Non so se qualcuno abbia mai tentato una lettura comparata delle fonti ebraiche che parlano della Teshuvà, il pentimento, e insieme una delle pagine più efficaci della letteratura universale sull'argomento, il capitolo 21 dei Promessi Sposi, per intenderci quello della conversione dell'innominato, dopo il rapimento di Lucia: personalmente ritengo che un lavoro del genere sarebbe affascinante e senz'altro giustificato dal fatto che il processo psicologico che sta alla base della Teshuvà è in definitiva comune a tutta quanta l'umanità.

Sorvoleremo probabilmente su molti dettagli, ciascuno dei quali ha la sua importanza, per concentrarci soltanto su alcuni elementi salienti. Dopo essere —quasi scappato da Lucia—, Manzoni scrive che l'innominato —s'era andato a cacciare in camera... come se avesse voluto trincerarsi contro una squadra di nemici—.

Anche la nostra tradizione raffigura la lotta dell'uomo contro il cattivo istinto come una vera e propria guerra. Così come al nemico esterno non si deve concedere assolutamente nulla, altrettanto vale per l'istinto del male che alberga nell'uomo: non gli si deve concedere assolutamente nulla, è una lotta senza quartiere, perché più gli si dà, più si prende per sé. Non a caso, il suono dello Shofar è anzitutto un suono di guerra: —quando giungerete in guerra nella vostra terra contro il nemico che vi opprime suonerete le vostre trombe—. Nell'ebraismo, religione di pace, l'unico vero oppressore contro cui si deve combattere senza posa è lo Yetzer ha-ra, l'istinto del male.

L'altro elemento di fondo provocato dalla Teshuvà è l'instaurazione nel penitente di una nuova personalità, dopo l'abbattimento della prima. —Non son più uomo, io?— si domanda smarrito l'innominato. E gli fanno eco i salmi: —fai tornare l'uomo alla polvere—. In alcuni casi si segnala addirittura l'uso per cui il penitente assume un nuovo nome e dimentica il precedente.

Il nome non è per noi un appellativo casuale. Il nome è nell'ebraismo espressione delle potenzialità dell'uomo, il segno informatore di una personalità. Per questo è opportuno scegliere con estrema cura il nome da dare a un bimbo appena nato.

Cambiare il nome a un Ba’al Teshuvà è un po' come attribuirgli una personalità nuova, —un nuovo lui che, cresciuto temibilmente, a un tratto sorga come a giudicare l'antico—.

Cosa fa l'innominato? Avvertito appena lo stacco del passato turbolento ne ripercorre anzitutto le tappe: è la Hakkeret ha-chet, il riconoscimento delle colpe o, con le parole di Manzoni, la —rimembranza delle imprese—.

I maestri dicono che dobbiamo sempre tener mentalmente presenti i trascorsi degli anni passati: —il mio peccato è sempre dinanzi a me—. Ed ecco che il penitente prova un sapore amaro in bocca: è la Chata’à, il rincrescimento. Come dice Bachyia ne I doveri dei cuori, il sintomo che il male compiuto gli pare biasimevole.

—Vi destava — riecheggia Manzoni — una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento—: e ancora Bachyia: —il penitente dovrebbe sempre temere come incombente il castigo di Dio per i peccati che ha commesso, in tal modo il suo rimorso sarà ancora più acuto—.

L'innominato si rivolta —arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro sotto le coperte divenute pesanti pesanti—. È una sensazione comune agli autori di molte selichot: —mi accoro disperatamente in mezzo alla notte sul mio letto, addolorato per il mio peccato—. La notte è il momento in cui la mente è libera dalle preoccupazioni terrene, ma è anche simbolo delle colpe stesse, tenebrose per natura. I cabbalisti la identificano addirittura con il regno della Middat ha-din, la giustizia matematica di Dio, mentre il giorno coincide con la Middat ha-rachamim, la sua misericordia: —e la notte? La notte che tornerà tra dodici ore? Oh, la notte! No, no, la notte!—.

E infine il Widduy, la confessione a se stesso, e la Cabbalà le ha ba, il proposito espresso di non tornare più sulla colpa commessa, di non ripeterla, di riparare il torto compiuto: —e se volle trovare un'occupazione per l'indomani, un'opera fattibile, dovette pensare che all'indomani poteva lasciare in libertà quella poverina—.

L'impegno a non ricadere nella colpa — scrive ancora Bachyia — è segno che il penitente sa quanto sia biasimevole l'azione compiuta. I maestri dicono ancora che ha fatto realmente Teshuvà colui al quale, se si ripresenta tal quale l'occasione di peccare, non cede alla trasgressione. Solo di costui possiamo affermare che ha effettivamente modificato nel bene la propria condotta.

Ma torniamo all'innominato: —s'alzò di furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò...—. Quale disperazione assilla il penitente, al punto di desiderare la morte come unica via d'uscita: —mi sono considerato come un morto nel cuore, divenni come un utensile inservibile—. Eppure, in quel preciso istante, fu sorpreso da un terrore superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. Egli non teme per la sanzione di una dura pena, bensì per un motivo più disinteressato: l'immagine stessa dell'eterno, di quell'eterno che non si può fuggire con la morte, quell'eterno che vive anzi più solenne dopo la morte, per cui —lasciò cadere l'arma—.

È da spiriti aristocratici soffrire più del giudizio che della pena che segue il giudizio. Nell'innominato è sempre l'idea di Dio, del giudice eterno, che turba e sconvolge l'animo suo.

Riecheggia ancora le parole di Bachyia:
—Rifletta alla grandezza del creatore benedetto contro le cui parole si è ribellato, allontanandosi dal suo servizio, spezzando il giogo della sua legge—. Fu quello un momento di sollievo.

Aspettava ansiosamente il giorno per correre a liberarla, si immaginava di condurla lui stesso dalla madre.

Nella esposizione di Bachyia sulle ragioni che portano l'uomo sulla strada della Teshuvà, certamente l'innominato segue la strada più alta. Egli torna a Dio non su esortazione di un profeta o di un maestro, né assistendo alla severa punizione dei malvagi, né sotto la spinta di sventure, bensì perché ha acquistato sicura coscienza della grandezza di Dio, di cui comprende il bene continuo che egli elargisce, sente di doverlo servire, seguirne i precetti e astenersi da tutto ciò che egli ha vietato.

Possiamo noi raccogliere tale insegnamento e che anche la nostra Teshuvà sia compiuta be lev shalem uvnefesh chafetza, con cuore integro e anima desiderosa.