Nella tradizione corrente quello ebraico è considerato il popolo del libro per eccellenza: Bibbia, non a caso, è appunto "il" libro. Una tale espressione, però, difficilmente corrisponde a una plausibile autodefinizione ebraica. Bibbia, in ebraico, è Miqrah, lettura, con questo già indicando la priorità dell'aspetto verbale/orale su quello scritto. E la parte più importante di questa, il Pentateuco, il vero riferimento di dottrina e di comportamento del popolo ebraico, è Torah, l'insegnamento, per eccellenza una forma di trasmissione prioritariamente orale e interpersonale, in presenza.

È su questo termine che gira gran parte della riflessione ebraica, del pensiero rabbinico: la Torah è il progetto del mondo ed è, nella sua più intima definizione, sapienza divina, sapere metafisico trasmesso da D-o all'uomo in due forme ugualmente autoritative e legittime, scritta e orale. La Torah, in altri termini, non è altro che unione indissolubile di Torah she bikhtav — la Torah scritta — e Torah she be al peh — la Torah orale: quest'ultima non è di grado inferiore alla prima e neanche un suo commento; è anzi il paradossale pretesto della forma scritta, la quale rappresenta per alcuni null'altro che una sorta di appunto che deve necessariamente rimandare alla dimensione orale, come un abito che rimanda a un corpo e a un'anima.

La necessità della oralità e il suo rilievo nella tradizione ebraica sono teorizzate da molte fonti rabbiniche, come si vedrà più avanti, ma è suggerita indirettamente da alcuni dati; mi limiterò qui ad accennarne tre, senza pretesa di completezza e rigore, provenienti da ambiti diversi: l'uno linguistico, l'altro tratto dal ragionamento talmudico e il terzo di ordine sociologico. La lingua ebraica è consonantica: i segni vocalici, molto più tardi rispetto all'alfabeto, sono puntini e lineette generalmente aggiunti sotto o sopra le consonanti. I testi sacri, in particolare la Torah che viene usata nella sinagoga per le letture settimanali, contenuta in rotoli pergamenacei manoscritti, non è mai punteggiata. È un testo, dunque, in sé illeggibile senza l'ausilio della voce umana: deve mantenere intatta la sua materialità letterale ma dipende totalmente dalla voce umana. In alcuni casi la oralità (determinata dalla tradizione rabbinica) "viola" il testo scritto imponendo, contro l'apparente senso immediato delle consonanti, un altro significato, a volte profondamente diverso.

Nella prospettiva della logica talmudica vale la pena ricordare come i rabbini spieghino il famoso verso "occhio per occhio, dente per dente", generalmente considerato fondante rispetto alla legge del taglione: nel trattato Baba' Qamma' del Talmud babilonese è esplicitamente insegnamento che chi provoca una lesione deve risarcire il leso secondo cinque diversi criteri: danno, dolore, astensione dal lavoro, cure mediche e danno morale. Come si vede, è assente qualsiasi indicazione relativa al taglione, totalmente estraneo alla prassi della cultura ebraica da sempre. I Maestri, portatori della tradizione orale — di quella parte cioè della rivelazione tramandata da Mosè in avanti —, dicono però con chiarezza, applicando precise regole ermeneutiche, che il testo scritto della Torah escludeva già, in sé, la possibilità della lesione come pena per il colpevole e contemplava invece il principio del risarcimento. In questo caso risulta evidente come la tradizione orale integri e dia il senso del testo scritto, non la sua interpretazione, e ne diventi il suo reale compimento.

Un altro dato interessante è la forma tradizionale di studio propria delle jeshivot, le accademie rabbiniche anche oggi in funzione nelle comunità tradizionali e ortodosse, soprattutto se confrontata con le strutture consolidate di apprendimento del mondo occidentale. Nelle jeshivot si studia l'argomento prima della lezione, che verrà impartita dal maestro su una base già nota ai discepoli. Ma ciò che è più evidente è la modalità sonora nella quale si svolge lo studio: tanto è il silenzio la cifra caratteristica del mondo occidentale, tanto è il rumore l'elemento che contraddistingue le grandi sale nelle quali gli studenti studiano nelle jeshivot: i discepoli, a coppie, discutono ad alta voce, spesso gesticolando, alzandosi, muovendosi; tutto ciò tra altre decine, a volte centinaia, di coppie che fanno altrettanto. La situazione, per chi osservi la scena dall'esterno e da una prospettiva occidentale, può sembrare di caos infinito e può lasciare perplessi, ma di fatto non interferisce minimamente nella capacità di comprensione dei contenuti. L'intervento esplicativo del maestro, della voce di un altro uomo, è insita nella struttura stessa della Mishnah e del Talmud, della scrittura cioè della tradizione orale: queste due opere sono redatte secondo criteri "disordinati", apparentemente non sempre logici ed esaurienti, e vengono stampate senza vocalizzazione e senza segni di interpunzione; in altri termini contengono nella scrittura, al di là della loro dialogicità testuale infinita, la oralità, la richiedono e la presuppongono.

All'interno di questa problematica ha evidentemente ruolo centrale la tradizione interpretativa e di commento, con i suoi criteri specifici: è attraverso le regole ermeneutiche che la cultura rabbinica passa dal significato letterale del testo, il peshat, ai sensi ulteriori espressione della tradizione orale, il derash. Il testo scritto/orale della Torah diventa, in questa prospettiva, l'oggetto privilegiato — se non unico — di riflessione, la fonte di elaborazioni e di ricerche infinite di senso; è il progetto del mondo, nel quale il mondo è contenuto per intero, che garantisce la compresenza continua di eternità immutabile, la rivelazione, e della sua attualizzazione umana perenne, la lettura-ricerca, "novità antica" per eccellenza. La voce dell'uomo che legge-ricerca sembra farci sentire quella di D-o che eternamente echeggia nel testo scritto, ma in sé impronunciabile, della Torah.

Torah scritta e Torah orale: alcune fonti.

Nel Pentateuco compare più volte il plurale di Torah, Toroth; attraverso questa base scritturale — attraverso questo pre-testo — i Maestri stabiliscono che già all'interno stesso della Torah scritta è postulata l'esistenza imprescindibile della Torah orale.

— Ecco i decreti, i giudizi e le Toroth che D-o ha posto tra sé e i figli di Israele sul monte Sinai attraverso Mosè: i decreti sono le interpretazioni, i giudizi sono le decisioni, le Toroth insegna che al popolo di Israele sono state date due Toroth, una scritta e una orale.

Rav 'Aqiva' ha detto: — Solamente due Toroth sono state date a Israele? Molte Toroth sono state date loro: "Questa è la Torah dell'olocausto", "questa è la Torah dell'offerta", "questa è la Torah del sacrificio di espiazione", "questa è la Torah del sacrificio di ringraziamento", "questa è la Torah di quando un uomo morì nella tenda".

— Che D-o ha posto tra Sé e i figli di Israele: Mosè ha avuto il merito di essere un inviato tra i figli di Israele e il loro Padre che è nei cieli.

— Sul monte Sinai, attraverso Mosè: questo insegna che sul monte Sinai attraverso Mosè è stata data la Torah, le sue norme, le sue specificazioni e le sue spiegazioni.

— Essi insegnano i Tuoi giudizi a Giacobbe, le Tue Toroth a Israele. Questo insegna che due Toroth sono state date a Israele, una scritta e una orale.

Agnitos il governatore domandò a Rabban Gamli'el: — Quante Toroth sono state date a Israele?

Egli rispose: — Due, una scritta ed una orale.

Avvenne che un pagano si presentò da Shammai e gli domandò: — Quante Toroth avete?

Gli rispose: — Due, la Torah scritta e la Torah orale.

Egli disse: — Per quanto riguarda la Torah scritta, ti credo; quanto alla Torah orale non ti credo. Fa' di me un proselita a condizione di insegnarmi solamente la Torah scritta.

Shammai si infuriò e lo cacciò con ira. Il pagano si presentò allora a Hillel e questi fece di lui un proselita. Il primo giorno Hillel gli insegnò Alef, Bet, Gimel, Dalet; il giorno seguente le presentò in ordine inverso. Il pagano gli disse: — Ma ieri tu non mi hai detto questo!

Hillel allora gli disse: — Non hai dunque fiducia in me? Fammi fiducia anche per quanto concerne la Torah orale.

La Torah viene dunque concepita come un corpo unico composto fondamentalmente di due parti: la Torah scritta e la Torah orale. La prima non è comprensibile senza il ricorso alla seconda: solamente dalla loro intima connessione può scaturirne il vero senso. La Torah orale è il vero fondamento di tutta la dottrina ebraica, l'elemento teorico-teologico distintivo e la condizione stessa del patto con il popolo ebraico: è la continuazione della rivelazione. Misconoscerne il ruolo centrale viene considerato dai Maestri alla stregua della negazione dell'origine divina della rivelazione.

Disse Rav 'Avin: "Le numerose leggi che ho scritto per lui, sono considerate come una cosa straniera". Che differenza ci sarebbe fra noi e i popoli? Noi avremmo i nostri libri ed essi pure avrebbero i loro libri; noi avremmo le nostre pergamene ed essi pure avrebbero le loro pergamene!

Rav Haggai, in nome di Rav Shemu'el bar Nahman, ha detto: — Sono state dette parole oralmente e sono state dette parole per iscritto. Noi non sappiamo quali siano delle due le più preziose. Ma per il fatto che è scritto "Perché sulla base di queste parole io ho contratto un'alleanza con te e con Israele" si deve dire che le più preziose sono quelle orali.

Rav Johanan e Rav Shim'on, figlio di Rav Judan. Il primo dice: — Se osserverai ciò che è trasmesso oralmente e ciò che è trasmesso per iscritto, io contraggo un'alleanza con te, se no non contraggo nessuna alleanza con te. Il secondo dice: — Se osserverai ciò che è trasmesso oralmente e se compirai ciò che è scritto riceverai una ricompensa; se no, non riceverai alcuna ricompensa.

Ha detto Rav Johanan: — D-o ha stretto un'alleanza con Israele solo in ragione delle parole orali, come è detto: "in base a queste parole ho stretto con te e con Israele un patto".

Senza l'intervento della Torah orale non è pensabile poter mettere in pratica l'insegnamento della Torah scritta: è dunque impossibile, secondo i Maestri di Israele, parlare di una precedenza cronologica della legge scritta rispetto a quella orale. Nella sua totalità di sapienza divina la Torah è concepita come un unico inscindibile, le cui parti sono presenti all'origine nella mente di D-o.

Ben Bag Bag diceva: — Girala e rigirala [la Torah] perché tutto è in essa; contemplala, invecchia e consumati in essa ma non ti allontanare da lei perché non vi è parte migliore per te.

Rav Johanan dice: — Cosa significa ciò che è detto "Il Signore ha dato una parola, annunci per un'armata numerosa"? Ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza sul monte Sinai si divideva in settanta lingue.

È stato insegnato nella scuola di Rav Ishma''el: "Non è forse così la mia parola: come il fuoco, detto del Signore, e come un martello che frantuma la roccia?" Come questo martello sprigiona molte scintille, così pure ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza si divideva in settanta lingue.

Il ruolo dell'ermeneutica in questo contesto concettuale diventa di assoluto rilievo: non si tratta solamente e semplicemente di interpretare ma di portare alla evidenza il senso originario della Torah, coerente con la tradizione orale. Ne consegue la necessaria inclusione, secondo l'insegnamento dei Maestri di Israele, delle regole ermeneutiche all'interno della stessa tradizione orale. Anche l'interpretazione e le sue regole sono date all'interno di quella totalità che è la Torah, rivelata e trasmessa a Mosè in questa dimensione e misura: durante la permanenza sul Sinai egli ha ricevuto l'insieme della Torah scritta, della Torah orale, delle interpretazioni possibili e dei metodi interpretativi. Con questo viene riaffermato il duplice volto della rivelazione, eterna e sempre nuova.

Rav Joshu'a ben Qorhah dice: "Mosè stette quaranta giorni sulla montagna. Durante il giorno leggeva il testo scritto e durante la notte ripeteva la Mishnah. Mosè restò quaranta giorni sulla montagna, seduto davanti al Santo, Egli sia benedetto, come un discepolo è seduto davanti al suo Maestro. Leggeva la Legge scritta il giorno e la Mishnah la notte... Ben Betera' dice: "Mosè è restato quaranta giorni sulla montagna. Interpretava le parole della Torah e scrutava le lettere".

Rav Abbahu dice: — ... È possibile che Mosè abbia studiato tutta la Torah, a proposito della quale è scritto "La sua misura è più ampia della terra e più larga del mare"!? In verità, questi sono i principi [interpretativi] che D-o ha rivelato a Mosè".

A chi si applica il versetto "Per aver disprezzato la parola di D-o"? A colui che sostiene che la Torah non viene da D-o! Anche se afferma: "Tutta la Torah viene dal cielo tranne quel versetto che non ha detto il Santo, Egli sia benedetto, ma Mosè di sua propria iniziativa" egli è definito dal testo che dice "Per aver disprezzato la parola di D-o". E anche se egli afferma: "Tutta la Torah viene dal cielo, tranne questo dettaglio, questo ragionamento a fortiori, questo ragionamento per analogia" colui che disprezza la parola di D-o.

In breve, il termine Torah è da intendersi, quando riferito alla tradizione rabbinica, sempre nella sua accezione più ampia: la Torah è il massimo di significato proprio per la molteplicità di sensi che necessariamente deve avere la rivelazione, di cui è la pratica testimonianza. La ricchezza di senso porta con sé la necessità del lavoro ermeneutico, già contenuto — come si è visto — nella rivelazione: l'interpretazione è dunque contemporaneamente libera e vincolata perché è l'attualizzazione dell'assoluto. Anche ciò che dice uno studente davanti al suo Maestro è già stato detto a Mosè sul Sinai: questo garantisce la possibilità individuale di interpretare — riconoscendosi all'interno della catena della tradizione — e nello stesso tempo l'unità, che non è intesa mai come univocità, della Torah. È naturale che la libertà ermeneutica sarà maggiore, entro alcuni criteri dati, per la componente aggadica che per quella halakhica.

Rav Joshu'a ben Lewi diceva: — "E il Signore mi diede le due tavole di pietra scritte con il dito di D-o, e su di esse secondo tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo al fuoco, nel giorno dell'assemblea". Non è scritto 'tutte' ma 'secondo tutte'; non è scritto 'parole' ma 'le parole', cioè Miqrah, Mishnah, Talmud, Aggadah. Perfino ciò che un discepolo esperto insegnerà davanti al suo maestro è già stato detto a Mosè sul Sinai. Quale è il fondamento nella scrittura? Vi è uno che dice "Guarda, questa è una cosa nuova!" ma il suo compagno gli risponde: "C'è già stato nei secoli che ci hanno preceduti".

La Torah orale è il paradossale "antecedente compimento" del senso della Torah; è dunque il luogo privilegiato e il prodotto dello studio dei Maestri e di tutta la tradizione ebraica. Non è una sorta di legge naturale in contrapposizione a quella scritta: sia questa che quella promanano da D-o ed hanno lo stesso valore, al quale si attiene D-o stesso. La Torah, nel suo insieme orale e scritto, è l'oggetto della rivelazione che è finalizzata al superamento della pura dimensione naturale da parte dell'uomo: attraverso il suo studio l'uomo può oltrepassare la limitatezza della esistenza.

Note:

1. La radice da cui deriva il termine, qr', copre un ambito semantico che comprende il significato di "chiamare", "invocare", tutte azioni legate alla oralità più che alla scrittura.

2. La radice jrh, da cui deriva il termine, copre un ambito semantico molto ampio che include l'idea del lanciare frecce, quella di pioggia vivificante, quella di insegnamento/dottrina. Una radice omofona suggerisce anche il senso del concepimento.

3. Deve essere chiaro che il rabbino non ha alcuna funzione sacerdotale: sacerdoti erano i discendenti di Aronne, fratello di Mosè, e avevano un evidente compito cultuale quando era in essere il Santuario di Gerusalemme. Distrutto questo nel 70 d.C. non esiste più funzione per questa famiglia, alla quale restano alcuni compiti, tutto sommato ora secondari, nel culto sinagogale. Il rabbino è invece la figura centrale dell'ebraismo esilico, è il maestro, colui che insegna la Torah e che fa dello studio di questa la ragione centrale della esistenza. È interessante notare come tra le altre, la differenza fondamentale tra queste due figure sia nell'essere la prima legata a un'appartenenza familiare, mentre la seconda sia il risultato di una scelta precisa e individuale.

4. La tradizione orale è storicamente messa per iscritto a seguito della distruzione del Santuario e della conseguente dispersione. Nel 200 d.C. i maestri farisei di Israele ordinano l'insieme degli insegnamenti ricevuti dalle generazioni precedenti redigendo la Mishnah, in sostanza un codice di norme che copre tutti gli ambiti dell'agire umano. Nei due secoli successivi i rabbini delle accademie israeliane e babilonesi discutono per intendere il senso degli insegnamenti della Mishnah. La redazione di queste complesse discussioni è il Talmud nelle due redazioni, gerosolimitana e babilonese. Il Talmud è la vera grande fonte del pensiero rabbinico, per molti versi del pensiero ebraico tout court.

5. La Torah è divisa in cinquantaquattro pericopi che vengono lette, in successione, ogni sabato durante la liturgia sinagogale. La lettura deve essere fatta da un rotolo di pergamena manoscritto.

6. Un rotolo con una lettera assente, o anche solamente leggermente alterata, è infatti invalido e non può essere usato in sinagoga se prima non è stato corretto da uno scriba.

7. È quello che viene chiamato qere' ketiv, "è scritto (così) ma si legge (in questo altro modo)".

8. Cfr. Esodo 21, 24-25; Levitico 24, 17-18.

9. Cfr. Talmud babilonese, Baba' Qamma' 83b-84.

10. Secondo la tradizione rabbinica le regole stesse sono contenuto della rivelazione, che dunque comprende dimensione scritta, dimensione orale e regole di derivazione.

11. Anche se lo studio silenzioso e con gli occhi è diffuso solamente da un certo momento in avanti nella storia dell'occidente: si veda, ad esempio, lo stupore di Agostino di fronte alla lettura silenziosa di Ambrogio in Confessioni VI, 3. La lettura con gli occhi sembra consolidata a partire dal X secolo. Cfr. A. Manguel, Una storia della lettura, Milano, Mondadori 1997, pp. 51-63.

12. Cfr. supra n. 4.

13. Cfr. Mishnah Avot 3, 15; Bereshit Rabbah 1, 1-4. In questi testi emerge la identificazione della Torah con la sapienza divina; Cfr. anche Prov. 8, 22 ss.

14. Cfr. Lev. 26, 46.

15. In questi contesti il termine significa letteralmente legge, ma viene interpretato poi in modo estensivo.

16. Lev. 6, 2.

17. Lev. 6, 7.

18. Lev. 6, 18.

19. Lev. 7, 11.

20. Num. 19, 14.

21. Sifra' 54, 11.

22. Deut. 33, 10.

23. Sifre' 33, 10.

24. Tb (Talmud Babilonese) Shabbat 30b.

25. Os. 8, 12.

26. In ebraico oralmente è espresso dalla locuzione 'al peh.

27. In ebraico questa idea è espressa dalla locuzione 'al pi. Sulla base dell'identità tra le due espressioni viene dedotta la prevalenza della parola orale, nel patto, sulla parola scritta.

28. Es. 34, 27.

29. Tj (Talmud di Gerusalemme), Peah 2, 4.

30. Tb Gittin 60b.

31. Es. 34, 27. Anche in questo verso compare l'espressione 'al pi, qui tradotta con "Secondo" ma che letteralmente significa "sulla bocca". Il verso, nella sua interezza è complesso perché fonda, come si vedrà più avanti, la proibizione di scrivere ciò che è trasmesso oralmente e di dire oralmente quello che è trasmesso per iscritto.

32. Si potrebbero fare vari e sintetici esempi. Valgano due per tutti. Nella Torah è più volte presente il concetto di acquisto (Cfr. ad esempio a proposito dello schiavo Es. 21, 2), senza però che ne venga mai esplicitata la procedura; è evidente che una regola era diffusa, come conferma la presenza di transazioni in vari testi biblici: la regola era l'applicazione della legge orale sull'argomento. Stessa considerazione può essere fatta a proposito del digiuno di Kippur, sul quale non esiste nella Torah scritta alcun accenno se non quello di "affliggerete le vostre persone" (Cfr. Lev. 16, 29-31): è la tradizione orale che integra il testo esplicitandone il significato e istituendo il digiuno.

33. A questo proposito è forse interessante sottolineare come, se di precedenza si vuole parlare, è forse più corretto indicare la Torah orale come anteriore rispetto a quella scritta. Cfr. A. Safran, La Kabbalah, Roma, Carucci 1981, pag. 76-80: "Ecco ancora un paradosso offerto dall'ebraismo: la Torah orale, interpretazione della Torah scritta, le è antecedente! Al momento della Rivelazione, la Torah orale si trovava compresa, virtualmente nella Torah scritta: grazie a deduzioni logiche, l'uomo può ricostruirla nelle sue strutture originarie".

34. M (Mishnah) 'Avot 5, 25.

35. Sal. 68, 12.

36. Ger. 23, 29.

37. Tb, Shabbat 88b.

38. Pirqe' de Rav 'Eli'ezer 46.

39. Giobbe 11, 9.

40. Shemot Rabbah 41, 6.

41. Num. 15, 31.

42. Il testo qui usa tre espressioni — diqduq, qal wa homer, gezerah shawah — che indicano diverse regole ermeneutiche o modalità interpretative.

43. Tb, Sanhedrin 99b.

44. Con il termine Aggadah si indica tutta la parte della tradizione rabbinica non finalizzata alla definizione di una norma.

45. Con il termine Halakhah si indica l'insieme della componente normativa della tradizione rabbinica.

46. Deut. 9, 10.

47. Questi termini indicano le varie componenti della tradizione orale, in seguito messa per iscritto: per Miqrah, Mishnah e Aggadah Cfr. supra.

48. Qoh. 1, 10.

49. Ibid.

50. È da notare, in questa sede, come nella tradizione mistica la Torah e D-o vengano identificati. La tradizione rabbinica insegna che D-o è nei quattro cubiti della halakhah.

51. Sull'argomento Cfr. E. Urbach, The sages. Their concepts and beliefs (in ebraico), Jerusalem, 1982 (1969), pp. 254-278.

52. Cfr. Shemot Rabbah 41, 6 in cui viene espressa l'idea della libertà dall'esilio, dalla morte e dalle sofferenze per chi si applica alla Torah.