Definire la sfera dell'ebraismo è un compito complesso e mai esaustivo. Questo contributo analizza le dinamiche interne tra maggioranza e minoranza in Israele, esplorando il rapporto tra etica, politica e le radici storiche del flusso migratorio che ha plasmato la società israeliana moderna.
Risulta quindi eccezionalmente difficile il tentativo di distinguere cosa possa, con proprietà di giudizio, ricondursi alla nozione di "ebraismo", e tuttavia questo appare oggi di straordinaria importanza per le ragioni che, con rapida sintesi, tenterò di esporre.
In primo luogo, sincronicamente, non tutti gli ebrei condividono la nozione della "Terra Promessa" come argomento decisivo e superiore a ogni altra ragione etica e politica. Esiste un significativo numero di ebrei ed ebrei israeliani che concepiscono la pace e l'equilibrio politico interno ed esterno come ragioni di ordine superiore, lasciando che l'imperscrutabile disegno si compia, perché è all'Altissimo che la terra appartiene, e Lui solo ha il potere di assegnarla a un popolo o a un altro.
Questa posizione, per quanto trovi fondamento nella Torah, è comunque minoritaria. A renderla tale sono, eminentemente, tre ordini di ragioni: uno, l'esacerbante catena di attentati terroristici che semina in ogni momento l'angoscia per chi vive in terra di Israele. Due, la tendenziale decadenza del partito laburista israeliano a vantaggio del Likud e dei partiti religiosi. Tre, la svolta conseguente all'omicidio di Yitzhak Rabin.
Il primo e il terzo punto sono tragicamente troppo evidenti per aver bisogno d'essere approfonditi; vale la pena tuttavia di ricordare che Rabin non è stato ucciso dal terrorismo islamico ma dall'eversione interna, e proprio durante un pubblico comizio in cui sosteneva le ragioni della pace. Sul secondo punto, invece, un particolare approfondimento può essere utile proprio per comprendere alcuni aspetti di fondo delle dinamiche dei rapporti maggioranza/minoranza in seno alla complessa situazione politica di Israele.
Notoriamente, lo Stato di Israele nato nel 1948 è sostanzialmente il prodotto storico della costruzione di un'élite sionista e laburista, cui possono ricondursi — sia pure riconoscendo che questa è una estrema semplificazione schematica — tutti i personaggi chiave della nascita di questo Stato: da David Ben Gurion a Moshe Dayan, da Golda Meir a Yitzhak Rabin, da Chaim Weizmann a Shimon Peres, etc.
Il punto saliente è dato dal fatto che, una volta costituito lo Stato di Israele, occorreva una popolazione in grado di fare fronte, anche numericamente, ai bisogni complessi di uno Stato. La soluzione determinante, in questo senso, è stata quella di aprire le porte all'immigrazione, e soprattutto all'immigrazione proveniente dalla Russia e dai paesi dell'Est europeo, resa facile e fluente dalla situazione di disperazione economica conseguente al crollo del comunismo e alla disgregazione del sistema socialista e sovietico.
Questo flusso migratorio ha certamente risolto i problemi numerici dello Stato di Israele, portando al suo interno un consistente numero di persone di varia etnia e con vario livello di istruzione. Ciò ha comunque reso possibile la vita dello Stato di Israele e la sua vocazione a raggiungere i confini indicati nella Torah. Questi immigrati sono stati così posti in gran numero nelle terre di confine, nei territori occupati, a lavorare nelle imprese collettivistiche dei kibbuz.
Contadini, operai, si sono nutriti intellettivamente della sacra Torah, ma solo della Torah, privi dunque di un armamentario critico ed esegetico. Inoltre, hanno continuato a vivere con modelli familiari patriarcali con dieci, dodici figli ciascuno, a fronte del modello di vita sostanzialmente occidentale delle élite laburiste che hanno realizzato questo impianto.