Rabbi Shimon figlio di Elazar affermava: "Non tentare di placare il tuo compagno nel momento della sua ira, e non provare a consolarlo quando il suo morto giace ancora davanti a lui, non fargli domande sul perché del voto enunciato e non cercarlo nel momento in cui si vergogna" (Pirkei Avot IV, 23).
Ho voluto far precedere questa mia dalle parole di Rabbi Shimon affinché chi vuol intendere intenda; non mi appellerò a nessuna delle attenuanti che da queste antiche e sagge affermazioni derivano.
Anche se la mia ira è immensa, i miei morti ancora sono insepolti davanti a me, ho rinnovato il mio ventennale voto che anche domani, nonostante tutto e tutti, mi sveglierò ancora cittadino dello Stato d'Israele; e profondamente mi vergogno della condotta irresponsabile dei miei legittimi rappresentanti. Tutto quanto segue è prodotto di razionale pensiero e non sfogo incontrollato di persona attanagliata dal dolore e sconvolta dalla nefasta grandezza degli eventi che lo vedono impotente vittima e spettatore.
È giunta l'ora di fare, e fare qualcosa di grande, per ristabilire quel naturale ordine delle cose che vede i cittadini dello stato — e scusatemi per l'ovvietà — liberi di girare in lungo e largo nel proprio Paese in sicurezza e tranquillità. È giunto il momento di far capire a chi deve recepire il messaggio che, nonostante tutto, gli ebrei hanno imparato a nuotare ed è quindi inutile tentare di buttarli a mare.
Tutto questo è fattibile solo ristabilendo l'equilibrio che ha tenuto in piedi il Paese fino alla guerra del Golfo. Quell'equilibrio di grande forza militare deterrente, non espressa in quanto in mano a un Paese democratico, ma sempre pronta a essere applicata qualora qualcuno fosse venuto a "pestarci i calli" troppo da vicino.
Bombardata Tel Aviv dagli Scud, fuggito l'esercito dal Libano (così è stato interpretato e tradotto in "medio-orientalese" il ritiro), messe a ferro e fuoco le città d'Israele durante questa Seconda Intifada, dilaniati bambini e cittadini nel corpo e nello spirito senza alcuna seria reazione da parte nostra: ecco che progressivamente ma inesorabilmente la deterrenza — grande forza di Israele e unico baluardo contro il fanatismo omicida — è andata vieppiù scemando.
Il danno è fatto, e ora per ristabilire quell'equilibrio instabile ma vivibile occorrono due gravi passi. Il primo è rendersi conto che MAI ci sarà pace con un'Israele debole (o vista come tale, che poi è lo stesso); il secondo è agire in quella direzione che, pur offendendo il nostro senso dell'Umanità, sia tale da far capire a chicchessia che l'Israele di Entebbe è ancora forte e presente.
Si rinnovi quindi il detto: — Posso perdonare agli arabi di avere ucciso i nostri fratelli, ma non posso perdonargli di averci costretto a ucciderli. Con problemi di coscienza di questo tipo in qualche modo posso riuscire a sopravvivere; con le lacrime dei miei orfani, e soprattutto con le strazianti urla dei genitori orbati dei figli, con l'innaturale lamento del Kaddish dei padri per i figli proprio no, non più.
Vito Anav