Nella speculazione cabalistica sulle Sefirot in generale e sulla loro relazione con l'Emanatore in particolare, sono egualmente evidenti sia l'approccio teosofico che quello teologico. D'altro canto, quando si giunge allo sviluppo sequenziale delle Sefirot, e alla funzione individuale di ognuna di esse, specialmente a partire dalla seconda Sefirah, comincia a predominare un forte elemento gnostico e mitico. I cabalisti continuavano a rimarcare la natura soggettiva delle loro descrizioni: "tutto dalla prospettiva di coloro che ricevono" (Ma'arekhet ha-Elohut); "tutto questo è detto solo dal nostro punto di vista, ed è tutto in relazione alle nostre conoscenze" (Zohar 2:176a).
Questo per non impedire loro di abbondare in descrizioni estremamente
dettagliate, come se stessero in ogni modo parlando di una realtà
effettiva e di fatti obbiettivi. Il movimento progressivo della vita
nascosta di Dio, che si esprime in una particolare forma strutturale,
stabilì il ritmo per lo sviluppo dei mondi creati al di fuori del mondo
dell'emanazione, cosicché queste strutture più interne ricorrono in ogni
dominio secondario. Pertanto c'è una giustificazione fondamentale per un
unico e completo sistema simbolico. Un'esistenza interna che sopraffà
ogni caratterizzazione o descrizione perché al di là della nostra
percezione la si può esprimere solo simbolicamente. Le parole della
Torah Scritta e Orale non descrivono solo argomenti ed eventi mondani,
storicamente collocati e che riguardano le relazioni tra Israele e il
suo Dio, ma anche, se interpretate misticamente, parlano
dell'interazione tra l'Emanatore e l'emanato, tra le stesse diverse
Sefirot, e tra le Sefirot e le attività degli uomini attraverso la
Torah e la preghiera.
Quello che nel senso letterale è detto il racconto della creazione è
invece un'allusione mistica al processo che avviene all'interno dello
stesso mondo dell'emanazione, e pertanto si può esprimere solo
simbolicamente. In linea generale, tale simbolismo interessava i
cabalisti ben più di tutte le speculazioni teoriche sulla natura delle
Sefirot, e la maggior parte della letteratura cabalistica tratta di
quest'aspetto e delle sue dettagliate applicazioni. Gran parte dei
commenti alla Torah, ai Salmi e alle aggadot, così come la voluminosa
letteratura sulle ragioni dei Comandamenti (ta'amey ha-mitzwot) sono
basati su quest'approccio. Come sopra notato, però, niente di questo
simbolismo ha alcuna influenza sull'Eyn-Sof, sebbene ci siano comunque
stati dei cabalisti che gli applicarono specifiche espressioni nella
Scrittura o nel Sefer Yetzirah.
L'ordine usuale delle Sefirot e i nomi più usati per esse sono:
(1) Keter Elyon ("corona suprema") o semplicemente Keter;
(2) Chokhmah ("sapienza");
(3) Binah ("intelligenza");
(4) Gedullah ("grandezza") o Chesed ("amore");
(5) Gevurah ("potenza") o Din ("giudizio");
(6) Tiferet ("beltà") o Rachamim ("compassione");
(7) Netzach ("durevolezza");
(8) Hod ("maestà");
(9) Tzaddiq ("giusto") o Yesod 'Olam ("fondamento del mondo");
(10) Malkhut ("regno") o Atarah ("diadema").
Questa terminologia fu fortemente influenzata dal versetto di 1 Cronache
29:11, interpretato come se parlasse dell'ordine delle Sefirot.
Sebbene le Sefirot siano emanate in successione dall'alto verso il
basso, e ognuna rivela un ulteriore stadio del processo divino, esse
hanno anche una struttura formalizzata. I raggruppamenti più comuni sono
tre. Nel loro complesso le Sefirot compongono "l'albero
dell'emanazione", o "l'albero delle Sefirot", che dal 14° secolo in
poi è raffigurato con un dettagliato diagramma che elenca i simboli
fondamentali appropriati a ogni Sefirah.
L'albero cosmico cresce dalla sua radice, la prima Sefirah, e si
espande attraverso le Sefirot che costituiscono il suo tronco fino a
quelle che costituiscono i suoi rami principali, o la chioma.
Quest'immagine si trova per la prima volta nel Sefer ha-Bahir. "Tutte
le divine potenze del Santo, benedetto Egli sia, poggiano l'una
sull'altra, e sono come un albero". Però nel Bahir l'albero inizia a
crescere perché irrigato con le acque della Sapienza, e sembra che
comprenda solo le Sefirot da Binah in giù.
Insieme a quest'immagine noi abbiamo la più comune immagine delle
Sefirot in forma d'uomo. Mentre l'albero cresce con la "cima" in
basso, questa forma umana ha il capo al posto giusto, in alto, e
talvolta viene detta "l'albero invertito". Le prime Sefirot
rappresentano il capo e, nello Zohar, le tre cavità del cervello; la
quarta e la quinta il braccio, la sesta il tronco, la settima e l'ottava
le gambe, la nona l'organo genitale, e la decima si riferisce o
all'immagine complessiva o, (come nel Bahir), al femminile, compagno
del maschile, dacché entrambe servono per comporre l'uomo perfetto.
Nella letteratura cabalistica questo simbolismo dettagliato dell'Uomo
primordiale è detto Shi'ur Qomah [= Misura della Statura].
Il diagramma più comune è:
Keter
Binah Chokhmah
Gevurah Gedullah
Tiferet
Hod Netzach
Yesod
Malkhut
Talvolta le tre Sefirot Keter, Chokhmah e Binah non sono
disposte a triangolo, ma in linea retta, una sotto l'altra. Ma nel
complesso la struttura è composta di triangoli.
Dalla fine del 13° secolo in avanti compare una Sefirah complementare
chiamata Da'at ("conoscenza") tra Chokhmah e Binah, una specie di
armonizzazione delle due che non era ritenuta una Sefirah a parte, ma
semmai "l'aspetto esteriore di Keter". Quest'aggiunta nacque dal
desiderio di vedere ogni gruppo di tre Sefirot come un'unità
contenente attributi opposti e come una sintesi che li conciliasse. Ma
questa non era, comunque, la motivazione originale della strutturazione.
Nel Sefer ha-Bahir, e in diversi testi antichi del 13° secolo, la
Sefirah Yesod era ritenuta la settima, precedente dunque Netzach ed
Hod, e solo a Gerona essa fu finalmente messa al nono posto.
Sul modello della gerarchia neoplatonica, secondo cui la transizione
dall'uno ai molti si compiva attraverso gli stadi dell'intelletto,
dell'anima universale e della natura, molti cabalisti, specialmente
Azriel, pensavano che anche le Sefirot avessero questi stadi (sebbene
esse rimanessero comunque all'interno del dominio della divinità).
Keter, Chokhmah e Binah erano "le intellettuali" (ha-muskal);
Gedullah, Gevurah e Tiferet erano "le psichiche" (ha-murgash);
Netzach, Hod e Yesod erano "le naturali" (ha-mutba). Sembra che
si ritenesse che questi stadi dovessero essere intesi come le fonti dei
domini indipendenti dell'intelletto, dell'anima e della natura, che
erano però completamente attivati e sviluppati solo a un livello
inferiore.
Dacché le Sefirot erano concepite come le manifestazioni progressive
dei Nomi di Dio, fu stabilito un insieme di equivalenze tra questi e i
nomi delle Sefirot:
Ehyeh
YHWH Yah (pronunziato "Elohim")
Elohim El
YHWH
Elohim Tzeva'ot YHWH Tzeva'ot
El Chay o Shadday
Adonai
Secondo la Qabbalah, questi sono "i dieci nomi che non si devono
cancellare" citati nel Talmud, e in confronto a loro tutti gli altri
nomi sono puri epiteti. Lo Zohar afferma che Shadday [= Onnipotente -
Liang] è il nome associato alla Sefirah Yesod, mentre Joseph Giqatilla
associa tale Sefirah con El Chay [= il Dio vivente - Liang].
La divisione delle Sefirot era inoltre determinata da altri criteri.
Alle volte erano divise in cinque e cinque, cioè le cinque Sefirot
superiori corrispondevano alle cinque inferiori, mantenendo un'equa
divisione tra il celato e il rivelato. Sulla base dell'affermazione nel
Pirqey de-R. Eli'ezer "Con dieci detti fu creato il mondo, ed essi
furono riassunti in tre", esse furono inoltre divise in sette e tre. In
questo caso c'era una differenza tra tre Sefirot celate e "le sette
Sefirot dell'edificio", che sono anche i sette giorni primordiali
della creazione. Sei di esse furono anche identificate con i sei lati
dello spazio nel Sefer Yetzirah.
Come queste sei fossero complementate da una settima non fu mai
stabilito con certezza. Alcuni pensavano che la settima fosse il sacro
palazzo che stava al centro, come nel Sefer Yetzirah. Altri la
ritenevano rappresentata dal Pensiero Divino, mentre per altri essa era
un Sabato simbolico. La relazione tra le "Sefirot dell'edificio" con i
giorni della creazione divenne estremamente complessa.
Molti cabalisti, compreso l'autore della parte principale dello Zohar,
non potevano essere d'accordo con l'associazione automatica di ogni
Sefirah con un giorno particolare, ed essi vedevano la creazione, che
dal punto di vista mistico era il completamento dell'"edificio"
dell'emanazione, come già completa nel quarto giorno. Essi erano
particolarmente perplessi dal problema del Sabato, che molti
interpretavano come simbolo di Yesod, dacché esso aveva il suo
parallelo nell'originario settimo posto di questa Sefirah, mentre
molti altri vedevano in esso un'allusione all'ultima Sefirah, tanto
più che le potenze terminavano lì.
Proprio come ogni giorno compiva un atto peculiare, salvo il settimo,
così ogni Sefirah compiva le sue attività specifiche con cui si
caratterizzava, salvo che per l'ultima Sefirah, che non aveva siffatta
forza attiva, ma ricapitolava la totalità delle Sefirot o il
principio specifico che riceveva e univa le forze attive senza
aggiungere alcunché di proprio. Al contrario, sono quest'assenza di
attività e la funzione della decima Sefirah come ente onnicomprensivo
a renderla unica.
Era specialmente importante la divisione delle Sefirot in tre linee o
colonne: la colonna di destra comprende Chokhmah, Gedullah e
Netzach; la colonna di sinistra comprende Binah, Gevurah e Hod;
e la colonna centrale va da Keter attraverso Tiferet ed Yesod fino
a Malkhut.
Tutti questi raggruppamenti testimoniano la credenza cabalistica che ci
fosse una struttura definita nelle Sefirot, non importa quanto grandi
fossero le possibilità. In contrasto con tutti questi c'è un'altra
disposizione ancora che presenta le Sefirot o come archi adiacenti di
un unico cerchio intorno all'Emanatore centrale, o come dieci sfere
concentriche (dette "circoli") col potere dell'emanazione che diminuisce
via via che s'allontana dal centro.
Quest'ultimo concetto è legato all'immagine cosmologica medievale di un
universo di dieci sfere, che si poteva immaginare nei termini della
rivoluzione esterna di questi circoli spirituali. Il concetto circolare
appare soprattutto dal 14° secolo in poi (Pseudo-Ravad al Sefer
Yetzirah, 1, 2). Nella Qabbalah Lurianica ognuna di queste disposizioni
in forma di diagramma, circolare o lineare, ha il suo posto nel piano
dell'emanazione.
Quando trattiamo il simbolismo delle Sefirot noi dobbiamo distinguere
tra i sistemi simbolici generali che trattano i processi complessivi di
emanazione e il simbolismo connesso a ogni singola Sefirah o a una
particolare combinazione di Sefirot. I sistemi simbolici generali sono
basati su un immaginario sia matematico che organico.
Nel sistema che dipende da concetti matematici, che talvolta è connesso
con immagini di luci e fiumi, la prima Sefirah è il nulla, zero, e la
seconda è la manifestazione del punto primordiale, che in questa fase
non ha dimensione, ma contiene in sé la possibilità di misura ed
espansione. Dacché intermedio tra il nulla e l'essere, è detto
hatchalat ha-yeshut ("l'inizio dell'essere"). E dacché è un punto
centrale, esso si espande in un cerchio nella terza Sefirah.
Quando questo punto è raffigurato come una fonte che sprizza dalle
profondità del nulla, la terza Sefirah diviene il fiume che fluisce
dalla fonte e si divide in diversi rami secondo la struttura
dell'emanazione, finché tutti i suoi tributari giungono al "grande mare"
dell'ultima Sefirah. Questo primo punto è stabilito da un atto della
Divina Volontà, che compie il primo passo verso la creazione. Nello
Zohar l'apparire del punto supremo (detto reshit, "principio", la
prima parola della Bibbia) è preceduta da alcuni atti che avvengono tra
l'Eyn-Sof e la prima Sefirah o dentro la prima Sefirah.
Oltre a essere il nulla (ayin) e il volere di Dio, questa Sefirah
è anche l'etere primordiale (awwir qadmon) che circonda l'Eyn-Sof
come un'aura eterna. Dal mistero dell'Eyn-Sof si accende una fiamma, e
dentro la fiamma inizia a esistere un pozzo nascosto. Il punto
primordiale risplende e diventa esistente quando il pozzo irrompe
nell'etere (1:15a). È come se tutti i possibili simboli fossero stati
inseriti all'interno di questa descrizione.
Il simbolismo organico identifica il punto primordiale col seme piantato
nel grembo della "madre suprema", Binah. "Il palazzo" è l'utero che è
reso fecondo grazie alla fertilizzazione del seme e dà luce ai bimbi,
che sono le emanazioni. In un'altra immagine organica Binah è
paragonata alle radici di un albero che è irrigato da Chokhmah e si
ramifica in sette Sefirot. In un'altra configurazione simbolica -
assai comune nel 13° secolo e specialmente nello Zohar - le prime tre
Sefirot rappresentano il progresso dalla volontà al pensiero, e da lì
all'intelletto, in cui si individua con maggior precisione il contenuto
generale della sapienza o del pensiero.
L'identificazione delle Sefirot seguenti come "amore", "giustizia" e
"misericordia" collega questa dottrina con il concetto aggadico degli
attributi divini. I riferimenti al maschile e al femminile non appaiono
solo nel simbolismo del padre e della madre, del figlio e della figlia
(Chokhmah e Binah, Tiferet e Malkhut), ma anche nel rimarchevole
uso di un immaginario sessuale che è una peculiarità dello Zohar e della
Qabbalah lurianica. L'uso di queste immagini è particolarmente notevole
nella descrizione delle relazioni tra Tiferet e Yesod da un lato, e
Malkhut dall'altra. Molti cabalisti hanno fatto del loro meglio per
minimizzare l'impatto di questo simbolismo, che dava notevole adito ad
immagini mitiche e ardite interpretazioni.
Un simbolismo generale di diverso tipo è collegato alle fasi della
manifestazione dell'identità personale e individuale di Dio. La prima
Sefirah contiene solo "Lui"; talvolta questo "Lui" è nascosto e non se
ne fa menzione a causa del Suo estremo auto-celamento, come a esempio
dentro il verbo bara ("Egli creò") all'inizio della Bibbia. Pertanto
Bereshit bara Elohim (normalmente inteso "Nel principio Iddio creò")
si interpreta misticamente come riferito alle prime tre Sefirot: a
mezzo di Chokhmah (detta reshit), la prima Sefirah, la forza
nascosta nella terza persona singolare della parola bara, produsse con
un atto di emanazione la terza Sefirah (Binah), che è detta anche
Elohim.
Elohim ("Dio") pertanto non è il soggetto, ma l'oggetto della frase.
Quest'ardita interpretazione è comune a quasi tutti i cabalisti del 13°
secolo. Ma, con il continuare della Sua manifestazione, Dio diventa
"Tu", a cui l'uomo è ora in grado di riferirsi direttamente, e questo
"Tu" è collegato a Tiferet od alla totalità delle Sefirot in
Malkhut. Però Dio raggiunge la sua completa individuazione attraverso
la Sua manifestazione in malkhut, dove Egli è chiamato "Io".
Questo concetto si riassume nella comune affermazione per cui attraverso
il processo di emanazione "Il Nulla si fa Io" (Ayin le-Ani). Le tre
lettere od elementi che compongono Ayin ("Nulla"), - alef, yod,
nun - si trovano anche in Ani ["Io" - Liang], cioè sia all'inizio che
alla fine del processo, ma come le forze che esse denotano, sono
combinate in modo differente.
In modo simile il nome y.h.w.h. denota una sola Sefirah (Tiferet),
ma contiene anche in sé tutte le fasi fondamentali dell'emanazione: la
punta in cima allo yod rappresenta la fonte di tutto in Ayin, la
stessa yod Chokhmah, la prima he Binah, la waw Tiferet o, a
causa del valore numerico della lettera waw [= 6 - Liang], la
totalità delle sei Sefirot, e la he finale Malkhut. Dacché
quest'ultima comprende le altre Sefirot e non ha potenza indipendente,
non le si può assegnare una lettera tutta sua, ma solo quella he che è
già apparsa all'inizio dell'emanazione della struttura delle Sefirot e
la cui manifestazione ha raggiunto il suo sviluppo ultimo alla fine del
processo.
Anche gli altri nomi di Dio nella Bibbia sono interpretati in modo
simile, con le loro lettere che alludono a un progresso interno nel
processo dell'emanazione. L'emanazione nel suo complesso è il "Carro
celeste", e le sue componenti sono "parti del Carro", che sono
interpretate in particolar modo nei commenti al Carro di Jacob Kohen di
Soria, Mosè de Leon e Josef Giqatilla. A questo vengono collegate anche
figure bibliche.
"I Patriarchi sono il Carro" (Genesi Rabbah), dacché Abramo rappresenta
l'atteggiamento di amore straripante (Chesed), Isacco l'attributo
della stretta giustizia (Din), e Giacobbe l'attributo della
misericordia (Rachamim), che è una combinazione degli altri due.
Queste tre, insieme con Re Davide, il fondatore del Regno (Malkhut)
d'Israele, costituiscono "le quattro gambe del Trono" nel Carro. E
quando si aggiungono loro Mosè e Aronne, che rappresentano le fonti
della profezia in Netzach ed Hod, e poi Giuseppe - seguendo il
ritratto talmudico di lui come di Giuseppe il giusto, che mantiene il
patto, e resiste alle tentazioni dell'istinto sessuale - noi abbiamo le
sette Sefirot che ritraggono gli Eroi della Bibbia, detti i "sette
pastori" od ospiti (ushpizin). Questo tipo di simbolismo rende il
contenuto morale delle Sefirot sotto forma di specifici attributi
etici. I giusti, ognuno dei quali è ispirato da una qualità morale
caratteristica, incarnano la sovranità degli attributi divini nel mondo.
Oltre a questo simbolismo etico noi troviamo diversi sistemi
cosmologici. I quattro elementi, i quattro venti, e perfino i quattro
metalli (oro, argento, rame e piombo) sono indicazioni di Gedullah,
Gevurah, Tiferet e Malkhut; il sole e la luna di Tiferet od
Yesod e Malkhut. La luna, che riceve la sua luce dal sole e non ha
luce propria, e che cresce e cala seguendo un ciclo fisso, occupa un
posto importante nel ricchissimo simbolismo dell'ultima Sefirah.
Ma i più importanti di questi simboli sono la Keneset Yisrael ("la
comunità d'Israele") e la Shekhinah ("la Divina Presenza"). Il Regno
dei Cieli, che si realizza nel tempo nella Keneset Yisrael storica,
rappresenta pertanto anche il suo aspetto metastorico. La Keneset
Yisrael suprema è la madre (matrona), la sposa, e anche la figlia
del "Re", ed esse appaiono in innumerevoli parabole midrashiche sulla
relazione tra Dio e il popolo ebraico.
Nella sua funzione di sposa (kallah) lei è anche, per mistica
etimologia, "la consumazione di tutto" (kelulah mi-ha-kol). Ella è
l'aspetto ricettivo della "santa unione" del "Re" e della "Regina". Si
vedono di lei altre caratteristiche nei simboli di libertà, della Torah,
e degli alberi nel Giardino dell'Eden.
La Sefirah di Binah è il "Giubileo supremo", in cui ogni cosa giunge
alla libertà e torna alla sua fonte, e pertanto Binah è chiamata anche
Teshuvah ("ritorno"). Ma l'ultima Sefirah è la shemittah, il
settimo anno in cui la terra si riposa e si rinnova.
La Torah Scritta è tessuta con il "filato" del nome y.h.w.h., e allude
ad un'emanazione che si è già parzialmente manifestata, ma non si è
ancora espressa pienamente. La Torah Orale, che dà un'interpretazione
dettagliata delle vie della Torah Scritta e della sua applicazione alla
vita, s'incarna nella Keneset Yisrael, come in cielo così in terra.
Analogamente a proposito degli alberi: l'Albero della Vita è la Sefirah
Yesod (ma più tardi su esso viene proiettata soprattutto Tiferet),
mentre l'Albero della Conoscenza è un simbolo di Malkhut, o della
Torah Orale. Nella prima aggadah la Shekhinah è un sinonimo per Dio,
che indica la Sua presenza, il Suo "inabitare" il mondo, od un luogo
specifico.
Ma nella Qabbalah, però, dal Sefer ha-Bahir in poi, essa diviene
l'ultimo attributo attraverso cui il Creatore agisce nel mondo
inferiore. "È la fine del pensiero" il cui progressivo dispiegarsi
dimostra la vita nascosta di Dio. Dalla sua fonte "all'inizio del
pensiero", in Chokhmah ("Sapienza"), il pensiero della creazione esegue
il suo compito attraverso tutti i mondi, seguendo le leggi dei processi
delle stesse Sefirot.
L'enfasi posta sul principio femminile nel simbolismo dell'ultima
Sefirah eleva il linguaggio mitico di queste descrizioni. Apparendo
dall'alto come "la fine del pensiero", l'ultima Sefirah è per l'uomo
la porta o l'accesso attraverso cui egli può iniziare l'ascesa per la
scala della percezione del Mistero Divino.
I simboli succitati sono solo parte di un ricco simbolismo che ha tratto
materiale da ogni sfera. Spesso ci sono delle differenze nei dettagli
della sua presentazione, e c'era un certo grado di libertà nel modo in
cui dei simboli dati venivano connessi a una certa Sefirah; ma finché
si trattava dei motivi fondamentali, c'era un notevole grado di
consonanza.
Eppure sin dai tempi dei cabalisti di Gerona si sono scritte opere che
spiegano gli attributi delle Sefirot, e non si dovrebbero minimizzare
le differenze tra esse. Anche nello stesso Zohar ci sono molte
variazioni all'interno di un quadro di riferimento più o meno saldo. Si
possono notare differenze analoghe tra il simbolismo di Mosè de Leon e
quello di Josef Giqatilla.
Le fonti migliori per capire questo simbolismo sono: Sha'arei Orah e
Sha'arei Tzedeq di Giqatilla; Sheqel ha-Qodesh di Mosè de Leon;
Sefer ha-Shem, scritto da un altro Mosè non identificato; Sod Ilan
ha-Atzilut di R. Isaac (Kovetz al-Yad, 68, 5, 1951, 65-102);
Ma'arekhet ha-Elohut, capp. 3-7; Sefer ha-Shorashim di Joseph ibn
Wakkar (traduzione della sezione sul simbolismo della sua opera araba;
si trova separata in molti manoscritti); Sha'ar Arkhei ha-Kinuyim, nel
Pardes Rimmonim di Cordovero, cap. 22; Sefat Emet di Menachem
Azariah Fano (Lobatschov 1898); Arkhei ha-Kinuyim di Jehiel Heilprin
(Dyhrenfurth 1806); Kehillat Ya'akov di Jacob Zevi Jolles (Leopoli
1870) e la seconda parte intitolata Yashresh Ya'akov (Brooklyn, circa
1961).
Gli attributi delle Sefirot secondo la Qabbalah lurianica sono
descritti in dettaglio in Me'orot Natan di Meir Poppers (testo) e
Nathan Nata Mannheim (note) (Francoforte 1709); Regal Yesharah di Zevi
Elimelech Spira (Leopoli 1858); Emet le-Ya'akov di Jacob Shealtiel
Nino (Livorno 1843); ed Or Einayim di Eliezer Zevi Safrin (Parte 1
Premysl 1882, Parte 2 Leopoli 1886).
Dal 13° Secolo in poi noi troviamo l'idea che ogni Sefirah comprende
tutte le altre in successione, in una riflessione infinita delle
Sefirot in se stesse. Questo metodo formale per descrivere la ricca
dinamica all'interno di ogni Sefirah era espresso anche in altri modi.
Per esempio, noi leggiamo delle 620 "colonne di luce" in Keter, delle 32
"vie" in Chokhmah, delle 50 "porte" di Binah, dei 72 "ponti" in
Chesed, eccetera (nella Tefillat ha-Yichud attribuita a R. Nehunyah
b. ha-Kanah), e di forze chiamate con nomi magici di cui non si può
svelare il significato, ma che denotano le varie concentrazioni di
potere che si possono distinguere nell'emanazione.
Già con Mosè di Burgos ed Josef Giqatilla si fa notare che a ogni
Sefirah sono appesi mondi suoi propri che non fanno parte dell'ordine
gerarchico dei mondi che seguono il mondo dell'emanazione. In altre
parole: la potenza totale di ogni Sefirah non si può esprimere
semplicemente facendo riferimento alla creazione nota. Ci sono degli
aspetti che hanno altri scopi: mondi nascosti d'amore, di giustizia,
eccetera.
Nello Zohar si hanno descrizioni di questo tipo solo in relazione al
mondo di Keter (Arikh Anpin, letteralmente "il viso lungo",
propriamente "il Dio che molto sopporta"), e al mondo di Tiferet
(Ze'eir Anpin, letteralmente "il viso corto", propriamente
"l'Impaziente"), e assumono la forma di una descrizione dell'anatomia
di "la testa bianca", scritta con un taglio estremamente antropomorfico.
Le parti di questa "testa" simbolizzano il modo in cui Dio agisce: la
fronte si riferisce ai Suoi atti di grazia, l'occhio alla Sua
provvidenza, l'orecchio alla Sua accettazione della preghiera, la barba
alle 13 sfaccettature della misericordia, eccetera. Un'allegorizzazione
dei concetti teologici della dottrina degli attributi, un simbolismo che
vede il suo stesso immaginario come un'accurata allusione a ciò che è
oltre ogni immaginazione, e un tentativo di conciliare le dottrine
apparentemente incompatibili delle Sefirot e del precedente Shi'ur
Qomah - tutto questo s'incontra in questi simboli delle Idrot dello
Zohar.
L'autore non afferma mai esplicitamente che le sue descrizioni implicano
che esistano delle "Sefirot dentro le Sefirot" (citate nella parte
principale dello Zohar e anche negli scritti ebraici di Mosè de Leon,
ma solo incidentalmente, e senza scendere in particolari). Il suo mondo
era simbolico, non concettuale.
Ma i cabalisti, a partire dal 14° Secolo diedero a tali "rivelazioni"
un'interpretazione teorica, cominciando col Sefer ha-Gevul (basato
sull'Idra Rabba dello Zohar) di David ben Judah he-Chasid, e
terminando con l'Elimah Rabbati di Cordovero e con il suo commento
allo Zohar. Una dottrina analoga è palese anche negli scritti di
Joseph ben Shalom Ashkenazi.
Nelle loro meditazioni su queste riflessioni interne delle Sefirot
l'una dentro l'altra alcuni cabalisti, come Josef ibn Sayyah, giunsero a
descrivere dettagliatamente il gioco delle luci dentro le Sefirot fino
al quarto "grado", come a esempio la "Tiferet che è dentro
Gedullah, che è in Binah che è in Keter". Anche Cordovero si
spinse su questa via più avanti di molti cabalisti.
Negli insegnamenti di Cordovero questa teoria delle Sefirot dentro le
Sefirot è collegata con un'altra - quella delle behinot, l'infinito
numero di aspetti che si può rinvenire in ogni Sefirah e il cui scopo
principale è spiegare come ogni Sefirah è collegata sia con la
precedente che con le successive. Secondo Cordovero, ci sono,
principalmente, sei di questi aspetti in ogni Sefirah:
(1) il suo aspetto nascosto prima della sua manifestazione nella
Sefirah che lo emana;
(2) l'aspetto in cui essa è manifesto ed evidente nella Sefirah
emanante;
(3) l'aspetto in cui essa si materializza nella sua corretta locazione
spirituale, cioè, come Sefirah indipendente;
(4) l'aspetto che consente alla Sefirah che lo precede di conferirle
il potere di emanare ulteriori Sefirot;
(5) l'aspetto con cui essa ottiene il potere di emanare le Sefirot in
essa celate alla loro esistenza manifesta all'interno della sua stessa
essenza; e
(6) l'aspetto con cui la Sefirah seguente è emanata al suo proprio
posto - e il ciclo ricomincia.
Questo completo schieramento di behinot è visto come relazione
causale, in cui ogni behinah provoca il risveglio e la manifestazione
della behinah successiva (Pardes Rimmonim, cap. 5, 5). Ma ci sono
anche molti altri "aspetti" nelle Sefirot, e la loro scoperta dipende
dalla prospettiva di chi li indaga. Ogni Sefirah "discende in se
stessa", e il processo di questa discesa è infinito nelle sue
riflessioni interne. Allo stesso tempo, però, è anche finito, in quanto
esso genera o porta all'esistenza dal suo interno un'altra Sefirah.
Questo concetto ha bisogno della premessa che le radici dell'emanazione
hanno un "aspetto" celato nello stesso Eyn-Sof, e Cordovero interpreta
le tre zahzahot summenzionate come le tre nascoste behinot di
Keter nell'Eyn-Sof. Egli è pertanto costretto a demolire il naturale
confine tra l'Eyn-Sof e la prima Sefirah, a onta del suo chiaro
desiderio di stabilire tale divisione naturale.
Egli pertanto postula che le behinot di Keter in Keter in Keter,
eccetera, pur continuando potenzialmente ad infinitum, non giungono in
realtà all'identità con l'essenza dell'Emanatore, cosicché la
prossimità di Eyn-Sof e di Keter rimane asintotica. Tutto questo,
ovviamente, viene affermato dal punto di vista degli esseri creati,
dacché neppure il risveglio supremo degli "aspetti" della Volontà nella
Volontà nella Volontà e così via rivela l'Eyn-Sof, ed è questo il
differenziale di cui è fatto il salto dall'essenza dell'Emanatore a
quella dell'emanato.
D'altronde, lo iato differenziale si chiude quando lo si guarda dal
punto di vista dell'Emanatore stesso. La dottrina di Cordovero delle
behinot mostra quanto si è avvicinato a un pensiero di tipo
dialettico nel contesto delle teorie cabalistiche. Con Cordovero le
Sefirot sono più che emanazioni che manifestano gli attributi
dell'Emanatore, sebbene esse siano anche questo. Esse diventano infatti
gli elementi strutturali di tutti gli esseri, anche
dell'automanifestantesi Iddio stesso.
La contraddizione implicita tra i processi dell'emanazione e lo
strutturalismo non è mai stata risolta completamente dallo stesso
Cordovero, e appare anche nella presentazione sistematica delle sue
idee nello Shefa Tal di Shabbetai Sheftel Horowitz. In opere quali
l'Elimah Rabbati e lo Shefa Tal la Qabbalah zoharica subisce una
profondissima trasformazione speculativa in cui la teosofia, per quanto
possibile, si sbarazza delle sue fondamenta mitiche.
Eppure, è evidente che questa tendenza speculativa non trasforma la
Qabbalah in filosofia, e che il riconoscimento di una vita nascosta
dentro la divinità - il processo di emanazione delle Sefirot - dipende
alla fine dall'intuizione mistica, poiché solo quella può far
comprendere questo dominio. Nello Zohar quest'intuizione è detta
"fuggevole visione [dell'eterno]" (istakluta le-fum sha'ata; 2, 74b;
Z. H. 38c), e questo è l'elemente comune al profeta e al cabalista (1,
97a e b).
Oltre al processo di emanazione che si ha tra le Sefirot, ci sono due
modi simbolici di esprimere il modo in cui ogni Sefirah si irraggia
sulle altre:
(1) Luce riflessa. Questo si basa sulla premessa che, oltre alla luce
diretta che va da una Sefirah alla successiva, c'è una luce che viene
riflessa dalle Sefirot inferiori alle superiori. Così la Sefirah può
essere vista sia come un mezzo per trasferire la luce dall'alto in
basso, che come specchio che serve a riflettere la luce alla sua fonte.
Questa luce riflessa può risalire da qualsiasi Sefirah, specialmente
dall'ultima, fino alla prima, e agisce sulla via del ritorno come
stimolo addizionale che causa la differenziazione di ulteriori behinot
in ogni Sefirah. La luce riflessa, secondo Cordovero (Pardes 15),
adempie a un grande compito nel consolidamento delle potenze e delle
behinot del giudizio (din) in ogni Sefirah, poiché essa funziona
attraverso un processo di contrazione restrittiva, anziché di libera
espansione.
Solo marginalmente basata sulla prima Qabbalah - cioè sulle
affermazioni nello Zohar sulle relazioni tra le prime tre Sefirot -
questa dottrina fu sviluppata solo da Solomon Alkabetz e Cordovero, e
formò un fattore importante nel loro ragionamento dialettico.
(2) Canali. Questo si basa sulla premessa che delle specifiche Sefirot
stanno in particolari relazioni di radiazione con altre Sefirot (anche
se non necessariamente con tutte). Il volto di una Sefirah si volge
verso un'altra e di conseguenza nasce tra esse un "canale" (zinnor)
d'influenza che non coincide con l'emanazione. Tali canali sono vie di
influenza reciproca tra le diverse Sefirot. Questo processo non è un
influsso univoco da causa a effetto; esso opera anche dall'effetto alla
causa, trasformando dialetticamente l'effetto in causa.
Non è chiaro fino a che punto coincidano i simboli della luce riflessa e
del canale, né, se non coincidono proprio, quale sia la loro
interrelazione. Ogni interruzione nel flusso di ritorno dal basso verso
l'alto è detta "rottura dei canali" (shevirah ha-zinnorot; Giqatilla,
Sha'arei Orah), un'idea che serve a spiegare le relazioni tra i mondi
inferiori e quelli superiori in occasione del peccato, e la divina
disapprovazione.
A questi canali alludono i cabalisti di Gerona, Giqatilla, Josef di
Ecbatana (se è il vero nome dell'autore dello Shushan ha-birah, un
commento al Cantico dei Cantici e alla Parashat Terumah [Esodo
25:1-27:19 - Liang] nel British Museum, Ms. Margoliuth 464), così come
altri cabalisti dei secoli 14 e 15, e la dottrina è dettagliatamente
esposta nel capitolo 7 del Pardes Rimmonim.