Ogni primo giovedì del mese, insieme a molti altri israeliani, partiamo per Hebron per portare agli abitanti ebrei della città la nostra solidarietà, perché capiscano di non essere soli e abbandonati.

Viaggiamo su autobus blindati protetti da vetri antiproiettile perciò siamo abbastanza tranquilli anche nell'attraversare villaggi arabi tra gli sguardi ostili degli abitanti.

Ci facciamo immediatamente conquistare dalla spiritualità di Hebron, la prima città ebraica, la prima capitale di Israele, respiriamo l'aria leggera e fresca, camminiamo per le stradine tra le case degli ebrei praticamente sepolte dentro metri di sacchetti di sabbia che dovrebbero proteggere dagli spari dei palestinesi. Per la strada incontriamo i nostri ebrei, ci sorridono, i bambini corrono e cantano, alcuni pregano perché si fa sera e io penso alle descrizioni che i filopalestinesi fanno degli ebrei di Hebron: bestie assetate di sangue, coloni violenti, bambini cattivi che distruggono i banchetti dei palestinesi nella piazza del mercato.

Si stringe la gola a pensare a questa terribile propaganda che demonizza persone perseguitate da decenni e che da decenni vivono in uno stato di tensione disumana.

Vediamo soltanto persone tranquille, giustamente preoccupate e sicuramente spaventate ma serene, nonostante tutto.

Donne col turbante che chiacchierano sotto casa guardando i loro bambini che giocano. Ci lanciano sguardi curiosi come a chiedersi chi sono questi strani personaggi che vengono a trovarli una volta al mese e gli sorridono e si mettono anche a giocare con i bambini oppure a chiacchierare con i soldati che sono presenti a ogni angolo di casa. Soldati stanchi, ragazzini anch'essi che ormai vivono in simbiosi con la popolazione ebraica di Hebron, sono diventati i loro figli adottivi, i fratelli maggiori.

I soldati ci salutano, shalom, guardano discretamente le ragazzine che scendono dagli autobus, le belle ragazzine israeliane un po' provocanti e un po' timide che li adocchiano e gli offrono una sigaretta o un mastic, la gomma da masticare.

Questi ragazzi in divisa e armati fino ai denti se le mangiano con gli occhi ma poi guardano altrove perché è vietato distrarsi, potrebbe costare la punizione o, peggio, la vita.

È vero, gli abitanti ebrei di Hebron sono armati ma chiunque lo sarebbe in un posto dove anche uscire a comprare le sigarette o portare il proprio figlio in un prato a giocare può costare la vita.

Ci allontaniamo dal centro del quartiere ebraico e saliamo sulla collina per andare a Tel Rumeida, il cuore della Hebron biblica, a visitare la tomba di Rut, ritornata a essere Tomba di Rut dopo che per anni era stata trasformata in una moschea.

Rut, la moabita, matriarca della casa di Davide, che, dopo la morte in guerra del marito, rifiutò l'invito della suocera Noemi di ritornare nel suo villaggio in Moab tra la sua famiglia d'origine, dicendole queste meravigliose parole:
"Il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio, dovunque tu andrai là io ti seguirò".

E ritornò insieme a lei a Bet Lechem.

Nella stessa Tomba insieme a Rut, è sepolto anche Jesse, padre di Re Davide.

Nella stanzetta minuscola e buia, illuminata malamente da qualche candelina, qualcuno prega, qualcuno accende ancora una candela, qualcuno chiede una grazia e tutti si fanno travolgere dalla magia del luogo: dentro il buio e il silenzio interrotto dal brusio delle preghiere, fuori ancora silenzio, cinguettio di uccelli, il cielo blu del tramonto, lo stesso blu terso di Gerusalemme, e sotto i nostri piedi la terra che ricopre i resti del palazzo di Re David.

Recitiamo tutti insieme lo Shemà Israel, Ascolta Israele.

Viene un groppo alla gola.

Scendiamo a piedi verso il centro della città. È già buio e la piazza antistante la Grotta della Machpelà, la grotta dei Patriarchi, si sta facendo silenziosa e deserta. Magica. Sembra di sentire il rumore delle carovane bibliche che entravano nell'antica Capitale di Israele.

Nella Grotta si trovano le tombe di Abramo e Sarah, Giacobbe e Leah. Gli ebrei possono entrarvi soltanto a giorni alterni. Assolutamente proibito l'incontro con i musulmani ed è una fortuna che almeno non abbiano proibito agli ebrei l'ingresso ai loro luoghi santi come è successo a Gerusalemme dove nessun ebreo può salire al Monte del Tempio.

I controlli dell'esercito sono severissimi, non lasciano passare nemmeno un tubetto di pillole per il mal di testa.

Qui Baruch Goldstein, nel 1994, era salito, pazzo di dolore e di rabbia per i continui assassini di ebrei, nonostante o forse a causa del processo di pace, e aveva aperto il fuoco contro i musulmani in preghiera.

Voleva morire insieme ai suoi nemici, gli stessi nemici che il giorno prima avevano ammazzato la bambina di tre anni di un suo amico. Aveva riconosciuto lui il cadaverino martoriato nell'ospedale dove era medico. Da quel momento la follia dell'odio gli aveva divorato l'anima.

Si salgono in silenzio le grandi scalinate e si entra in un'ampia sala illuminata da candele, milioni di candele tremolanti sparse dovunque a grappoli. Candele che i fedeli accendono, una per ogni membro della famiglia, anche zii e cugini, anche parenti lontani e mai visti. Tutti hanno qui una candela accesa anche se non lo sanno. Si resta delusi e tristemente sorpresi nel vedere che tutto è stato islamizzato, l'antica grotta acquistata da Abramo per seppellirvi Sarah è stata trasformata in moschea e gli ebrei sono costretti a pregare in un luogo all'aperto sotto una tenda.

A dire il vero è bello e molto spirituale, sembra di essere tornati all'epoca dell'Arca Santa, tra gli squarci del tendone si intravvedono le stelle. Un rabbino prega, gli altri rispondono, i bambini gridano ma nessuno li zittisce.

I bambini in Israele sono i padroni, i padroni adorati che a 18 anni devono andare all'esercito e forse non tornare mai più a casa. Ogni mamma di Israele pensa a quel momento col cuore che fa male.

Per le sale si aggira un uomo, bellissimo, vecchio, con una corta barba bianca e vestito di bianco. È l'uomo che si è autoeletto a fare da tramite tra i fedeli e La Divinità.

Chi gli chiede di dire una benedizione per il figlio che si sposa o che divorzia, chi va da lui piangendo perché qualcuno sta male o perché il figlio, la figlia, il marito, il padre vanno in guerra; e lui prega e a ogni persona fa una carezza e non chiede mai soldi.

A chi vuole fare un'offerta indica uno scrigno d'argento vicino a uno dei sarcofaghi. Là vanno a finire le offerte dei fedeli per poter sostenere le spese della Grotta. I sarcofaghi dei Padri e delle Madri di Israele sono letteralmente coperti di scritte in lingua araba. Ne manca uno però, manca la Tomba di Isacco che è situata nel quartiere arabo quindi, secondo il metro di tolleranza religiosa islamica, è off-limit per gli ebrei che hanno il permesso di recarvisi soltanto, e per fortuna, 10 giorni nell'arco di un anno.

Usciamo dalla Grotta della Machpelà un po' storditi e silenziosi. Tutti abbiamo acceso le nostre candele e abbiamo chiesto al vecchio profeta dalla barba bianca di dire le sue benedizioni per noi e per le nostre famiglie e per i nostri amici.

È buio, Hebron è completamente deserta, vi sono i soldati a gruppetti, tutti ci salutano, Shalom - pace, ci guardano con nostalgia, è come se fossimo il tramite tra questo mondo silenzioso di un silenzio pieno di tensione e quello da cui provengono: Tel Aviv, Haifa, le città israeliane libere, le spiagge, le discoteche dove ogni ragazzo del mondo dovrebbe avere il diritto di divertirsi.

Anche i ragazzi israeliani, anche quelli palestinesi.

Quel loro shalom è disperato e disperante. Quale pace? Dove sta la pace? Persa a Camp David dal rifiuto di Arafat.

Qualche ebreo che, uscito dalla sinagoga più vicina, corre verso casa un po' chino su se stesso. Paura? Sicuramente sì e la si sente la paura, è palpabile. Le case del quartiere ebraico, sepolte tra metri di sacchetti di sabbia, hanno le finestre, di cui si vede solo la metà superiore, illuminate. Finestre sbarrate e porte sbarrate; fuori, sui tetti delle case arabe di Tel Rumeida potrebbe esserci qualche cecchino pronto a colpire l'ebreo di turno. Un anno fa era stata colpita alla testa la piccola Shalhevet di 6 mesi in braccio al papà che la portava a giocare in un giardino.

La storia ebraica incomincia a Hebron
David Ben Gurion

Il Patriarca Abramo scelse Hebron (Kiriat Arba, città dei quattro colli, antico nome ebraico) quale primo insediamento ebraico in terra di Canaan, e fu proprio qui, tra queste colline, che si verificò il primo atto legale di acquisto di terra del periodo biblico, quando il Patriarca offrì 400 sicli per l'acquisto della Grotta della Machpelah dove seppellì la moglie Sarah e dove in seguito fu sepolto egli stesso con Isacco, Giacobbe e Leah.

"La vita di Sara fu di centoventisette anni. Morì in Kiriat Arba ora Chevron, in Terra di Canaan e Abramo venne a fare esequie a Sara e a piangerla... Abramo si alzò, si prostrò alla gente del paese, ai Chittei (ittiti) e così disse loro: 'Se voi volete togliermi dinnanzi il mio morto per seppellirlo, ascoltatemi e intercedete per me presso Efron di Tscochar affinché mi ceda la grotta della Machpelà che è all'estremità del suo campo. Me la ceda, alla vostra presenza, per l'intero suo valore...'. Efron rispose ad Abramo: 'Ascoltami o signore, un terreno da quattrocento sicli d'argento, fra te e me che cos'è? Seppellisci pure il tuo morto'. Abramo acconsentì a Efron e gli pagò la somma che aveva chiesto alla presenza dei Chittei. Così il campo di Efron, posto in Machpelà di fronte a Mamrè, il campo e la grotta che è in esso, tutti gli alberi esistenti nel campo, dentro i suoi confini all'intorno, passarono in proprietà ad Abramo. Dopodiché Abramo seppellì la moglie Sara nella Grotta del campo di Machpelà posto di fronte a Mamrè oggi Chevron in terra di Canaan. Il campo e la grotta passarono dai Chittei ad Abramo in proprietà di sepoltura."
(Genesi 23, 12-20 - 24,1-7)

Durante l'era biblica Hebron fu la prima Capitale di Re Davide che vi regnò per 7 anni prima di trasferirsi a Gerusalemme, Città della Pace, che diventò così la Capitale di Israele, sede del Tempio degli ebrei.

Hebron fu una delle città più importanti di Israele durante tutto il periodo che va dal Primo al Secondo Tempio e fu qui che Bar Kochba diede inizio alla sua rivolta contro i Romani. La rivolta si concluse tragicamente con la distruzione del Secondo Tempio, la fine di Israele e l'inizio della diaspora ebraica che doveva durare duemila anni, fino al 15 maggio 1948.

Vi furono pii ebrei che rimasero in terra di Israele, divenuta Palaestina Romana, e andarono a vivere nelle città sante dell'ebraismo tra cui appunto Hebron dove abitarono ininterrottamente per 3700 anni sopportando varie conquiste, distruzioni e mutamenti drammatici.

I bizantini e i crociati trasformarono la Grotta del Padre Abramo in una chiesa, poi arrivarono i musulmani e la trasformarono in una moschea ma gli ebrei rimasero là nonostante tutto e continuarono a pregare i Padri e le Madri di Israele.

Circa 700 anni fa i Mamelucchi conquistarono Hebron, dichiararono il luogo proprietà islamica, proibirono l'entrata alla Grotta a tutti gli ebrei e non permisero loro di avvicinarsi più di sette passi dall'inizio della scalinata. Sette passi per poter pregare, sette passi che non permettevano neppure di vedere l'entrata della Grotta.

Nonostante queste pesanti discriminazioni gli ebrei del mondo continuavano ad arrivare a Hebron insediandosi, praticamente gli uni sugli altri, sulla collina di Tel Rumeida. Altri ebrei arrivarono dopo la cacciata dalla Spagna e l'Inquisizione. Erranti di terra in terra, cacciati e perseguitati, trovarono a Hebron i loro fratelli e un po' di tranquillità all'ombra delle Tombe dei loro Patriarchi.

La popolazione araba viveva tutto intorno e lentamente i rapporti tra i due popoli si normalizzarono. Gli ebrei, quasi tutti studiosi e maestri insigni della Thorà, non davano fastidio alla popolazione araba che arrivò infine ad apprezzarli poiché la loro presenza creava lavoro e miglior stile di vita.

Verso la fine del 700 gli ebrei acquistarono 400 dunam di terra intorno a Tel Rumeida per poter vivere più comodamente. Quei 400 dunam, ancora oggi proprietà ebraica, costituiscono la maggior parte della Hebron odierna, compresa la Casbah in cui si possono trovare ancora i segni delle mezuzot (piccoli rotoli di pergamena, racchiusi in astucci, recanti versi del Deuteronomio) ai portoni delle case diventate illegalmente di proprietà araba.

Gli ebrei e gli arabi di Hebron convissero pacificamente per alcuni secoli, fino al 1929, data del massacro e della distruzione della comunità ebraica.

Cosa accadde nel 1929?
Il Mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini, zio di Yasser Arafat, era un fervente nazista e un feroce odiatore di ebrei.

Incominciò proprio dal Palazzo del Mufti, a Gerusalemme, una violenta campagna antiebraica; gli Imam di tutta la Palestina tennero sermoni pieni di odio nelle moschee fino a incendiare gli animi della gente e a provocare i pogrom che attraversarono tutto il paese, complice il silenzio assoluto degli inglesi.

Quando incominciò la rivolta araba gli ebrei di Hebron rifiutarono la protezione dell'Haganà sicuri che nella loro città non sarebbe accaduto niente e che i loro amici arabi non gli avrebbero torto un capello dopo centinaia d'anni di convivenza pacifica.

Purtroppo la loro fiducia risultò essere mera illusione e pagarono caro il loro sogno di affetto e amicizia. Pagarono con la morte, una morte così atroce che, disse un sopravvissuto, pareva che il cielo cadesse su Hebron.

Il pogrom incominciò il 23 agosto, nel pomeriggio. Orde di arabi attaccarono ogni ebreo che incontravano sulla loro strada, ammazzando tutti; entrarono nelle case e nelle sinagoghe, uccisero i rabbini, bruciarono ogni cosa.

Agli ebrei che chiedevano disperatamente aiuto i britannici risposero di chiudersi in casa e di aspettare gli eventi. Eventi che purtroppo non tardarono.

Sabato 24 agosto 1929, si rinnovò la tragedia. Migliaia di arabi armati di coltelli, asce, forconi e ogni arma possibile incominciarono un sistematico assalto alle case degli ebrei di Hebron. Non risparmiarono nessuno, ammazzando ogni ebreo sul quale potevano mettere le mani. Entrarono nella casa del Rabbino Yosef Castel, loro amico, lo sgozzarono e bruciarono la sua casa.

Il Rabbino Hanoch Hasson, caporabbino di Hebron, fu ucciso con l'intera famiglia. Tagliarono le mani della moglie che morì dissanguata. Sopravvisse solo Shlomo, un bambino di un anno, coperto di sangue quindi probabilmente creduto morto. L'eccidio continuò per tutta la giornata, di casa in casa, senza pietà sotto gli occhi degli inglesi indifferenti e spaventati.

Quel giorno furono sgozzati 89 ebrei di Hebron e tre giorni dopo gli inglesi decisero di evacuare chi era sopravvissuto nella Comunità. Li misero sui camion e li portarono a Gerusalemme e tutte le loro proprietà furono prese dagli arabi e mai più restituite. Fu distrutta così, col tacito consenso del Governo britannico, la più antica comunità ebraica in Terra di Israele. Ma la sabbia che si calpesta non è più rossa del sangue di tanti innocenti. Il tempo è passato.

Il cielo, quel cielo che pareva cadesse sulla città, è terso e azzurro e pare aver assorbito le grida dei pii vecchi, dei rabbini, delle donne e bambini ebrei ammazzati senza motivo, senza pietà, senza guerra. Ammazzati per odio come dopo alcuni anni sarebbe accaduto in Europa.

Dopo il pogrom del 1929 e la deportazione degli ebrei da Hebron, i sopravvissuti della Comunità tentarono tra enormi difficoltà di ritornare nella città dei loro Padri. Una delle figure di spicco di quel periodo fu Rabbi Yaakov Slonim, la cui famiglia fu assassinata durante i tumulti, ma egli non fu solo: molti condivisero le sue aspirazioni e i suoi sogni.

Dopo aver superato ostacoli di ogni genere, nella primavera del 1931, un gruppo di famiglie ritornò a Hebron guidate da Rabbi Heiem Begaio e Avraham Franco. Rimasero a Hebron per 4 anni cercando con ogni sforzo di svilupparsi e consolidarsi nonostante l'atmosfera ostile che li circondava.

Quando nel 1936 altri tumulti scoppiarono e si paventava un altro eccidio, gli inglesi deportarono ancora tutti gli ebrei: in piena notte li ricaricarono sui camion e li portarono fuori dalla città. Ancora una volta trionfavano terrore e violenza con il supporto delle autorità inglesi e ancora una volta la minuscola e pacifica comunità ebraica di Hebron svanì nel nulla.

Nel 1948 i giordani conquistarono Giudea e Samaria, inclusa Hebron. Le autorità giordane completarono la distruzione dei pochi ebrei abbarbicati a quella terra e di qualsiasi forma di vita ebraica.

L'antico quartiere ebraico fu raso al suolo (come a Gerusalemme) e al suo posto fu insediato il mercato; gabinetti pubblici furono costruiti al posto dei luoghi santi dell'ebraismo, e la casbah fu allargata sulle antiche case degli ebrei. L'antica Sinagoga di Abramo fu fatta crollare e al suo posto fu costruito un recinto per capre, pecore e asini. Altre case di ebrei, come l'antico ospedale Hadassa e la Beit Romano, furono usate come uffici per i conquistatori giordani.

L'antico cimitero ebraico, incluso il cippo a onore dei martiri del 1929, fu completamente distrutto. Le pietre tombali, qui come a Gerusalemme, furono usate per lastricare le strade e per costruire edifici. Hebron rimase senza ebrei per 20 anni.

Nel 1967, dopo che i Giordani insieme ad altre cinque nazioni arabe avevano perso la guerra per l'annientamento di Israele, la Giudea e la Samaria furono liberate e gli arabi di Hebron, temendo la vendetta per i fatti del '29 e '36, si arresero senza sparare un colpo.

Il capo dell'IDF, Generale Shlomo Goren, fu il primo ebreo a entrare a Hebron; entrò da solo e proseguì verso la Grotta della Machpelà dove ricevette l'articolo di resa della città. Quello era il momento opportuno per i figli di Hebron di ritornare a prendere possesso delle loro terre e delle loro case per sempre.

Purtroppo il governo esitò e gli ebrei di Hebron dovettero arrangiarsi da soli. Un gruppo di famiglie rientrò subito, altri seguirono all'inizio del 1968 e con l'andare del tempo, nonostante le difficoltà e i pericoli, la comunità crebbe e si stabilizzò.

Tre anni più tardi il governo decise di costruire un insediamento nell'antica Kiriat Arba a pochi chilometri dal centro di Hebron e dal 1971 la comunità si estese fino a raggiungere le 7000 persone, religiosi e laici.

Kiriat Arba oggi ha una piccola zona industriale, centri commerciali, una grande varietà di scuole religiose e laiche e centri sociali. Le antiche sinagoghe distrutte furono ricostruite e restaurati gli scavi di palazzi dell'era cananea e delle parti della città dell'epoca del Primo e Secondo Tempio; tutto era stato sepolto con spregio sotto metri di immondizie.

Gli avvenimenti degli anni tra il 1994 e il 1996 portarono Hebron a essere il centro dell'attenzione internazionale.

Nel settembre del 1993, gli accordi di Oslo diedero all'OLP la totale autonomia su Giudea, Samaria e Gaza e il primo risultato di questo accordo fu la creazione della polizia palestinese composta da ex terroristi e terroristi ancora in carica e il ritiro dell'esercito di Israele dai centri urbani, lasciando tutto in mano all'autorità palestinese che si occupò di tutto meno che della difesa degli ebrei.

Quello che molti paventavano si verificò e incominciò un altro periodo di efferati attentati anche se era pronto il premio Nobel per la pace per il Capo dell'OLP, Yasser Arafat. Vi furono molti attacchi terroristici nella zona e molti ebrei furono uccisi. Dal 1993 gli attacchi del terrore contro gli ebrei continuarono senza sosta con le più svariate armi, dai coltelli alle bombe, ai sassi, ai fucili e numerosi ebrei di Hebron tra cui alcuni bambini, la più piccola di tre anni, furono uccisi.

Una settimana prima della festa di Purim del 1994 Hamas fece circolare un volantino per annunciare un prossimo e massiccio attacco alla comunità ebraica e per ordinare agli arabi di chiudersi in casa. La sera di Purim centinaia di arabi urlanti gli stessi slogan di sempre: "ALLAH È GRANDE! MORTE AGLI EBREI!" correvano per le strade della cittadina terrorizzando gli ebrei che credevano di essere ritornati al 1929.

Il giorno dopo, Purim, il dottor Baruch Goldstein, un medico chirurgo di Kiriat Arba che aveva dovuto curare o dichiarare la morte di numerose vittime del terrorismo arabo, entrò nella grotta della Machpelà e aprì il fuoco uccidendo 29 arabi. Dopo questo gravissimo attentato si riparlò di evacuare gli ebrei da Hebron ma durante la festa della Pasqua ebraica (Pessach) una grande manifestazione ebbe luogo per protestare contro la minaccia del Governo di sradicare gli ebrei dalla loro città santa.

Il rispetto degli accordi di Oslo e il trasferimento di tutti i territori liberati nel 1967 all'OLP metteva in pericolo la vita di migliaia di ebrei specialmente dei 400 che vivevano al centro di Hebron, cuore dell'area popolata da arabi ostili molti dei quali identificati come gli assassini del 1929.

Dopo l'attentato del 1994 agli ebrei fu vietato di entrare nella Grotta della Machpelà e per un anno intero furono costretti a pregare all'aperto, lontani dagli arabi. Dopo l'inchiesta condotta dal giudice Meir Shamgar risultò enorme il numero di attacchi e omicidi che aveva colpito i cittadini ebrei di Hebron e di Kiriat Arba prima del folle gesto di Baruch Goldstein. Questo però non poteva sminuire la gravità dell'attentato condannato all'unanimità e con forza da tutti poiché gli israeliani, non abituati al terrorismo ebraico, se ne vergognavano moltissimo.

Il Governo decise la permanente separazione fisica tra i gruppi e negò agli ebrei il permesso di visitare la Tomba di Isacco che si trova in pieno quartiere arabo. Queste decisioni del governo di Israele prese allo scopo di evitare altre tragedie, provocarono tuttavia una forte opposizione a causa del calpestato diritto degli ebrei di poter avere un legame continuo e libero con le proprie radici.

Le decine di attentati arabi non avevano provocato nessuna punizione alla popolazione araba; un unico attentato di un ebreo portò alla punizione di tutta la comunità ebraica da parte del suo stesso governo.

Nel 1995, a Taba, il destino di Hebron fu segnato, la città fu irresponsabilmente regalata a Arafat e l'esercito si ritirò dall'85% dell'area. L'assassinio di Rabin, 4 novembre 1995, incoraggiò la sinistra israeliana ad accusare la destra e i religiosi e approfittò dell'atmosfera di dolore, vergogna, e confusi sentimenti di colpa degli israeliani per concludere la svendita delle antiche terre ebraiche liberate nel 1967 dall'occupazione giordana.

Furono evacuati gli ebrei dalle città di Giudea e Samaria: Jenin, Shechem, Tulkarm, Bet Lechem, Ramallah e Kalkilia. Gli uomini dell'OLP entrarono nelle città come vincitori. Le bandiere di Israele furono dissacrate e bruciate.

La probabile evacuazione di Hebron paventava l'avvicinarsi all'orlo di un abisso da cui non si sarebbe più risaliti. Cancellare la presenza ebraica da Hebron poteva significare cancellare 4000 anni di storia e nessuno doveva assumersi tale responsabilità. Povera la Nazione che dimentica la sua Storia.

Probabilmente non ci sarà mai più il ricongiungimento tra la Città Santa dei Padri e lo stato di Israele ma la missione di Abramo non è conclusa e per gli ebrei Hebron è il passato, il presente e per sempre.