Nell'affrontare i problemi drammatici in cui versa il conflitto Israelo-Palestinese, con i suoi alti e bassi in un sottofondo di violenza perenne, si trascurano spesso alcuni fatti storici di estrema importanza che hanno radici profonde nella transizione tra l'Impero Ottomano e il Mandato Britannico.
Quando i primi esponenti del movimento sionista per il ritorno degli ebrei in Eretz Israel, a cavallo tra l'800 e il 900, costituirono i primi insediamenti, lo fecero comprando le terre agli arabi, grazie ai finanziamenti di facoltosi ebrei europei e americani.
Dopo un primo momento in cui gli arabi videro di buon occhio questa immigrazione, che poteva portare progresso e sviluppo per tutti, la Sublime Porta Ottomana fu costretta a introdurre il divieto assoluto di vendita delle terre agli ebrei, nel timore che questo ritorno potesse sfuggire di mano, minando l'integrità e la sovranità dell'Impero. Nonostante il divieto assoluto, le vendite continuarono: le terre non sono state quindi conquistate inizialmente con la forza, ma con la moneta sonante.
Nel frattempo le potenze europee, come inglesi e francesi, videro con favore e appoggiarono il movimento sionista (Dichiarazione Balfour), perché poteva rappresentare il cavallo di Troia per scardinare l'Impero Ottomano e conquistare e spartirsi il Medio Oriente, come poi è avvenuto, facendo leva anche sul malcontento crescente degli arabi palestinesi nei confronti di un impero turco opprimente e decadente.
Sono fuori luogo quindi le accuse agli ebrei di aver invaso uno Stato non loro. Quelle terre erano abitate da ebrei ben prima degli arabi, e la loro riconquista iniziale fu dovuta al commercio. Israele viene accusato da più parti di non rispettare le risoluzioni dell'ONU, ma si fa finta di non sapere che i primi a non averle rispettate sono stati i Paesi arabi, che hanno attaccato Israele dopo la risoluzione n. 181 del 29 novembre 1947, che sanciva la spartizione della Palestina e la nascita dello Stato ebraico.
Guerre combattute dai Paesi arabi confinanti con l'obiettivo di cacciare gli ebrei non per aiutare gli arabi palestinesi, ma per spartirsi la futura Palestina senza Israele. In seguito, con la Guerra dei Sei Giorni e del Kippur (entrambe vittoriose per l'esercito di Tzahal), Israele ha annesso dei territori (solo in parte restituiti) con la forza, continuando fino ai giorni nostri la politica di costruzione di insediamenti.
Venendo ai giorni nostri, questa situazione è sfuggita al controllo dei responsabili che dovrebbero condurre le trattative di pace. La principale organizzazione fondamentalista islamica palestinese (Hamas), nei propri documenti pubblici, scrive: "Finché tutti gli ebrei dell'entità sionista non saranno buttati a mare, gli attacchi suicidi dei martiri di Allah non cesseranno".
Dall'altra parte, alcuni gruppi ultraortodossi ebraici non riconoscono lo Stato d'Israele perché fondato dagli uomini e non dal Messia che, quando verrà, entrerà a Gerusalemme dalla Porta d'Oro, tutt'ora chiusa. Questo è il complesso scenario che risponde al nome di conflitto Israelo-Palestinese.
Ogni volta che si cerca di tornare al tavolo delle trattative, il terrorismo alza il tiro compiendo stragi di civili. Purtroppo, fino a quando una delle due parti non avrà prevalso definitivamente sull'altra o finché non ci sarà un reale mutamento generazionale, sarà difficile avere una pace duratura. Un conflitto troppo lungo, con troppo odio e rancore nelle giovani generazioni per poter sperare nella pace senza ulteriori spargimenti di sangue.
Fonte: http://ilgabbiano.splinder.it