È normale, alla fine di un film come The Believer, rimanere un momento increduli e inclini alla riflessione e alla ricerca di un più profondo significato di ciò che si è visto. Ciò non è di sicuro un'azione facile e agli occhi di un qualsiasi adolescente, a parte l'orgoglio della tanto agognata conoscenza, credo che difficilmente questa pellicola possa essere apparsa chiara.

Lo spettatore, fin dall'inizio, è aggredito da uno shock provocato dalla rappresentazione di un'antitesi vivente: il protagonista è un ebreo nazista, sul piano teorico un persecutore dei suoi stessi simili. Certo, se questo personaggio fosse avvolto da una coltre di disprezzo tutto sarebbe normale, ma così non è, e proprio questo aggredisce la forma mentis dello spettatore: la figura di Danny Balint suscita un innegabile fascino.

Strano fascino

Trovo che il primo passo da compiere per analizzare questo film sia quello di capire se realmente è opportuno parlare di fascino o se sia invece meglio parlare di qualcos'altro (spiegandone le ragioni).

Cause del fascino, il protagonista è:

  1. Bello.
  2. Colto.
  3. Capace nell'arte oratoria.
  4. Desiderato dalle donne.
  5. Autonomo (nel corso di tutto il film nessuno decide mai per lui).
  6. Non ha paura di fare a pugni, anzi cerca le risse (la scena della prima rissa in cui lo si vede avvicinarsi al centro in modo spavaldo è simile a molte scene di Arancia Meccanica).
  7. Conosce bene la Torah e la rispetta.
  8. Capisce l'ebraico antico.

Verosimile e inverosimile

Lo spettatore, oltre a subire lo shock di un'antitesi vivente, deve viverne un altro dettato dalle paradossali situazioni che Balint si trova a vivere. Una delle cose che maggiormente colpisce è la continua ricerca, da parte del regista Henry Bean, nel presentare scene che possono apparire verosimili e inverosimili allo stesso tempo o, e qui è la genialità e la complessità, verosimili in principio e inverosimili nel loro rispettivo divenire e viceversa.

A chi non può venire il dubbio che la scena dei nazisti al tempio, il placido colloquio che il protagonista ha con suo padre, la facilità con cui Balint (tatuato di svastiche) riesca a entrare e a uscire da un tempio pieno di ebrei, l'equivoca passione nata tra uno pseudo-nazista ebreo e un'altra nazista convinta che poi si ritroverà ad abbracciare la pratica religiosa ebraica, la cura che un nazista ha per la Torah, non siano altro che un paradosso, o per meglio dire, un gioco di equilibri tra la verosimiglianza e l'inverosimiglianza, che ha lo scopo di far emergere più profondi significati di quelli che la sola fabula vorrebbe far apparire.

Credo che un altro passo importante per portare avanti l'analisi del testo sia quello di capire quanto ci sia di verosimile o meno nella pellicola.

Climax ascendente

Per quanto riguarda la storia, il protagonista agisce in essa sotto due diverse luci: nella prima parte Balint rinnega completamente l'ebraismo e come nazista ha successo. La sua figura è in continua ascesa e addirittura diviene esponente di spicco di un vero e proprio movimento nazista che accoglie nel suo interno un gran numero di affiliati. Egli non ha paura di nessuno (si ricordi come riesce ad avere la meglio su quel provocatore che lo colpisce durante il ritiro), sembra invincibile, addirittura un "eletto", ma c'è un avvenimento che genera un crollo nella sua figura.

Quando tutti lo stimano e lo cercano, la ragazza con la quale aveva avuto una relazione lo snobba e lo umilia. Forte è il contrasto tra la frase del giovane: "Stasera verrò che tu lo voglia o no" e la posizione erotica con cui la ragazza consuma il suo equivoco amplesso, una posizione che sembra voler rispondere: — Sono sempre io l'unica padrona della mia vita e non subisco passivamente alcun ordine. —

È questa la prima scena in cui il protagonista non appare più come un vincitore ma come uno sconfitto e ciò lo fa ricadere in una dimensione più umana. Da questo momento la figura di Balint, arrivata al suo apice, subisce un tracollo a cui si accompagna il suo impensato rispetto per la Torah e quindi il suo riavvicinamento all'ebraismo.

Libero arbitrio

Nel film Balint parla, esprime giudizi, ma il regista non fa mai trasparire il suo pensiero; lo spettatore non sa mai cosa pensa l'ebreo nazista mentre o prima di agire (una delle tante ragioni del suo fascino). La mente del giovane apre allo spettatore unicamente due finestre:

  1. Un ricordo reale della sua infanzia dove si trova in contrasto con il suo insegnante di filosofia ebraica perché, anziché accettare le concezioni classiche della Bibbia basate sulla fede, si fa esponente di un'interpretazione materialistica che critica le gerarchie sacre (come Caino e Abele) ed esalta l'importanza del libero arbitrio che giustifica il pensiero e l'intuito umano. L'incondizionata accettazione di sacrificare Isacco da parte di Abramo è considerata vigliacca e priva di significato, un abbassare il capo di fronte a un essere che vuole esprimere la propria superiorità per un perfido compiacimento.
  2. Una paradossale immagine che lo fa apparire il protagonista di una storia narrata da un ebreo vittima delle atrocità naziste, costretto ad assistere inerme alla cruda uccisione di suo figlio da parte di un soldato del Reich.

Balint, però, nella sua immaginazione non osserva impaurito il suo carnefice, ma gli si rivolta contro e lo aggredisce selvaggiamente a morsi. Anche qui il gesto di non accettare passivamente la realtà come se fosse un regalo piovuto dal cielo, ma anzi il disperato tentativo di lottare contro di essa, sembra quasi un diverso modo per esaltare il libero arbitrio e per criticare la passività (a parere del giovane nazista) degli ebrei nei confronti dei propri persecutori, un limite inaccettabile per chi disprezza qualsiasi tipo di accettazione incondizionata.

Il paradosso, il nulla, la scala senza fine

È impossibile, anche dopo un'approfondita analisi, non interrogarsi sul significato ultimo di questo film. La risposta è data dall'ultima scena in cui il giovane si trova a salire una scala che non finisce mai e che rappresenta il nulla. Nel senso che l'intento del regista non era quello di concludere la pellicola con una scena finale logica; d'altronde cosa potrebbe esserci di logico nella morte di un ebreo nazista avvenuta in una sinagoga per un olocausto progettato da se stesso e rivolto a se stesso?

Direi nulla: una scala senza fine, un pregevole paradosso. Per apprezzare il film lo spettatore deve raccogliere la sfida del regista: come potrebbe vivere e cosa potrebbe pensare un ebreo nazista?

È un paradosso bislacco che tuttavia genera fascino. È inutile interrogarsi sulle ricadute reali del film, così come sarebbe inutile, leggendo Le Metamorfosi di Kafka, interrogarsi su quale senso abbia un uomo-insetto: il bello è proprio partire dall'assurdo e tentare di ricondurlo al reale.

Pubblicità e icone

La figura della svastica e della stella di David, così come viene presentata nella promozione del film, non è casuale. È stata fatta la scelta di mettere la svastica sopra la testa del protagonista (simbolo del pensiero e del libero arbitrio deviato) e la stella di David davanti alla faccia (la sembianza, l'origine ebraica ineludibile).