All'improvviso una voce metallica nell'altoparlante invita gli automobilisti a fermarsi, poi raccomanda tutti di chiudere le finestre e ordina a qualche ragazzino indisciplinato e incosciente di non fare un solo passo in più. Mi avvicino alla finestra per seguire la consueta scenetta settimanale: allarme bomba.
Succede spesso, è usuale in Israele, un pacco dimenticato, un sacco di plastica legato e abbandonato in un angolo, uno zainetto su una panchina. Qualcuno dà l'allarme, qui siamo abituati così e nel giro di tre secondi arrivano polizia e artificieri e incomincia la solita scena: nastri gialli di plastica chiudono le strade circostanti, camionette della polizia si piazzano in mezzo, i soldati e i poliziotti controllano che nessuno distrattamente si avvicini. Il silenzio è di tomba, sembra che tutto il quartiere trattenga il fiato, si sentono solo i passi degli artificieri che sistemano il robot e poi incominciano a manovrarlo verso l'oggetto sospetto.
I passanti immobili stanno a guardare da lontano, si sente una grande tensione, qualcuno parla al telefonino forse avvisa casa che c'è una sospetta bomba. Gli automobilisti spengono i motori. Si vede una tenda leggermente spostata e qualcuno che cerca di sbirciare. I bambini stanno in silenzio perfetto affascinati dal robot che lentamente si avvicina all'oggetto. Alla fine lo ricopre con una specie di contenitore e lo fa esplodere. Un sospiro di sollievo, non era una bomba e il proprietario dell'oggetto dimenticato non lo ritroverà mai più. Non conviene essere distratti in Israele.
Alcuni anni fa mi trovavo alla Posta di Ramat Aviv, ero arrivata da poco e non ancora abituata alle leggi di sopravvivenza degli israeliani ma stavo per impararlo con una lezione pratica: mi ero messa disciplinatamente in fila e arrivata davanti all'impiegata mi accorsi che sul portaoggetti sotto il bancone c'era un sacchetto di carta pieno di qualcosa. Lo sollevai davanti al naso della ragazza dietro il bancone dicendo, sorridendo, tutta orgogliosa del mio ebraico: — Qualcuno ha dimenticato questo.
È stato un attimo, l'impiegata si è messa a urlare: — Lascialo giù, non toccarlo! — Io ero pietrificata dalla sorpresa e tutti quelli presenti in sala erano già fuori dalla porta mentre un'altra ragazza mi tirava per la manica dicendomi: — Get out!
La direttrice, nel suo ufficio a vetri, era al telefono e spiegava velocemente cosa era successo. Non mi ero ancora ripresa dallo stupore e dalla velocità della scena che avevo appena vissuto che era già arrivata la polizia a recintare l'edificio e dopo un paio di secondi un artificiere stava facendo entrare nella sala il solito robot. È stato il mio primo impatto con la paura del terrorismo e da allora sono diventata un'esperta di "pericolo bomba".
Siamo tutti esperti di bombe, pericoli bomba, avvisi di sospetta bomba, in questo paese e tutti ci assoggettiamo di buon grado, quasi con un senso di piacere e sicurezza ad aprire borse e sacchetti davanti ai supermercati, negozi, centri commerciali, bar, ristoranti, uffici. Se non ci controllano bene protestiamo perché sappiamo che è per la nostra salvezza.
Purtroppo tutto questo, a incominciare dagli accurati controlli che fanno all'aeroporto, infastidisce molti europei che vengono in Israele. Ho assistito personalmente a scene di gente isterica che trattava a male parole chi faceva il proprio dovere e chiedeva se non avevi preso nessun pacchetto da estranei. Io cercavo di spiegare: — Lo fanno per la vostra sicurezza, per la sicurezza di tutti. — Inutile, non capivano, preferivano avere un'ennesima scusa per guardarci in cagnesco.
Ciechi e sordi ma non muti! — Ma come vi permettete? — ci rimproveravano rabbiosi.
Incominceranno a capire adesso? L'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. Certo, pensare all'ETA è rassicurante perché quei terroristi non andrebbero mai a colpire Milano, Roma o Londra e Parigi ma se, come sembra, è stato il fondamentalismo islamico allora è giusto aver paura. Sarebbe anche giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana.
Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: — Lotta di liberazione, non hanno altra possibilità che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi).
Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico. La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Ben Laden, Arafat e Saddam Hussein.