Fino a quando non fermeremo la mano di Arafat e dei suoi terroristi in divisa, la guerriglia continuerà. Ogni azione militare israeliana rappresenta una reazione necessaria agli attacchi palestinesi.

Arafat usa i bambini in prima fila negli scontri per impietosire la Comunità internazionale. I terroristi che sparano colpi di mortaio contro insediamenti o città israeliane spesso si nascondono dietro case o scuole. Sono dei vigliacchi, oltre che dei criminali.

Loro decidono freddamente di uccidere bambini ebrei. È successo a Hebron con la piccola Shalhevet Pass e ora con i due ragazzi di Tekoa. Vogliono intimorirci, farci sentire tutti in pericolo. Dobbiamo reagire: non c'è più tempo per le chiacchiere. In gioco è la stessa esistenza d'Israele.

Arafat crede nella soluzione militare, avendo rifiutato anche le concessioni storiche offerte da Ehud Barak a Camp David. In questo momento, la priorità assoluta non è la diplomazia fine a se stessa, ma garantire la sicurezza d'Israele.

Questa sicurezza discende dalla nostra forza militare e dalla volontà di usarla ogni qual volta siamo minacciati. È la lezione che ci viene dalla storia del popolo ebraico: dimenticarla significa suicidarci.

Come possiamo dialogare con chi nega l'Olocausto e insegna ai bambini l'odio e il disprezzo verso gli ebrei? Arafat è un nemico mortale, subdolo, inaffidabile. Il suo obiettivo non è mai cambiato: resta la distruzione d'Israele. Dobbiamo dichiarare che Arafat non è un interlocutore e che l'abbattimento del suo governo è un obiettivo strategico per la nostra sopravvivenza.

Questo è il mio punto di vista.