Nick Berg era ebreo come Daniel Pearl, l'altro ostaggio americano decapitato in tv.

Tutto il bailamme sulle torture USA infine è arrivato anche a me. Di per sé, il problema è poco rilevante. È poco rilevante perché, come viene posto dall'opinione pubblica, tali torture verranno assegnate ai "contrattisti", cioè ai mercenari, i quali godono di uno status imprecisato che di fatto li mette al sicuro dalla giustizia. Vorrei però alzarmi un attimo sul problema ed esaminarlo da una prospettiva più comprensiva.

Prendiamo due persone, due combattenti. Uno è un palestinese cui gli israeliani hanno ucciso la famiglia in un raid. L'altro è uno spagnolo cui gli attentati hanno sterminato la famiglia. La vulgata corrente suole dimostrare che la reazione omicida del palestinese sia in qualche modo giustificata da quanto subito. In tal modo, il terrorismo palestinese cessa di essere tale in quanto vi sono ragioni, forze, che spingono il palestinese a sbagliare. Certo sbaglia, ma in un certo senso è un errore che viene "chiamato" dalla parte opposta. Insomma: se il cane ti morde è perché gli hai rotto i coglioni.

A questo punto, il soldato spagnolo in stanza in Iraq è giustificato se prende il suo mitra e apre il fuoco su un mercato iracheno? Esattamente per gli stessi motivi del palestinese, avendo subito grave ingiustizia e grave crimine, egli farebbe il male, ma sarebbe giustificabile per via della grave forza che lo ha spinto. Un altro errore che viene chiamato dalla parte opposta.

A quel punto, però, veniamo interrotti: sebbene il palestinese e lo spagnolo (o l'americano dopo l'11 settembre) siano spinti dalla medesima forza, dal secondo (lo spagnolo), essendo occidentale, ci aspettiamo sia in grado di resistere a tale forza. Tale resistenza, tale inattaccabilità dall'odio, la attribuiamo indistintamente a noi occidentali, mentre rifiutiamo di attribuirla ad altri popoli.

Qui non si tratta di capire chi abbia ragione e chi no. Qui si tratta di decidere e di chiarire una volta per tutte le ragioni di tale disparità. Quale caratteristica del palestinese lo rende scusabile, che non abbia lo spagnolo, e viceversa? Perché il singolo statunitense che si è visto fare una strage nel centro di una città non può odiare, mentre se il palestinese odia, in un certo senso, è il meccanico e automatico effetto di quanto gli è stato fatto?

La verità si fonda su un sottile razzismo. Su un sottile mito della superiorità. Noi occidentali sentiamo in qualche modo di aver raggiunto un livello di consapevolezza dei diritti umani tale che pretendiamo, da chi ha il potere, la caratteristica dell'inossidabilità dall'odio. E così se il "nostro" soldato si fa prendere dall'odio compie un reato gravissimo. Non solo come violazione delle leggi, ma come violazione del sentire civile. Sentire civile che ognuno di noi considera tanto fondamentale che i tutori della civitas devono per questo essere immuni all'odio.

Diverso il discorso per i tutori della civitas altrui. A loro viene concesso il lusso di farsi prendere dall'odio. Mentre lo spagnolo non ha diritto ad odiare chi ha compiuto stragi di studenti e padri di famiglia, perché sarebbe una caduta di civiltà, il palestinese nelle stesse condizioni avrebbe diritto a odiare. In pratica, abbiamo due stimoli identici: un uomo ha visto una strage uccidere la famiglia. Ma ci aspettiamo risposte diverse. Sulla base di cosa?

Semplicemente, non riconosciamo al palestinese di aver raggiunto una civitas di tale livello da aspettarci che sia altrettanto impermeabile all'odio. Abbiamo nei confronti del palestinese il classico atteggiamento di chi vede il selvaggio cagare sul tappeto di casa: è un selvaggio, cosa ti aspetti da lui? L'imam che dice "prendete una donna inglese in schiava" non viene deprecato quanto il soldato che tortura: eppure, istiga e ordina le stesse cose. A Rumsfield viene chiesto di licenziarsi perché le ha permesse, a quello si riconosce leadership in quanto le istiga e le ordina.

Perché? Perché lui è un beduino, e quindi ci aspettiamo un tale livello di (in)civiltà. Niente di strano se l'imam ordina di rapire, stuprare e ridurre in schiavitù soldatesse: loro sono "così". Ma dietro quel "così", cosa c'è? C'è la parola selvaggi, la parola barbari, la parola incivili. La vulgata sedicente di sinistra, che rinuncia a giudicare severamente alcuni e non altri, non fa altro che alimentare la convinzione secondo la quale "loro sono così". Che non è relativismo. È razzismo: si sta dicendo implicitamente che nulla di male vi è se un iracheno incita al rapimento, allo stupro e alla schiavitù, quasi fosse una caratteristica indelebile di quella popolazione.

In pratica, stiamo dicendo che l'altro è meno civile. E lo consideriamo anche un atteggiamento intellettualmente evoluto. Credo che considerare ognuno uguale agli altri non voglia dire solo essere disposti al dialogo o alla comprensione. Considerare un popolo naturalmente incivile e rifiutargli un giudizio severo quanto quello riservato a noi stessi non è altro che seminare un sottile razzismo.

Quanto è credibile un palestinese accusato (anche ingiustamente) di essere un terrorista, dopo che abbiamo dichiarato sottilmente ed esplicitamente che il terrorismo è una pulsione alla quale tutto sommato i palestinesi non possono resistere? La fine del razzismo non è soltanto nel tollerare gli altri, ma anche nel giudicarli altrettanto severamente.