Dove era D-o ad Auschwitz? Questa ossessione per la presenza del divino nel male, il bisogno di capire se sia o no possibile credere in un D-o misericordioso, creatore dell'uomo a sua immagine, che ha ascoltato — come ci racconta la Haggadà — il grido di dolore del suo popolo schiavo in Egitto (che stava molto meglio che nell'Europa nazista); la necessità di trovare una risposta alla domanda di Giobbe "perché il malvagio prospera e il giusto soffre?" crea oggi, come nel passato, profonda angoscia.

Anche al tempo della cacciata dalla Spagna, per esempio, ci fu chi vide — come certi fondamentalisti ebrei contemporanei — un abbandono temporaneo da parte di D-o del suo popolo, alle leggi della storia. Non tanto, forse, per punizione, quanto per logica conseguenza di scelte: chi sceglie di vivere secondo le leggi del mondo e dell'uomo non può attendersi — nel bene e nel male — un trattamento diverso da quello imposto dal mondo degli uomini.

Proprio per questo, può essere utile pensare alla Shoah — che in ebraico significa cataclisma — come la conseguenza di una guerra che ha coinvolto — coscienti o no — chi appartiene a campi avversi: nel caso specifico, coloro che concepiscono l'uomo come operatore del mondo materiale e coloro che lo concepiscono, invece, come operatore del mondo spirituale.

Questi due campi, questi due eserciti hanno un nome: paganesimo e monoteismo.

Il paganesimo, nonostante il suo importante contributo filosofico e ideale alla civiltà, esprime la prima vocazione; il monoteismo, col suo sforzo di santificazione della società e della materia stessa, esprime la seconda; da qui lo scontro fra Caino e Abele, fra Esaù e Giacobbe; da qui la definizione di Israele come nazione santa e popolo di sacerdoti che non sarà contato fra le nazioni; da qui, se volete, il dissidio fra i sostenitori dello stato ebraico e i sostenitori dello stato degli ebrei, fra coloro che vedono Israele moderno come una entità sacra, la cui esistenza dipende dal rispetto di un certo comportamento trascendentale e morale e coloro che ritengono, invece, indispensabile, per la sopravvivenza degli ebrei, la loro normalizzazione, attraverso l'umanesimo, il nazionalismo e il laicismo.

Un curioso esempio di queste contrastanti posizioni lo abbiamo nell'uso, in Israele, di un passo tratto dal salmo 113 dell'Hallel di Pesach. Il salmo dice: "Israel betach bahashem, ezram umaghinam hu" traducibile con "Israele confida nel Signore, suo aiuto e difensore". Questa antichissima dichiarazione di dipendenza dell'ebreo dall'intangibile, diventa negli stickers delle automobili israeliane: "Israel boteach bezahal, Ezram umaghinam hu" cioè, "Israele confida in Zahal — l'esercito — suo aiuto e difensore".

Il processo di materializzazione del sacro fra gli ebrei non deve sorprenderci. Esso rappresenta la normalità, non l'eccezione nel comportamento umano. L'uomo, proprio per la limitazione dei suoi sensi, ha bisogno di rendere palpabile l'immateriale, di crearsi strumenti concreti, visibili, maneggiabili per il contatto con il sacro, che in ebraico è espresso col termine Kadosh. Termine che non significa santo ma ciò che è fuori dal tempo e dallo spazio; l'opposto di tutto quanto sta, invece, dalla parte, per così dire, esterna al tempio, il profano.

Ciò che è strano, tenuto conto di questa tendenza della natura umana, è lo sforzo dell'ebraismo nel volere testimoniare con la propria sopravvivenza e comportamento, l'esperienza di una realtà unica, attiva, non visibile, non materiale, da cui dipende la sopravvivenza dell'intero creato. Una modifica significativa della famosa formula di Cartesio "penso, dunque esisto" che nella tradizione cabbalistica diventa: "D-o pensa, dunque io esisto".

Si tratta di un messaggio rivoluzionario molto scomodo, che proclama la spiritualizzazione dell'uomo e della materia stessa, attraverso il rispetto di un codice morale che, per l'ebreo, è quella della Torah e per i gentili, i sette comandamenti noachidi. Esso, fra l'altro, avvicina l'ebraismo all'Islam più che ad altre fedi nella lotta contro l'idolatria moderna. Idolatria non più intesa solo come attribuzione di poteri alla natura o agli artefatti dell'uomo, ma anche alla legittimità, ai valori, alle pretese di obbedienza di quelle creazioni intellettuali che sono le ideologie moderne.

In altre parole e per tornare all'immagine della guerra, si tratta di una lotta a morte fra il monoteismo di cui gli ebrei formano le truppe scelte e i "mostri freddi" dello stato ideologico, degli idoli di classe, della razza, del materialismo, dell'individualismo. Si tratta di una lotta contro tutti i Moloch moderni, investiti dalla mente umana di autorità, legittimità e moralità selettiva assoluta.

La rivoluzione francese ha segnato una tappa decisiva nello sviluppo di queste forme di paganesimo ideologico moderno. Permettendo alla ragione di trasformarsi, con l'aiuto dello storicismo e del romanticismo, in un fine a se stessa, piuttosto che rimanere uno strumento per chiarire il più vero dal più falso, essa ha contribuito alla nascita di quelle forme di "democrazia totalitaria" — secondo la definizione di Yaakov Talmon — da cui si sono sviluppati i regimi responsabili della distruzione dell'ebraismo europeo e della schiavitù dei popoli alle nuove religioni senza D-o.

Non c'è, dunque, da stupirsi se il monoteismo, di cui l'ebraismo è custode e testimone, sia stato visto come il principale nemico da queste chiese idolatre. Anche quegli ebrei che coscientemente o incoscientemente collaboravano con le nuove dottrine politiche si sono così trovati coinvolti nella guerra — per usare l'espressione biblica — fra l'Avodat Hashem — il servizio del divino — e l'Avodah Zarah — il servizio straniero.

In un contesto del genere, il linguaggio militare della Bibbia, su cui vorrei soffermarmi brevemente, ci può aiutare a comprendere un aspetto poco pubblicizzato della Shoah.

Si tratta di un linguaggio pratico e allegorico al tempo stesso, presente in tutto il racconto biblico: da quello che descrive l'organizzazione del popolo e del culto dopo l'uscita d'Egitto a quello utilizzato talvolta dai profeti nella descrizione delle loro visioni; dalla liturgia quotidiana, alle procedure di annuncio di istruzioni collettive.

L'accampamento, con al centro la tenda dell'incontro, è simile a quello della legione romana. Gli strumenti che chiamano il popolo al servizio di D-o sono gli stessi che lo adunano per la battaglia, che lo mettono in marcia o lo fanno sostare nel deserto. Il Signore è anche Adonai Zevaot, D-o delle schiere, celesti e terrestri. La più solenne preghiera che gli ebrei recitano in comune, il Kaddish, o santificazione del nome, ha una squisita, quasi impertinente, connotazione militare. Quando viene pronunciata per commemorare un morto, lo scopo non è tanto di ricordare lo scomparso ma di rinforzare — per così dire — il morale del comandante degli eserciti per la perdita subita con il decesso di un suo soldato.

Questo linguaggio militare mi sembra avere un rapporto esplicativo con la Shoah. Se essa è percepita — come Hitler la percepiva — come la necessaria conseguenza dello scontro finale fra monoteismo e paganesimo, fra due legittimità di valori assoluti e di potere mutualmente esclusive, allora non possiamo più guardare ad Auschwitz come un campo di sterminio, come un immenso mattatoio di ebrei imbelli, indifesi, e dal nostro punto di vista innocenti. Dobbiamo guardarlo — ed è un punto centrale e ricorrente di quegli storici revisionisti che se non negano la Shoah, tendono a giustificarla con la dura legge della guerra — e guardare agli altri luoghi di sterminio, come altrettanti campi di battaglia. Come a Canne o a Verdun, come a Stalingrado o a Hiroshima, si è combattuto per opposte idee, interessi o fedi. E da che mondo è mondo, tutti i campi di battaglia sono coperti di cadaveri.

Gli ebrei erano certo dei combattenti — disarmati di proposito da un nemico che univa alla crudeltà e alla violenza anche la vigliaccheria della bestia ariana e fascista. Ma non dimentichiamo che là dove la lotta fu più atroce, essi erano obbligati a vestire un'uniforme. Le fosse comuni in cui sono stati sepolti o la terra che copre le loro ceneri, resta la prova della più dura vittoria riportata da Israele nella sua storia. Vittoria, non sconfitta, poiché le guerre — come le battaglie — si vincono con la sopravvivenza sul nemico.

Sotto il profilo militare, il popolo d'Israele è uscito ferito ma vincitore dallo scontro ineguale e titanico contro l'idolatria ideologica che aveva bisogno della sua distruzione per poter imporre e legittimare la propria fede pagana.

L'interrogativo che la Shoah pone oggi agli ebrei, a quelli di Gerusalemme come a quelli di Babele — d'Israele e della diaspora — non è perciò tanto come perpetuare la memoria dei caduti ma come gestire la vittoria per la quale hanno pagato un prezzo così alto.

Lasceranno questo compito all'Islam, che alla battaglia contro i mostri sacri delle ideologie moderne non ha partecipato in passato e oggi si arroga il diritto di essere il solo, legittimo difensore dell'unicità di D-o contro l'idolatria materialista e la schiavitù dell'uomo per mano dell'uomo?

Ci ritireremo sotto le tende del ricordo, faremo della conservazione dei cimeli della Shoah, da Yad Vashem a quelli di Washington, la nostra principale attività ebraica? Continueremo a sentirci ebrei principalmente grazie all'antisemitismo, inventando o gonfiando, per comodità e per attirare l'attenzione dei media pericoli reali ma minori? Certo è più comodo sentirsi ebrei per via di un nonno deportato che sentirsi ebrei perché si mettono i Tefillin al mattino o si studia l'ebraico invece del cinese o del tedesco.

La vera questione è sapere se lasceremo o no al nemico nazi-fascista e marxista sconfitto, al materialismo sfrenato del libero mercato, condizionare la nostra identità. Se chiederemo ai giovani di trasformarsi in custodi dei forni crematori o in difensori delle frontiere della patria monoteista.

Ricordare Amalek è solo una delle 613 Mizvot della Torah. Le altre ci chiedono di agire o di non agire in testimonianza di un principio di unità, informatore dell'universo. La scienza oggi non osa più negarlo ma non accetta, come l'ebraismo, di sottoporsi a una astratta disciplina morale.

Eppure, mai come alla fine di questo secolo le condizioni per diffondere il messaggio monoteista ebraico sono state più favorevoli. Non mi riferisco soltanto alla prova di vitalità data dalla creazione e dallo sviluppo dello stato di Israele, anche se alcuni tendono a ingigantire la minaccia delle tendenze idolatriche che i suoi abitanti si sono portati dietro dalla diaspora, non diversamente da come avevano fatto i nostri padri uscendo dalla schiavitù d'Egitto.

Il merito del sionismo, con tutti i suoi errori e contraddizioni, resta nell'aver dimostrato dopo 1700 anni, cioè dal tempo dell'ultima rivolta armata contro i romani, che la caccia all'ebreo non è più un'attività gratuita e proficua. Se qualcuno nel presente e nel futuro vorrà impegnarsi in questo vecchio sport antigiudaico, sa ormai, assieme agli insegnamenti e agli eroismi della Shoah, i meriti del movimento di liberazione politico ebraico. Non lasciamoli sminuire o denigrare da chi, oltre a non aver partecipato a questa epopea di fede e di gloria, crede di poterne godere i frutti, contestandone la legittimità.

Le condizioni nuove e favorevoli a cui mi riferisco, sono quelle offerte dalla possibilità di sviluppo, di affermazione, di rinascita dell'era post-industriale e post-nazionale in cui stiamo entrando, al genio monoteistico ebraico. Sta a noi, soltanto a noi, saperle usare a beneficio nostro e degli altri.

È stato detto che non sono gli ebrei a custodire il sabato, ma il sabato a custodire gli ebrei. La ragione è evidente: l'identità ebraica non è funzione del territorio, ma del tempo. Gli ebrei sono ebrei non perché sono vissuti in una terra promessa. Una terra che — è bene ricordare — non appartiene a loro ma a D-o e dalla quale — secondo la Torah — possono essere "vomitati" se non lo amano con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutti i beni. Sono ebrei, perché santificano gli stessi tratti di tempo, indipendentemente dal luogo della loro residenza.

In questo senso, l'ebraismo ha preceduto moralmente e intellettualmente altri popoli nell'era post-industriale. È comprensibile che chi è legato al territorio e alle sue ricchezze naturali, attribuisca poteri soprannaturali alle fonti del suo sostentamento e della sua potenza politica.

È perciò naturale che incontri difficoltà ad affidarsi all'immateriale fino al punto — come impone la Torah — di rinunciare a coltivare la terra un anno ogni sei.

Ciò che nel passato — e anche nel presente — è stato ragione di debolezza si è trasformato in condizione privilegiata in un mondo che trae le sue nuove fonti di potenza da fattori, come l'informazione, la scienza e la tecnologia che non conoscono confini territoriali.

Sacralizzare, moralizzare questi fattori non è solo un problema per reti informatiche "autocreatrici" come l'internet. È uno dei problemi generalizzati dell'umanità, ancora condizionata da valori religiosi, sociali e politici dell'era agricola e industriale, e timorosa di affrontare le sfide materiali e morali dell'interdipendenza.

L'ebraismo può diventare un modello di fede per l'avvenire, con la sua metodologia di impiego del tempo libero attraverso lo studio, col suo sistema applicativo delle regole morali al quotidiano concreto — quel sistema di Halakhah che finora nessun popolo ha accettato — con la sua passione per la discussione e il suo approccio elitista alla vita e alla società.

L'ebraismo è un sistema di vita, monoteista e totalizzante, che — contrariamente a quello dei fondamentalisti islamici — non si sente obbligato ad affrontare i problemi dell'avvenire sulla base dei modelli passati, anche se assistiamo allo sviluppo in esso di tendenze radicali medievali. Allo stesso tempo non è scritto da nessuna parte che gli ebrei contemporanei siano capaci di prendere il posto che spetta al monoteismo ebraico nella storia dell'umanità.

Un posto che essi cedettero in passato al cristianesimo che oggi mostra un acuto interesse per la rivalutazione delle due radici ebraiche. Anche le condizioni socio-politiche ed economiche sono ben diverse da quelle dell'epoca di Tito e di Adriano.

Gli ebrei non sono più come allora, un popolo di agricoltori e di pastori sotto dominio coloniale. Non sono come volevano i marxisti un popolo classe e ancor meno un popolo razza come volevano i nazifascisti. Sono una nazione libera e forte, uscita vittoriosa dalla più grande guerra della sua storia contro l'imperialismo pagano.

Sono il più progredito, multietnico gruppo del terziario avanzato, ricco, anzi straricco di materia grigia; la vera fonte di potenza del futuro. Con un milione di studenti universitari, il vero problema è di sapere in quale misura questa massa di cervelli contribuirà alla civiltà ebraica oltre che a quella dei gentili.

Non a caso l'identità e la coscienza ebraica si è formata generazione dopo generazione, nello studio dei testi talmudici. Testi che gli ebrei contemporanei, nella loro maggioranza, ignorano ma che sono diventati dei best seller in Francia come in Corea. Lo studio dello Zohar si è diffuso al di là dei chiusi gruppi cabbalistici. Il pensiero investigativo e rivoluzionario di Mosheh Haim Luzzatto, da Padova (1707-1746), censurato dall'oscurantismo dei rabbini di Venezia, si sta diffondendo, non solo nel mondo ebraico, come una delle grandi interpretazioni del sistema cosmologico.

Questi testi sono ormai alla portata di tutti, in lingua originale e in traduzione, stampati e registrabili su cassette. Il numero delle persone che parlano ebraico nel mondo è oggi superiore a quello di chi parlava inglese al tempo di Shakespeare. Il sistema di comunicazioni moderno elimina le distanze fra Gerusalemme e Babele ed è in grado di offrire a chi lo vuole, la scelta, in casa propria, dell'insegnamento ebraico dei migliori maestri.

Gli strumenti e le condizioni, la libertà e l'apprezzamento intellettuale altrui, ci sono. L'ora è quindi giunta di ripensare molti luoghi comuni, compresi alcuni diffusi dai professionisti della Shoah, e chiedersi se esiste o no la volontà di rimettere il popolo e la civiltà ebraica in marcia.

Non si deve fare troppo caso alle statistiche di matrimoni misti, ai sondaggi di opinione sull'assimilazione, all'importanza dei soldi raccolti o non raccolti per soddisfare i bisogni materiali delle comunità della diaspora o di Israele. Non si deve neppure ingigantire il nemico, come fecero gli esploratori che Mosheh inviò a perlustrare la terra di Canaan.

Meglio guardare alla lunga gloriosa, stupenda strada percorsa dall'ebraismo e dire con Herzl, che in fatto di saggezza e lungimiranza di critici ebrei in pantofole e poltrona era esperto: "se lo vorrete, non sarà un sogno."

Dan V. Segre