Il fondamento di tutti i fondamenti e il pilastro della saggezza sta nel riconoscere che c'è un Primo Essere che dà esistenza a tutto ciò che esiste.
Maimonide, Mishneh Torah Hilchot yessodeh haTorah 1,1
D-o ha creato l'universo in maniera tale che percepiamo la nostra esistenza alla stregua di una realtà intrinseca e il Divino come qualcosa di insolito e nello stesso tempo di acquisito.
È nostro compito raggiungere un livello di percezione completamente nuovo, in cui il Divino è la realtà assoluta e noi siamo una creazione inedita, i canali per l'espressione Divina.
Il Rebbe
Il giorno in cui assunse formalmente la guida il Rebbe iniziò il suo discorso con un versetto che recita: — Sono arrivato nel mio giardino —.
Egli chiarì che D-o, all'origine della creazione, chiamava l'universo il suo giardino, il primo luogo in cui la sua essenza si era rivelata.
Il Rebbe dichiarò che dopo tanti millenni in cui la Presenza di D-o era rimasta nascosta — e dopo tutto il lavoro fatto per reintrodurre D-o nella vita dell'uomo — era giunta l'ora di completare il processo, in modo che D-o potesse di nuovo proclamare: — Sono arrivato nel mio giardino — questa volta, però, per sempre.
Durante il periodo in cui il Rebbe mantenne la leadership, il tema basilare su cui insisté principalmente rimase lo stesso: il ruolo che l'attuale generazione deve svolgere al fine di rendere questo mondo un luogo gradito per la dimora Divina.
Come si può definire D-o?
D-o.
La parola stessa apre un vasto panorama di opinioni e di emozioni.
Alcune persone credono in Lui con entusiasmo, altre non credono con passione mentre altre ancora professano l'agnosticismo.
Chi non ha un'opinione decisa in merito a D-o?
Si può discutere sulla questione per tutta la vita senza mai arrivare a una conclusione, perché probabilmente ciascuno darà una diversa definizione di D-o.
Molti di coloro che negano la Presenza di D-o in effetti ne rifiutano una falsa definizione;
se fossero posti di fronte a una descrizione accurata, quasi certamente si porrebbe fine alla discussione.
Una volta un rabbino stava cercando di persuadere una persona che si dichiarava atea a compiere una buona azione.
Nel tentativo di spiegare perché considerava tali gesti inutili, l'ateo disse: — Lei sa, rabbino, che io non credo in D-o —.
Rispose il rabbino: — Anch'io non credo nel D-o in cui lei non crede —.
Quando si tratta della parola D-o, nutriamo qualche preconcetto.
Alcuni fin dagli anni dell'asilo immaginano un uomo con una lunga barba bianca seduto su un trono in cielo che lancia strali infuocati quando ci si comporta male.
Per un bambino D-o può essere semplicemente una persona più autorevole e potente del padre.
Forse questa è un'immagine accettabile per un piccolo, ma chiaramente è errata quando è un adulto che concepisce D-o in termini tanto semplicistici e corporei.
È possibile che per alcuni la definizione di D-o si basi sulle opinioni e gli atteggiamenti di persone che si considerano religiose;
forse altri hanno un'immagine negativa di D-o a causa dell'ipocrisia con cui è stata loro presentata la sua figura a casa o a scuola;
forse ad altri ancora ispira sentimenti di caldo conforto per l'amore con cui se ne parlava in famiglia, o tra gli amici e gli insegnanti.
Ciò che si prova nei confronti di D-o è stato anche influenzato dai libri letti, dai corsi seguiti, dalla musica ascoltata e da innumerevoli altre componenti inerenti la personalità di ciascuno.
Prima di addentrarsi in una discussione su D-o è essenziale rimuovere i significati assunti dal termine nel corso dei secoli e le impressioni personali.
Soprattutto, però, perché è necessario definire D-o? Perché non è permesso a ciascuno dare la propria definizione personale?
Perché il nostro atteggiamento nei confronti di D-o non è una faccenda privata;
informa la maniera in cui ci comportiamo a casa e in pubblico, il modo in cui trattiamo le nostre famiglie e i colleghi di lavoro e la valutazione stessa del nostro ruolo nella vita.
Una persona che desideri cercare il significato profondo della vita deve chiedersi: che cos'è D-o?
Perché ho bisogno di D-o nella mia esistenza? La risposta a queste domande definirà, più di qualsiasi altra cosa, chi siamo e come viviamo, perché l'interrogarsi su D-o sta alla radice di tutto il comportamento umano.
Ogni definizione di D-o da parte dell'uomo, comunque, sarà limitata dalla soggettività della comprensione e dai limiti della conoscenza.
Al di fuori di noi stessi, non abbiamo schemi di misura, pertanto, prendendo il creato come modello, cerchiamo di trarre conclusioni riguardo a D-o;
ma abbiamo veramente la capacità di definire D-o? Cerchiamo di definire un D-o creato a immagine dell'uomo o un uomo creato a immagine di D-o?
Poiché D-o è il Creatore, l'uomo è fatto a sua immagine.
Poiché D-o è una realtà, deve essere definito secondo il suo metro, non il nostro.
Poiché ha creato anche le leggi della logica e della ragione non ha senso supporre che noi, le creature, abbiamo le possibilità e le capacità atte a definire il nostro Creatore.
Anche la macchina più sofisticata non può dirci nulla in merito all'ingegnere che l'ha progettata o le idee e le ragioni che lo hanno ispirato.
Se D-o è totalmente al di là della nostra capacità di comprensione, come possiamo stabilire una relazione con lui?
Prima di rispondere a questa domanda, esaminiamo il modo in cui ci poniamo in relazione e cerchiamo di comprendere la realtà che ci circonda.
Che cos'è la realtà
Prendiamo in considerazione le varie definizioni di realtà.
Dobbiamo prima di tutto ammettere che la realtà, come ogni cosa, è definita in base agli strumenti usati per valutarla.
Si può dire che la realtà consti solamente in ciò che sperimentiamo a livello dei sensi, ovvero in ciò che vediamo, sentiamo, gustiamo, tocchiamo o annusiamo?
Questa definizione non può essere precisa, poiché ignora il nostro intelletto e le emozioni.
La realtà è definibile allora in base alle nostre capacità di pensare e di provare sentimenti in aggiunta alle nostre capacità sensorie?
Anche questa definizione non è sufficiente perché non comprende il subconscio, che rimane parzialmente inaccessibile sia a livello cognitivo sia emotivo.
Non potremo mai definire la realtà nella sua totalità, perché comprende molto più di quanto i nostri limitati strumenti umani possano osservare o sperimentare.
Le creature costituiscono soltanto una porzione limitata della realtà;
esse non sono che una parte di un insieme molto più vasto e la parte non definisce il tutto, ma è il tutto a definire le parti.
Perché mai abbiamo un vocabolario così ampio quando parliamo di affari, di divertimenti o delle condizioni del tempo e invece, quando si tratta di parlare di noi stessi a livello intimo, abbiamo difficoltà a esprimere ciò che proviamo?
Non dovrebbe essere più facile manifestare le nostre emozioni piuttosto che le questioni superficiali?
Più il sentimento è intimo, più ci sembra difficile trovare le parole.
La ragione di questo paradosso sta nel fatto che lo strumento verbale è limitato e non può tradurre l'intensità delle espressioni profonde, intime.
Per comunicarle impieghiamo altri linguaggi: quelli della poesia, della musica e dell'arte, perfino il linguaggio del silenzio.
Si può stare davanti a un bel quadro e restarne colpiti, ma è possibile che le parole siano inadeguate a descrivere le nostre emozioni.
Analogamente, gli strumenti di cui disponiamo per definire la realtà sono insufficienti, però sappiamo che esiste realmente, così come sappiamo che il nostro essere interiore esiste, anche se non possiamo toccarlo o definirlo.
Forse siamo incapaci di definire l'amore, per esempio, ma nel ricevere un abbraccio affettuoso, chi può mettere in dubbio che l'emozione è reale quanto l'abbraccio stesso?
Per scorgere la verità, o intravedere la realtà, dobbiamo imparare a porre la nostra esistenza in una nuova prospettiva.
A causa dei limiti intrinsechi della natura, la nostra è un'osservazione unidirezionale, dall'esterno all'interno.
Ciò che i nostri strumenti umani sono in grado di registrare e percepire — a livello sensoriale, intellettuale ed emotivo — è soltanto un indicatore di quanto sta al di sotto della superficie.
Incominciamo dall'osservazione dei fenomeni fisici che ci circondano e successivamente usiamo la mente e i sentimenti per rimuovere gli strati esteriori cercando di comprendere le forze interne che determinano il comportamento della natura.
Se fossimo in grado di rimuovere tutti gli strati, potremmo incominciare a intravedere uno squarcio di verità.
Allo stato attuale delle cose, siamo in grado di percepire al massimo alcuni aspetti esterni della realtà, poiché non ci è possibile penetrare più all'interno.
Se non possiamo percepire nella sua completezza neppure la realtà, come possiamo avere una percezione di D-o?
Perché D-o desidera che gli uomini si muovano verso di lui, che lo cerchino e che si uniscano a lui.
Così, attraverso la Bibbia, D-o ha scelto di autodefinirsi, di permettere a noi di capirlo e di conoscerlo, concretizzandosi poi nelle nostre vite.
Quando D-o inviò Mosè a liberare il popolo ebraico dalla schiavitù egizia, questi gli chiese di definirsi perché il popolo credesse.
D-o rispose: — Sono colui che sono —. Con queste parole, D-o ha descritto l'essenza della sua realtà;
vale a dire, Egli esiste perché esiste. Gli esseri umani possono concepire l'esistenza solo come processo di causa ed effetto;
non si può comprendere o nemmeno immaginare un'esistenza che non sia definita, che non abbia una causa, che sia radicalmente diversa dalla nostra.
Il concetto di esistenza si basa sulla percezione empirica; una cosa è solo dopo che se ne è provata l'esistenza materiale.
D'altra parte, D-o non ha altra causa al di fuori di se stesso;
niente lo precede, esiste di per sé. L'essere di D-o deve esistere, perché è la vera realtà.
Pertanto, l'esistenza di D-o è senza paragoni, esiste senza possedere l'attributo dell'esistenza. È reale perché è;
ha una realtà che esiste in quanto tale: — Sono colui che sono —.
Non possiamo, perciò, definire D-o.
Chi volesse usare la mente umana per provare "senz'ombra di dubbio" che D-o esiste, non scoprirebbe D-o bensì un prodotto della mente umana.
Per conoscere veramente la natura di D-o, dovremmo essere come D-o.
Fu chiesto a un bambino piccolo, che sarebbe diventato un autorevole rabbino: — Dov'è D-o? —.
E lui rispose innocentemente: — Da qualsiasi parte lo lasci entrare —.
Per iniziare a capire D-o, allora, dobbiamo imparare a trascendere la nostra mente, il nostro ego, i nostri strumenti di percezione.
Solo allora D-o emergerà.
Guardare D-o con i nostri occhi, con il nostro intelletto, con la nostra logica sarebbe come cercare di afferrare la luce del sole col palmo della mano.
D-o non è definibile. Non possiamo trovare D-o, dobbiamo permettere a D-o di trovare noi, rimuovendo ogni ostacolo nella nostra vita che ne impedisca l'entrata: l'egocentrismo, la disonestà, l'ignoranza o la paura di riconoscere qualcosa di separato e di più grande di noi stessi.
Un filosofo stava discutendo dell'esistenza di D-o con un rabbino rispettato. Il filosofo riteneva che, benché ci fossero alcuni validi argomenti a prova dell'esistenza di D-o, ce n'erano molti altri ugualmente validi per negarla.
Trascorso un po' di tempo il filosofo giunse all'esasperazione: — Lei è un uomo saggio — disse al rabbino — perché mai resta irremovibile di fronte agli argomenti che mettono in questione l'esistenza di D-o? —.
Il rabbino sorrise: — La invidio — disse — lei è così immerso a ponderare l'esistenza di D-o che pensa sempre a lui, mentre io passo la maggior parte del mio tempo a pensare a me stesso —.
Con ciò, si lasciarono.
Il filosofo si sentì lusingato dalle osservazioni del rabbino, ma era tuttavia insoddisfatto perché la sua domanda non aveva avuto risposta.
Col passare del tempo, egli maturò e finalmente le implicazioni delle parole del rabbino lo colpirono: — In effetti — pensò — quel rabbino mi ha insultato. Il motivo per cui passo tanto tempo a ponderare l'esistenza di D-o è che io sono sicuro di esistere. Per il rabbino, l'esistenza di D-o è un dato di fatto; pertanto la questione è se il rabbino esiste e, se è così, perché? —.
D-o inteso come essenza della realtà assoluta, permette all'uomo di giungere a un'intuizione stupefacente: non c'è nessun altro al di fuori di lui o, più semplicemente, non c'è nessun altro.
Questa legge è cardine dell'esistenza: se si mette un oggetto che misura cento metri quadrati in uno spazio di cento metri quadrati, non rimarrà posto per altro.
Analogamente, se si ha un ente la cui misura è infinita, niente potrà occuparne lo spazio, in nessun tempo.
Lo stesso vale nel caso di D-o.
Benché si estenda al di là del limite concettuale di esistenza, la realtà assoluta di D-o riempie anche lo spazio intero dell'esistenza nella forma che conosciamo.
Ciò significa che non è dato nessuno spazio possibile ad altri tipi di esistenza o di realtà, che siano gli oggetti dell'universo fisico, le verità metafisiche che contempliamo o perfino noi stessi.
Si deve, quindi, concludere che nessuna di tali cose esiste?
No, perché D-o ci ha detto che esistono, ma non hanno una realtà autonoma;
esistono soltanto in quanto estensioni o emanazioni dell'energia Divina, la parte creata di una realtà assoluta, molto diversa da ciò che la nostra mente possa percepire e da quanto tutti i nostri strumenti siano in grado di provare.
Per capire questa realtà assoluta ed entrarvi, dobbiamo imparare a sospendere le nostre rigide percezioni umane e permettere a noi stessi di sviluppare maniere nuove di vedere, di pensare e di credere.
A tale scopo dobbiamo, in primo luogo, avere timore di D-o.
Perché esistiamo?
Una volta riconosciuto D-o come realtà assoluta, si deve interrogare l'esistenza umana.
Sappiamo di esistere perché D-o ce l'ha detto, ma sappiamo anche che nulla ci dice che dobbiamo esistere.
Se una persona non fosse venuta al mondo, con ogni probabilità l'universo di D-o non avrebbe cessato di esistere.
Invero, se l'intera nostra esistenza non avesse mai avuto luogo, la realtà assoluta di D-o non ne sarebbe rimasta intaccata.
La creazione di ciascuno di noi è quindi la maniera in cui si esprime la scelta di D-o in favore della nostra esistenza.
Nessuno di noi è al mondo per caso; siamo qui perché D-o desidera la nostra esistenza.
Ma perché?
D-o ha creato l'universo e tutta la vita nella forma in cui la conosciamo per soddisfare il suo ideale in qualità di architetto Divino: D-o desiderò di avere una dimora nei mondi inferiori.
Egli creò la terra, la natura e gli esseri umani.
È nostro dovere utilizzare ogni risorsa allo scopo di rifinire e perfezionare il mondo materiale, facendone una dimora degna di D-o.
Questo è lo scopo della vita umana. Per realizzarlo D-o ha creato il mondo inferiore, il nostro che è il più basso, poiché al di sotto nulla esiste.
È un mondo in cui inizialmente la realtà esistenziale di D-o è offuscata, mentre la realtà umana è considerata primaria.
Perché D-o ha scelto di nascondere la sua paternità del mondo?
Per far sì che l'uomo esista veramente, perché eserciti la sua facoltà di scelta e perché possa sentirsi indipendente.
Se così non fosse, la nostra esistenza sarebbe priva di significato;
saremmo come marionette manovrate da fili.
D-o ha creato invece un mondo agnostico, in cui la sua realtà non è visibile.
Ha celato la sua Presenza così efficacemente che percepiamo noi stessi come se fossimo la sola oggettività.
Pur essendo consci del concreto Cospetto di D-o, ne percepiamo l'esistenza come qualcosa di estraneo e di esterno, una sorta di realtà sovrapposta.
Al contrario, D-o è la sola realtà mentre la nostra vita si colloca all'esterno.
Un succedersi di livelli di comprensione divide la nostra sostanzialità sensibile dalla sostanzialità assoluta dell'energia Divina.
Si tratta forse di un gioco in cui D-o si diverte a nascondersi all'occhio umano?
No, si tratta piuttosto di un dono, di un'opportunità che ci è data allo scopo di familiarizzare con lui.
Per scrivere, un bambino deve imparare l'alfabeto. Così anche noi prima di arrivare a comprendere la luce risplendente della realtà di D-o, dobbiamo dare ai nostri occhi il tempo di abituarsi alla luce naturale che ci circonda.
Solo allora potremo usare la nostra luce per scrutare attraverso i numerosi livelli di una realtà più profonda.
Se però tutta la nostra esistenza si basa sul principio che D-o cela la sua presenza, come possiamo sapere che la nostra esistenza sia effettivamente riconosciuta dal suo sguardo?
Come possiamo avere la certezza che stiamo agendo al fine di perfezionare il mondo materiale?
Nella Torah, D-o ci dice che desidera essere conosciuto da noi, ma come è possibile conoscere un D-o che è totalmente remoto?
Ciò che facciamo importa veramente a D-o?
La risposta a queste domande consiste nel comprendere il procedimento misterioso e complesso con cui D-o ha creato l'esistenza umana.
D-o, che è in sé indefinibile e indescrivibile, ha scelto di creare l'uomo e di porlo in un mondo fisico definito e descrivibile.
Ha anche scelto di manifestarsi in questo mondo per mezzo delle leggi della logica che Egli stesso ha creato, tramite il prodigioso piano della natura e di ogni creatura e tramite la Provvidenza Divina.
Tutti hanno la possibilità di accedere all'esperienza degli Attributi Divini, in modo da iniziare a comprendere D-o e stabilire una relazione personale con lui.
Poi impareremo ad astrarlo, ma solo alla fine ci renderemo conto che D-o rimane comunque al di là di qualsiasi astrazione.
Certamente esistiamo nella prospettiva di D-o e ciò che facciamo gli sta a cuore;
non perché dobbiamo esistere o perché D-o abbia la necessità di noi, ma perché ha scelto così.
Pertanto, il suo interesse nei nostri riguardi è assoluto, non è arbitrario e non ammette compromessi.
Il fatto che D-o ha celato la sua Presenza in modo tale da lasciarci provare l'indipendenza della nostra esistenza non significa che non esistiamo dal suo punto di vista.
Il celarsi della Presenza di D-o non è un'assenza di luce;
ci troviamo, piuttosto, di fronte a una situazione simile al caso di un contenitore che nasconde al nostro sguardo ciò che contiene, all'interno del quale, però, si trovano la luce e l'energia pura di D-o.
Non abbiamo, tuttavia, un'esistenza autonoma perché non c'è nessun altro al di fuori di lui.
Con lui, però, siamo; invece, non è reale recepire il nostro esistere in quanto unicità manifesta.
Non è dato all'intelletto umano il comprendere come D-o celi la sua Presenza permettendoci, al tempo stesso, un'esistenza autonoma, ma questo mistero non deve costituire un limite nel rapportarsi con D-o, bensì uno stimolo vivificante, poiché dimostra una volta di più la lontananza di D-o dal nostro quotidiano, inducendo un ulteriore timore nei suoi confronti unito al desiderio di avvicinarci a lui per integrare la sua realtà nella nostra vita.
Per unirci a D-o dobbiamo combinare entrambe le prospettive, quella di D-o e la nostra.
In primo luogo, dobbiamo usare al massimo la mente e il cuore per scoprire e comprendere D-o per quanto ne siamo capaci;
in seguito accettare che la mente umana non è tutto e che, a causa dei limiti della nostra percezione, alcune cose stanno al di là della nostra comprensione.
Questo riconoscimento ci mette in grado di rapportarci meglio al mistero dell'esistenza di D-o, riconoscendo il paradosso di un D-o che sta al di là della realtà a noi nota, mentre nello stesso tempo comprende tale realtà.
Vuol dire che D-o è in grado di creare sia il finito che l'infinito, sia le cose fisiche che quelle trascendenti perché è al di là di entrambe, non è né definito né indefinito.
Attraverso la contemplazione di tale mistero ci eleveremo a un livello completamente diverso e, soprattutto, imposteremo una relazione con D-o secondo le condizioni da lui stabilite.
Dal momento che D-o desidera che ci uniamo a lui, ha creato a tal fine un processo elaborato e raffinato.
Si inizia esaminando se stessi e interrogandosi, quindi affrontando, a livello emotivo, il dolore esistenziale che si prova andando alla ricerca di un significato.
È importante eliminare qualsiasi nozione antropomorfica che si potrebbe dedurre da questi concetti e dalle loro analogie.
Essi vanno intesi in termini privi di riferimenti spaziali e corporei.
La Bibbia parla il linguaggio dell'uomo solo affinché quest'ultimo abbia la possibilità di farsi un concetto di tali idee.
Ma bisogna sempre ricordare che questi termini e questi concetti devono essere spogliati di qualsiasi connotato temporale, spaziale o corporeo, perché nessuno di essi può imputarsi al Divino.
Lentamente, si scala l'arduo monte rappresentato dalla realtà, passo dopo passo, rispondendo a talune domande e scoprendone altre, trovando continuamente risposte più profonde, finché non riusciamo finalmente a instaurare un rapporto con D-o, unendoci a lui.
Ci si renderà conto che non è possibile definire D-o, si accetterà che è al di là di qualsiasi definizione e che neppure dicendo al di là di qualsiasi definizione si riesce a esprimere la sua indefinibilità: in un mondo di definizioni e paradossi, riconosciamo D-o che si situa al di là di tutte le definizioni e di tutti i paradossi.
Ogni cosa che ha posto nell'universo possiede due dimensioni, una interna e una esterna.
Nel corso del tempo, arriviamo a capire questa dicotomia all'interno di noi stessi.
Riconosciamo che, benché il corpo rappresenti la nostra dimensione più visibile ed esteriore, è la nostra dimensione interiore, le nostre emozioni, i nostri desideri e le nostre aspirazioni, cioè la nostra anima che è molto più importante.
Dobbiamo abituarci a guardare l'universo nello stesso modo, trasformando la prospettiva della nostra visione dall'esterno all'interno nel suo opposto.
Invece di fare attenzione per prima cosa all'esteriorità muovendoci verso l'interiorità, dobbiamo imparare a considerare questa dimensione come la nostra forza primaria in modo da divenire in grado di farne il punto di partenza per comprendere e valutare l'esterno.
Non è un compito semplice, dal momento che per nostra natura potremmo passare tutta la vita a osservare l'universo e ciò che ci circonda dall'esterno.
All'inizio, riuscire a conoscere un D-o che è così diverso da noi può sembrare un'impresa impossibile.
Ma Egli stesso ci ha dato la capacità di parlare di lui e ci ha detto che dobbiamo farlo.
Possiamo trovare D-o dentro di noi, e possiamo perfino trovare quel D-o che sta ben al di là di noi.
Il nostro dovere e la nostra sfida maggiori stanno nel riconoscere la differenza fra la realtà umana e quella Divina, accettando le opportunità che D-o ci ha dato per passare da una realtà all'altra.
Come è possibile stabilire un rapporto con D-o?
Per trovare D-o, dobbiamo lentamente abituarci a una crescita spirituale.
Per farlo è bene salire un passo alla volta, fino al punto in cui cominceremo a vedere l'universo in una prospettiva spirituale e, alla fine, dal punto di vista di D-o.
Questo viaggio completa il circolo della nostra missione cosmica che comincia da D-o e finisce in D-o, esaudendo così la visione del nostro Creatore.
Il primo passo da compiere in tale processo consiste nel prendere semplicemente atto di una realtà che è molto lontana da noi stessi, riconoscendo, piuttosto, che la nostra non è vera in sé, ma è un'estensione dell'energia Divina.
Il secondo passo lo si compie facendo di questo mondo una dimora accogliente per D-o.
Infine riusciremo a unire entrambe le realtà, la nostra e quella di D-o.
È possibile percorrere questo processo vivendo un'esistenza al servizio di un obiettivo spirituale facendoci guidare dall'anima — il nostro livello interno — per dirigere il corpo — la nostra esteriorità — verso un fine superiore.
È possibile che una persona viva la maggior parte della sua vita mangiando, dormendo, guadagnandosi da vivere, divertendosi o curando comunque i propri bisogni materiali.
Ma se si fa tutto ciò allo scopo di poter dedicare il poco tempo che rimane alla preghiera, allo studio, alla carità e ad altre attività al servizio di D-o, si sta trasformando attivamente l'essenza della natura intima della propria realtà fisica.
Aprendo la nostra mente a una nuova possibilità — che la nostra realtà umana è solo una piccola parte di una realtà che avvolge il tutto — saremo in grado di superare i limiti della nostra esistenza.
Cominceremo a imparare a pensare come D-o stesso; sapremo come abbracciare la fede e la ragione, l'indipendenza e l'unità.
Una volta superati i limiti del pensiero umano, saremo in grado di integrare questa conoscenza superiore nella nostra vita fisica, nella nostra logica, nelle nostre emozioni e, soprattutto, nella nostra condotta.
Ci insegnano i saggi che come Egli è benigno e misericordioso, così tu sarai benigno e misericordioso.
Una condotta che segue il modello Divino crea un'unità fra l'uomo e D-o, realizzando l'obiettivo per il quale siamo stati messi al mondo.
La nostra prospettiva volge al cambiamento; cominciamo a intravedere la luce che sta dentro al contenitore.
Riconosciamo D-o in tutto ciò che ci sta intorno; quando mangiamo, capiamo che ci stiamo nutrendo al fine di avere le forze necessarie per assolvere compiti elevati e Divini;
ci rendiamo conto che ogni oggetto può e deve essere utilizzato con un fine Divino che trascende la mera soddisfazione dei nostri bisogni.
Il nostro tavolo è destinato allo studio, il nostro soggiorno alla conversazione produttiva e allo scambio.
Il nostro lavoro non è più soltanto un mezzo per guadagnarci da vivere, ma un'occasione per comportarci più rettamente ed eticamente, introducendo D-o nel mondo.
Un medico riconosce la meraviglia divina nel corpo umano e un ingegnere vede nel suo lavoro il riflesso del disegno e dell'unità divina.
E infine si impara a essere sensibili alla Provvidenza Divina, a riconoscere che ogni cosa, dal vento che fa tremare una foglia, al movimento delle galassie, è guidata dalla mano di D-o.
Invece di osservare la vita dall'esterno all'interno, si apprende a guardarla dall'interno all'esterno.
Nei viaggi d'affari o in vacanza, invece di preoccuparci degli aspetti esteriori della gente che incontriamo o delle cose che vediamo, esaminiamo la vita a un nuovo livello di realtà domandandoci: — Perché D-o mi ha portato qui? Quali lezioni profonde devo imparare da questo incontro? —.
Se incominciamo a cercare un significato in tutto ciò che ci accade, la vita diventerà più significativa. Le nostre azioni giornaliere assumeranno un nuovo valore. Mano a mano che procediamo a rimuovere i numerosi veli che oscurano la realtà Divina, il nostro intelletto e la nostra percezione diventeranno più acuti.
Inizia a emergere il mondo reale, non più avvolto dalla confusione e dall'oscurità ma lambito dalla luce di una conoscenza superiore.
A questo punto, avremo concluso un'impresa senza precedenti: pur affermando la nostra esistenza, avremo riconosciuto in noi stessi la manifestazione di D-o;
inoltre, avremo introdotto una nuova energia in questo mondo inferiore e contribuito a rivelare l'essenza di D-o in un universo che in origine si considerava indipendente e opposto a D-o;
avremo riconosciuto che il nostro mondo, che all'apparenza è privo di causa, può essere stato portato alla luce soltanto da un D-o indefinito e indefinibile, che non è sottoposto a nessuna causa.
Per rendere compiuta la sua creazione, l'architetto Divino ha fornito un modello, una carta geografica che illumina i molti sentieri tortuosi e oscuri del mondo. Questa carta geografica è la Bibbia, che dà al genere umano le direttive per vivere una vita ricca di significato profondo, mettendoci a disposizione gli strumenti per penetrare al di là delle cortine esteriori dell'universo fisico e per scorgervi la Divinità.
Ci mostra le buone azioni che ogni persona deve compiere, i mezzi con cui perfezionare la vita e l'ambiente. Ogni essere umano ha un compito, un angolo dell'universo da migliorare e da preparare al fine di renderlo dimora per D-o, sia egli un medico o uno scienziato, un impiegato o un camionista, un genitore o un insegnante.
Quando il cosmo intero arriverà a comportarsi secondo le intenzioni del suo Creatore, entreremo nell'Era Messianica, il tempo della redenzione e della rivelazione universale del Divino. Mettendo da parte i nostri impulsi egocentrici e muovendoci verso D-o, ne trarremo solo vantaggi.
Poiché la nostra permanenza sulla terra è transitoria — così come le nostre occupazioni, le nostre ricompense e i nostri obiettivi materiali — quando uniamo la vita a una realtà vera ed eterna, ogni attività e successo diventa altrettanto vero ed eterno.
D-o ha creato ciascuno fornendogli doti uniche. La nostra missione sulla terra, al cui compimento siamo stati preposti, può essere eseguita solo da noi; abbiamo la responsabilità di prendere coscienza ciascuno della propria missione, dirigendo tutte le energie a questo scopo.
Paradossalmente, la nostra vita inizia ad acquistare un significato solo quando avremo scoperto quanto, da sola, ne sia priva in rapporto all'esistenza di D-o, però, quando ci mettiamo in sintonia con la prospettiva di D-o, ci accorgiamo che la nostra vita non potrebbe essere più significativa di così.
Spesso sentiamo che molti pongono in discussione l'esistenza di D-o. È interessante notare come le persone tendano a interrogarsi a questo proposito con molto più rigore di quanto non s'interroghino riguardo a molti altri aspetti della loro vita stessa.
Pensiamo a quante volte facciamo affidamento sull'esperienza altrui per prendere decisioni fondamentali e accettiamo il giudizio di medici e di scienziati, nonché il consiglio di persone che ci dicono come bisogna mangiare e dormire, giocare e lavorare, che cosa indossare e come comportarsi.
Quante volte ci siamo preoccupati di prendere in esame la ricerca di cui fa uso il medico e che sta alla base della sua prognosi, o di ispezionare la cucina di un ristorante in cui mangiamo?
Quando la questione riguarda D-o, tuttavia, siamo molto più puntigliosi. Perché d'un tratto diventiamo così rigorosamente logici? Forse non temiamo l'enorme responsabilità che ricadrà su di noi nel momento in cui accetteremo la missione Divina di condurre una vita ricca di significato profondo?
La gente oggi parla di D-o, del bisogno di ritornare a perseguire valori più elevati e di avere una maggiore coscienza della propria missione spirituale sulla terra con molta più frequenza di un tempo.
Tutto questo mostra le buone intenzioni, ma ora è giunto il momento di fare qualcosa in merito, di agire. Lasciamo entrare D-o nella nostra vita; non è difficile. D-o pretende da noi solo una piccola apertura, grande quanto la cruna di un ago, per mezzo della quale Egli ci spalancherà l'ingresso di una realtà assoluta.
Dedichiamo a D-o anche solo un limitato angolo della nostra vita, ma usiamolo esclusivamente a questo scopo.
Siamo la generazione che completerà il processo che porterà all'emergere della piena consapevolezza della presenza di D-o nel mondo. Solleviamo finalmente il velo che ha avvolto la Presenza di D-o per tanto tempo. Siamo stanchi del travestimento; stiamo aspettando la verità e così anche D-o.
Non facciamolo aspettare ancora a lungo.
Quando il Rebbe era un bambino di appena due anni e mezzo, la madre una sera andò a controllare che il piccolo dormisse. Con sua grande sorpresa, non lo trovò a letto. Si mise allora a cercarlo per la casa, ma senza risultato.
Alla fine, si risolse a guardare in una stanza che la famiglia usava per la preghiera e trovò il bambino in piedi, che oscillava avanti e indietro nell'atto di pregare.
Durante tutta la vita, il Rebbe, dovunque si recasse, portava sempre con sé il suo libro di preghiere.
(Tratto da Il significato profondo della vita. Il pensiero ebraico nelle parole di un grande maestro: il Rebbe M.M. Schneerson di S. Jacobson)