Domenica 4 Gennaio 2004 il supplemento culturale de "Il Sole 24 Ore" ha dedicato due pagine agli autori consigliati per il 2004, e lì, a pagina 33, è apparso l'articolo settimanale di Giulio Busi "La morale minima di Oz e Margalit", che mi pregio di trascrivervi:

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Preferite Shakespeare o Chekhov? Amate gli epiloghi del drammaturgo inglese, in cui prevale la giustizia del fato e il palcoscenico alla fine è coperto di cadaveri, o uscite di teatro più convinti dopo aver assistito a una rappresentazione di Chekhov, in cui tutti i protagonisti rimangono affranti, stanchi, disillusi, ma vivi?

Lo scrittore israeliano Amos Oz è tornato più volte su questa domanda. Potrebbe sembrare un quesito solo letterario, eppure serve da metafora per uno dei dilemmi più radicali della storia contemporanea. Oz propone di prendere in prestito l'ipotesi teatrale e adattarla al conflitto israelo-palestinese: la sua scelta è senz'altro per Chekhov.

Il Novecento è stato per il giudaismo il secolo degli estremi, dell'abisso della desolazione ma anche dell'entusiasmo incondizionato per l'indipendenza nazionale. Un sovraccarico di storia, che ha teso sino al limite l'identità ebraica, portandola forse a un punto di rottura. Il dubbio a cui pensatori come Oz si trovano di fronte riguarda il futuro del modello novecentesco, e cioè la possibilità di difesa e trasformazione d'Israele, e la sua capacità di continuare a essere centro dell'autocoscienza giudaica. Il sogno sionista, con la sua natura fortemente ideologica, non basta più ad assorbire le contraddizioni del reale. È un problema di pragmatismo politico, di necessità di una soluzione negoziabile con i palestinesi, e pure, allo stesso tempo, un bisogno d'integrazione nelle società aperte che caratterizzano l'epoca contemporanea.

Oz si è imposto ormai da anni come una voce-guida per le generazioni più giovani. Secondo lui, per restare nella modernità, Israele deve non solo ritirarsi fisicamente, ma anche ritrarsi dall'estensione della propria utopia. In questo senso, l'abbandono dei territori occupati e il ripristino dei confini del 1967 è allegoria di una più profonda contrazione spirituale. Anche lo Stato ebraico deve trasformarsi, a suo avviso, in uno <<Stato degli ebrei>>, ovvero in una struttura in cui gli ebrei abbiano una prevalenza demografica ma non un monopolio politico e culturale. <<Uno Stato non può essere ebraico, come non lo può essere una sedia o un autobus>>, ha ripetuto più volte lo scrittore, per esprimere l'idea di una struttura al servizio dei propri cittadini, al di là di ogni opzione ideologica di principio. Oz sa di doversi misurare col conflitto tra due ragioni, con <<lo scontro tra una rivendicazione territoriale fortissima, convincente e dolorosa, e un'altra aspirazione non meno potente e fondata>>. La soluzione "insoddisfacente" a cui continua a lavorare dopo oltre trent'anni di militanza pacifista è un <<compromesso a denti stretti>>, con l'amaro nel cuore e un senso bruciante di rinuncia.

A molti paiono speranze infondate, proposte unilaterali di dialogo, che non possono contare su nessuna controparte reale, giacché i palestinesi non sarebbero veramente disposti a compromessi sostanziali e dolorosi. Eppure, nell'Israele contemporaneo, il concetto di rinuncia, come fondamento ermeneutico, trova altre conferme teoriche. Per esempio, nel pensiero di David Hartman, un teologo assai influente che ha spesso ripetuto la necessità di reinterpretare alcune norme ideali del giudaismo, per salvare le basi di una società ideale e pluralista. Secondo Hartman, Israele ha ora raggiunto abbastanza forza e fiducia in sé per liberarsi dai <<miti magniloquenti di superiorità morale e di grandezza>> e per sottomettersi alla disciplina purificatrice dell'autocritica. Certo, coscienza dei propri errori non deve significare <<impotenza rispetto al futuro>>, ma piuttosto consapevolezza della vocazione dialogica della democrazia.

Il filosofo Avishai Margalit, dell'Università ebraica di Gerusalemme, è un altro maestro di quello che si potrebbe definire "minimalismo etico". Nel suo studio ormai classico sulla Società decente (Guerini, Milano 1998), Margalit ha rivendicato l'importanza di quel minimo comune denominatore di umanità, su cui si fonda la decenza dei rapporti umani, al di là delle aspirazioni più astratte di una società "giusta", che premia e punisce. Non solo l'ambito sociale ma anche quello più immateriale della memoria deve ispirarsi, per Margalit, a un coefficiente condivisibile. Accanto ai ricordi forti d'identità nazionale vanno allora difese le memorie legate alle ingiustizie e alle persecuzioni, che rappresentano una sorta di esperanto della comprensione interculturale.

Sono voci di un nuovo umanesimo ebraico, costruito per sottrazione, e quasi restituendo alla storia una parte del plusvalore ideologico prodotto dal Novecento. La proposta insomma è quella di rinunciare a un impossibile lieto fine della tragedia israelo-palestinese, accettare un compromesso e allontanarsi poi dalla scena avviliti, e masticando amaro, ma ancora vivi.

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Convinto da Busi, ho abbandonato per un attimo la mia tradizionale antipatia per la narrativa ed ho acquistato l'ultimo libro di Amos Oz, "Storia d'amore e di tenebra", tradotto da Elena Loewenthal e pubblicato in Italia da Feltrinelli. Ne parlerò nel prossimo post.

Di David Hartman parla Massimo Giuliani nelle pagine 281-293 del suo libro "Il pensiero ebraico contemporaneo" pubblicato da Morcelliana, ma in termini diversi da quelli usati da Giulio Busi.

Di Avishai Margalit ho letto "Volti d'Israele", pubblicato da Carocci, in cui ritrae, spesso al vetriolo, i protagonisti della vita politica e culturale d'Israele nei primi anni '90.

Ciao.