Vivo in Israele da nove anni e guardo ancora a questo Paese con gli occhi dell'amore; anzi, più lo conosco e più lo amo. Una riflessione sulla forza morale di un popolo solitario e sul contrasto drammatico tra l'infanzia israeliana e l'indottrinamento dei piccoli nel mondo circostante.

Leggo quello che scrivono i "buoni" d'Europa e amo Israele ancora di più per la sua forza morale scevra di retorica, di mielismo e di ipocrisia. Per la sua solitudine. Se la mia attenzione si sposta a Oriente vedo buio, odio, crudeltà, donne velate urlanti per le strade, bambini violati; allora devo uscire, prendere aria, guardarmi in giro e ammirare i nostri bambini israeliani gioiosi, puliti, sfrenati.

La maggior parte di essi sono nipoti di sopravvissuti, pronipoti degli ebrei bruciati sui roghi o di quelli che strisciavano lungo i muri dei ghetti per non farsi notare dai "gentili" e rischiare la pelle. Bambini con la sofferenza nel DNA che però sanno ridere e giocare e, soprattutto, non sanno odiare.

Sì, gli psichiatri dicono che molti fanno la pipì a letto per la tensione, che molti hanno paura di non rivedere i genitori la sera; altri, quando c'è il telegiornale, si mettono a cantare a voce altissima per esorcizzare le notizie e non sentire niente. Purtroppo molti bambini israeliani avranno sentito la notizia che un loro coetaneo palestinese di 11 anni stava per diventare una bomba umana: i "grandi" del suo popolo avevano deciso di preparare per lui un giubbotto esplosivo e di mandarlo a farsi saltare in aria in mezzo ai soldati.

Se il piano avesse funzionato, di Abdullah non sarebbe rimasto niente, neanche le lacrime di sua madre che avrebbe ballato e distribuito caramelle in nome del suo piccolo "martire", eroe della cultura della morte gettonata in tutto il mondo islamico. I buoni italiani non hanno dato molta importanza alla spaventosa notizia; le organizzazioni per i diritti dell'uomo sono silenziose, quelle per i diritti del bambino sono mute.

Nessuno parla dell'abuso cui sono sottoposti i bambini palestinesi: corsi in cui viene insegnato il corretto montaggio di un mitra, pubblicità progresso della televisione controllata da Arafat in cui si invitano i pargoli a gettare i giocattoli e imbracciare un kalashnikov. Scuole materne con bambini in kaffiah, istruiti a urlare odio contro gli ebrei. Tutto passa sotto silenzio mentre l'Europa è impegnata a condannare il "muro della vergogna" che dovrebbe servire a proteggere proprio i bambini israeliani.

Allora, presa da un improvviso senso di disgusto, ho bisogno di ossigeno e devo uscire di casa per mescolarmi in mezzo ai "miei" israeliani e respirare coraggio: guardare le mamme spingere le carrozzine, vedere i bambini nei parchi giochi pieni di attrezzature coloratissime, trenini, scivoli e buche della sabbia. Bambini che fanno i bambini, che nessuno usa, cui nessuno insegna a odiare. Bambini spaventati ma non avvelenati.

Bambini coraggiosi che hanno vissuto anni di terrore e di morte, che hanno visto autobus polverizzati, che hanno perso fratelli o compagni di banco. Bambini che giocano nei campi col loro cane e che alla scuola materna disegnano e cantano. Solo bambini: l'ossigeno di cui ho bisogno per andare avanti e sperare.

Deborah Fait