il popolo che adorava il vitello d'oro. Ha rotto le tavole. La tradizione racconta che quelle tavole erano troppo lontane dal mondo, erano fatte da D-o. Mosè torna sul monte e questa volta le compone lui, ecco quindi che le tavole saranno più accessibili agli uomini. Ma c'è di più. In questa fase si instaura un rapporto stretto tra Mosè e il Signore. Il Signore parlava a Mosè faccia a faccia, dice Es. 33, 11. Il commentatore interpreta che il Signore parlava con se stesso, alla presenza di Mosè, infatti al v. 20 il Signore dice esplicitamente — Non potrai vedere il mio Volto, perché nessun uomo può vedermi mentre è in vita —. Ma Mosè aveva chiesto di vedere la Gloria del Signore, e la risposta è stata: — Farò passare dinanzi a te tutta la Mia bontà, proclamerò il Nome del Signore e accorderò grazia a chi vorrò accordarla ed eserciterò misericordia su chi vorrò esercitarla —. (Es. 33, 19). Mosè insiste molto, in questi passi, sul fatto che sia D-o stesso direttamente a condurre il popolo, ed è evidente che il tentativo di rapporto è quello di avere una presenza di D-o salvifica e sicura. Ma la libertà comporta delle responsabilità, per cui del Signore si può vedere solo la parte posteriore, quando è già passato, solo dopo si può sapere come stanno le cose, altrimenti, è ovvio, ne va della libertà umana, che è anche libertà di sbagliare, ma rispetto alla quale c'è sempre la possibilità del pentimento e del perdono. Ecco quindi che nel vero e proprio incontro tra D-o e Mosè sono gli attributi del perdono e della misericordia quelli che prevalgono nel passo di Es. 34, 5-7 dove il Signore mostra la Sua Gloria, che perfeziona il patto con il popolo ebraico sancito nelle seconde tavole della Legge. E Mosè, quando scese dal monte, aveva il volto che irradiava di luce e le nuove tavole, fatte dall'uomo, in mano.

Cerchiamo di riprendere le fila del nostro discorso: parlavamo degli ebrei che non avevano la fede, ed è arrivato Amaleq. Abbiamo capito che la perdita della fede derivava dal rinnegamento di quanto D-o aveva fatto, e quindi al rifiuto del dono di D-o. Ne consegue un fatto, che punisce gli ebrei, la persecuzione di Amaleq. Ma ci sono diversi passi che mostrano con evidenza come Amaleq sia anche il nemico di D-o per eccellenza. Anzi c'è l'ordine di distruggerlo, fino a cancellarne la memoria: che cosa significa distruggere Amaleq? Significa distruggere i propri dubbi, i fantasmi, le ossessioni che ci portiamo dietro, i residui di paganesimo che sono dentro di noi. Tutti noi siamo pagani. Tutti abbiamo i nostri idoli. Come tutti abbiamo i nostri peccati, le nostre tentazioni, le nostre Massah e Merivah.

Amaleq significa che abbiamo abbandonato D-o. E quindi non lo troviamo: si è nascosto. D-o si nasconde perché noi ci allontaniamo, ma anche perché siamo liberi di cercarlo e di ritrovarlo: si nasconde per amore. Questo concetto è descritto benissimo dalla festa di Purim: la storia dovrebbe essere nota. Gli ebrei di Persia sono perseguitati da un ministro antisemita che li vuol distruggere sulla base di un'affermazione che potrebbe essere presente nelle leggi fasciste per la difesa della razza: — Esiste un popolo sparso e diviso tra i popoli, in tutte le province dello stato, e le sue leggi sono differenti da quelle di ogni altro popolo, non rispettano le leggi dello stato, perché antepongono la loro legge, si distruggano e si rimpinguino le casse dello stato con i loro averi —. [Ester, 3, 8 traduzione libera, ma che rispetta il senso del testo]. Questo ministro è un discendente di Amaleq. Ora una fanciulla ebrea, Ester salverà il suo popolo grazie all'aiuto della sorte (Purim significa le sorti, perché la data della distruzione degli ebrei era stata estratta a sorte), ma soprattutto grazie alla provvidenza di D-o. Già, ma D-o non compare nel libro di Ester, che potrebbe benissimo essere un libro laico. D-o è nascosto tra le pieghe del libro. Ester, poi, è la stessa parola ebraica che troviamo nell'espressione Hester Panim, cioè nascondimento del volto. In pratica il libro di Ester è il libro del D-o nascosto.

Conclusione

In conclusione, Amaleq, il nemico che assale alle spalle, che vuole sterminare il popolo, come voleva Amman, è dentro di ciascuno di noi, un nemico interno, la mancanza della fede. Mordechai ha dimostrato che laddove la sconfitta sembra imminente, la vittoria può essere dietro l'angolo, in una Meghillah dove non viene mai nominato il nome dell'Onnipotente, ma vengono unicamente descritte ed ironizzate le debolezze umane. Ma soprattutto Mordechai ha chiarito a Israele che il peggiore dittatore e tiranno che esista non è Faraone, non Hamman, non Hitler... ma quel demoniaco folletto che sta in noi, quel dittatore che ciascuno ha dentro di sé.