Scoppia la prima Guerra di Indipendenza. Miriam parla in modo chiaro, senza sbavature, senza retorica; racconta episodi, non la guerra dei combattimenti, ma i sentimenti, i pericoli degli ebrei, dei bambini del suo kibbutz tra i quali c'era suo figlio. Racconta in modo pacato, freddo, forse stanco. È molto provata dai ricordi o forse è provata anche dalla realtà di oggi: la guerra continua.
"Sono passati 56 anni e abbiamo ancora morti ebrei, ancora bambini ebrei fatti a pezzi. Gli arabi non hanno fatto un passo lontano dall'odio, anzi ne hanno fatto la ragione della loro vita."
Non voglio interrompere Miriam, la lascio parlare:
— Ricordare può far sentire spossati? Credo proprio di sì, sono stanca. Sono seduta qui e mi domando incredula: ma in quale sequenza sono accaduti i fatti? I ricordi si accavallano come un fiume in piena e dopo tanti anni è difficile dar loro un ordine cronologico, credo però di esserci riuscita... forse per questo sono sfinita!
Oggi capisco anche perché, all'epoca, il mondo era convinto che in due settimane al massimo tutto sarebbe finito con la nostra totale disfatta: gli eserciti arabi, molti dei quali comandati da ufficiali inglesi, contro gli ebrei male armati e abbandonati a se stessi; che dico abbandonati, peggio, in molti casi ci fu impedito di difenderci. Come abbiamo fatto a vincere? Eppure ce l'abbiamo fatta, contro ogni previsione, da soli, con poche armi e tanta voglia di vivere.
E continua a parlare come se raccontasse, in simultanea, un film che scorre davanti ai suoi occhi:
— Gli inglesi se ne vanno, senza fretta, non hanno proprio nient'altro da fare: andarsene e basta, lasciarci in pace... invece continuano a farci del male, vogliono sabotarci, lasciano che ci ammazzino. Un giorno un gruppo di poliziotti ebrei, i meravigliosi Notrim, furono circondati dagli arabi ad Azor, tra Rehovot e Tel Aviv. I ragazzi del Palmach corrono in loro aiuto ma gli inglesi non li lasciano passare e i Notrim vengono uccisi e fatti a pezzi. Oggi sulla strada di Tel Aviv c'è una località chiamata Mishmar Hashivà, vicino ad Azor, in ricordo dell'eccidio.
Questo è uno dei tanti gravi episodi che ricordo, ma mi sto chiedendo in quale momento della guerra è stato evacuato il kibbutz Nizzanim. Ti ricordi che era stato il mio primo kibbutz nel 1947? Ricordo che la notizia dell'evacuazione mi strinse il cuore come in una morsa e giurai a me stessa che mai nessuno mi avrebbe mandata via da Givat Brenner. Nessuno avrebbe evacuato me, la mia famiglia, i miei compagni.
Accadde che un giorno... sai, i bambini in kibbutz non mangiano generalmente coi genitori... perciò quel giorno alcuni tavoli richiamano la mia attenzione: vi siedono giovani donne e bambini piccoli. Chi sono? Una voce strana mi fece capire tutto: "Nizzanim è stata evacuata: sono rimasti solo pochi uomini a combattere contro l'esercito egiziano che avanza...". Le mamme e i bambini vengono sistemati nei kibbutz vicini, anche nel nostro.
Non bastano dunque le bande armate che ammazzano e rubano, ora cinque eserciti invadono il Paese. Dal sud avanzano gli egiziani, da est la Legione Araba della Giordania, agguerrita e ben addestrata. Dal nord scendono anche libanesi e siriani. È presente pure l'Iraq e il Sudan. Tutte queste forze incitano la popolazione araba locale: "Andate via, lasciateci far la guerra e alla fine tornerete nelle case degli ebrei". E questi si lasciano convincere, accecati dalla propaganda. Barconi solcano il mare verso Gaza. Non sanno che i loro fratelli arabi li rinchiuderanno in campi e li useranno in seguito come armi umane contro Israele.
Da Tel Aviv gli ebrei entrano a Giaffa, armati di megafono. Esortano la popolazione a rimanere: "Non fuggite: non vi sarà fatto alcun male, non abbandonate le vostre case". Ma la guerra avanza, gli egiziani sono a pochi chilometri dal nostro kibbutz. Siamo circondati. Gli ebrei però spiazzano tutti perché non solo resistono, ma riportano vittorie. Si diffonde tra i soldati arabi una voce: dicono che ai lati di ogni soldato ebreo combattono due angeli che li proteggono! Gli eserciti armati si spaventano. "Non li vinceremo mai!" gridano. E hanno ragione. Quello che in loro è fanatismo, in noi è coraggio. Quello che per loro è odio, per noi è amore per casa nostra.
Mio figlio nasce e dopo tre giorni torno a casa dall'ospedale. Il "cessate il fuoco" dura un mesetto. Dopo due settimane, le poste internazionali ci ricollegano al resto del mondo ma ci avvertono che non possiamo usare francobolli di altri paesi. "Certo che no!" fu la nostra risposta orgogliosa, "Siamo pronti con i nostri!". Infatti le lettere partono con francobolli del K.K.L. (Keren Kayemet LeIsrael) sui quali spicca il timbro "Medinat Israel", Stato di Israele!
Finita la tregua, ricominciano gli allarmi. Decidiamo di coricare tutti i neonati nei bunker. Anna Pontecorvo (sorella del fisico Bruno Pontecorvo) ed io ci sistemiamo nella trincea vicino all'ingresso. Sento uno schianto e penso: una bomba piccola. Poi sento la voce di Anna: "Che ci facciamo qui dentro?". Eravamo finite dentro il bunker dei bambini senza accorgercene. Sarà stato lo spostamento d'aria... ci guardiamo e aggiungiamo: "...o la fifa!" e scoppiamo a ridere.
Venne a trovarmi Silvio Colombo di Torino. Suona l'allarme e bisogna correre al rifugio, ma io sono sola con otto neonati. "Qua a me!" dice Silvio, "Aiutami a sistemarmeli sotto le braccia". Ne prende sei, tre per parte, io prendo gli altri due e arriviamo al rifugio. Li salviamo tutti.
Volevano evacuare mamme e bambini perché eravamo circondati dagli egiziani. "Mai!" dissi a me stessa. Ci opponemmo e non ci muovemmo. Poi la guerra finì... o meglio, non è finita ancora. I miei figli sono nati con la guerra, i miei nipoti sono nati con la guerra.
— Miriam, secondo te avremo la pace un giorno?
— Oggi siamo colpiti dall'odio, un odio che vuole distruggere il mondo intero pur di distruggere noi. Perché disturba così tanto il fatto che vogliamo avere il nostro paese? Dicono che era dei palestinesi? Il Paese è di chi lo ama e noi lo abbiamo amato per millenni. Per questo Paese siamo morti in Europa e qui eravamo disposti a convivere in pace con gli arabi. Loro hanno scelto la guerra. Peccato per i nostri ventiduemila morti. Non so se avremo mai la pace, ma so che non vinceranno perché gli iracheni hanno visto gli angeli combattere accanto a noi.
Deborah Fait