Uno dei fenomeni più interessanti e promettenti del momento storico in cui viviamo è il risveglio di interesse e di attrazione verso gli insegnamenti spirituali. Un numero crescente di persone si sentono chiamate a dare più spazio nella loro vita ai valori della crescita coscienziale, alla ritrovata fede nel divino, allo studio della verità rivelata dalla scrittura, alla pratiche delle opere morali, della preghiera e della meditazione.
In Occidente, la diffusione di un notevole grado di benessere economico ha inoltre creato una situazione nuova, nella quale le persone interessate a quanto detto prima hanno l'agio materiale sufficiente per potersi dedicare in misura crescente ad attività spirituali, che non offrono, almeno agli inizi, nessun tornaconto economico. Dopo qualche tempo chi si occupa di spiritualità finirà per trovarsi di fronte a un severo quesito: che posto e importanza dare al denaro e alla ricchezza, nella scala di valori che sta emergendo praticando la spiritualità?. Come è noto, spirito e materia sono tradizionalmente i poli opposti di tutta la gamma dell'Esistenza, e il loro rapporto non è mai stato facile, in nessun tempo e luogo.
L'Ebraismo ci offre delle riflessioni molto particolari, frutto di una comprensione unica e peculiare del problematico rapporto materia-spirito. Prima di occuparci dei principi teorici, vediamo subito i modelli umani della tradizione biblica, tratti da personaggi che, pur avendo vissuto migliaia di anni fa, hanno tutt'oggi da darci dei messaggi d'una attualità inaspettata.
I patriarchi: Abramo, Isacco e Giacobbe, erano persone ricche e influenti, ma allo stesso tempo possedevano una statura morale incommensurabile, dimostrata dal loro totale rifiuto dell'idolatria che dominava il mondo di allora. Inoltre, i patriarchi sapevano praticare valori umanitari e morali in un modo tale da fare invidia perfino alla moderna sensibilità. Il simbolo della scala lungo la quale gli angeli salgono e scendono, sognata da Giacobbe (Gen. 28), rimane il modello della perfetta integrazione degli ordini materiali e spirituali, ed è il culmine di tutto il cammino ebraico. La ricchezza dei patriarchi proveniva dal loro onesto lavoro e commercio, ed era lo specchio genuino delle benedizioni con cui Dio aveva voluto ricompensarli per la loro fedeltà. Lungo la via del successo, i patriarchi furono sempre attenti a evitare scorciatoie e compromessi disonesti.
In Genesi 14 c'è il racconto di una vittoriosa campagna militare condotta da Abramo contro alcuni re nemici. Recuperato il bottino da loro accumulato con le razzie, Abramo si preoccupò subito di restituirlo ai legittimi proprietari. Uno dei re locali che erano stati derubati insistette affinché Abramo ne tenesse una parte per sé. Questi declinò fermamente l'offerta, che pur gli sarebbe spettata, dicendogli:
Ho alzato la mano al Dio altissimo, signore del cielo e della terra, se prenderò un filo o una stringa di scarpa, o se prenderò un qualcosa che è tuo... Affinché tu non abbia a dire: Io ho arricchito Abramo.
Quando riconobbe la santità del campo in cui si trovava la caverna di Machpela (nella quale, secondo la tradizione, erano già sepolti Adamo ed Eva), Abramo non esitò a pagare un prezzo esorbitante (400 shekel d'argento) per riscattarla dagli Hittiti. Come descritto in Genesi 23, la caverna di Machpela divenne il sepolcro familiare dei patriarchi e delle madri d'Israele, un luogo la cui santità è paragonabile solo a quella dello stesso Monte del Tempio, a Gerusalemme. Si vede da ciò quanto il valore del denaro sia relativo, e come esso debba venir adoperato in ogni modo al servizio della santità. Inoltre, Abramo era noto a tutti per la generosità con la quale intratteneva ospiti e viandanti di ogni rango e provenienza. Egli ci dà dunque un altro insegnamento su cui meditare: la ricchezza non è un bene di cui gioire egoisticamente, ma chi la riceve in misura maggiore deve anche condividerla in misura maggiore.
Isacco continuò l'esempio del padre. In un episodio, raccontato in Genesi 26, si racconta come egli evitò un litigio, e forse anche uno scontro armato, preferendo rinunciare ad alcuni pozzi, che pur gli appartenevano legalmente. Se ne deduce che, per quanto sia importante, la proprietà a volte deve cedere la precedenza ai rapporti di buon vicinato, o alla salvaguardia della pace tra i popoli. La storia di quei quattro pozzi ha avuto una risonanza anche nella tradizione esegetica, che ha visto in essi i simboli di quattro doni fondamentali. I primi due pozzi, pur essendo di proprietà di Abramo e di Isacco, furono da quest'ultimo lasciati al re dei Filistei. Essi rappresentano il dono della conoscenza di Dio e della preghiera, che non sono esclusività dell'Ebraismo. Il terzo pozzo, che i pastori filistei non vollero, è il dono della capacità di dare la propria vita a testimonianza della fede in Dio. Questo pozzo è rimasto proprietà degli ebrei, ma speriamo di non dover mai più attingere da esso. Il quarto e ultimo pozzo fu scavato a Beer Sheva, ma di esso non si dice nulla (cioè non si sa se fosse pieno o no). Esso rappresenta la capacità di rivelare il Messia, che verrà dalla casa di Davide, ma nessuno può dire quando e dove si manifesterà.
Ritornando al soggetto del rapporto col denaro, la vita di Giacobbe contiene numerosi insegnamenti importanti. Una lettura superficiale del testo potrebbe far pensare che egli rubò la benedizione al fratello Esaù, ingannandolo. Invece, si tenga presente che prima di partire per sfuggire alle ire del fratello, notoriamente violento e litigioso, Giacobbe ricevette un'ulteriore benedizione dal padre Isacco che ben sapeva dell'eccellenza spirituale del figlio, datagli con piena coscienza e lucidità. Nel partire, Giacobbe lasciò a Esaù tutta la sua parte di futura eredità materiale, a eccezione della caverna di Machpela. La molta ricchezza che Giacobbe arrivò a possedere in seguito derivava quindi unicamente dal suo valente lavoro, e da quello dei suoi figli. Quando fu ripetutamente imbrogliato dal suocero Lavan, Giacobbe non esitò a ricorrere alle sue vaste e profonde conoscenze cabalistiche per sventare la truffa dell'avido suocero (Gen. 30).
Al ritorno in Israele, Giacobbe si fece precedere da una serie di doni, inviati al fratello con la speranza di rabbonirlo. In una frase importantissima Giacobbe affermò:
Yesh li shor ve chamor = possiedo tori e asini.
Nel linguaggio metaforico della Kabbalah ciò significa che Giacobbe aveva fatto esperienza dei due stati opposti: ricchezza e povertà. Il toro è da sempre un simbolo di ricchezza e prosperità, di fertilità e potenza, mentre l'asino rappresenta la povertà e la semplicità. La vera crescita spirituale porta con sé una qualità chiamata Hishtavut, che significa essere sempre uguali, o equanimità, cioè mantenere lo stesso atteggiamento controllato e misurato, soddisfatto e felice, sia nell'abbondanza che nella penuria.
Giacobbe aveva saputo unire gli opposti di povertà e ricchezza: quando aveva lasciato la casa del padre, senza null'altro se non i vestiti che indossava, non si era disperato, ricordando i doni di sapienza interiore che nessuno poteva prendergli. Viceversa, quando tornava carico di beni, marito e padre felice di undici figli, circondato da servitù, non si era dimenticato dei suoi più profondi bisogni, del desiderio di pace e di perfezione che nessuna ricchezza potrà mai soddisfare.
In un altro episodio importantissimo, avvenuto poco prima di quello già citato, Giacobbe, dopo aver guadato con la sua famiglia e tutti i suoi averi il fiume che segnava il confine di Eretz Israel, si accorse di essersi dimenticato alcune piccole giare dall'altra parte. Onde non perderle tornò indietro da solo, nonostante fosse già l'imbrunire. La notte lo sorprese sull'altra sponda, e fu lì che Giacobbe ebbe la famosa lotta con l'angelo, vinta la quale egli ricevette il suo nome iniziatico: Israele, simbolo della raggiunta maturità spirituale. Quelle piccole giare hanno molti profondi significati nella interpretazione rabbinica, ma in questo contesto noi impariamo da Giacobbe come sia necessario rispettare le cose piccole e i dettagli, evitando la tendenza allo spreco mostrata da tante persone che arrivano all'agio economico. Infine, nell'episodio di Genesi 42 e 43, quando comandò ai figli di scendere in Egitto per comprare grano, Giacobbe mostrò un'onestà e una rettitudine davvero esemplari.
L'esempio più riuscito e interessante di un bellissimo rapporto col denaro ci viene però da Yosef, il figlio prediletto di Giacobbe. Yosef, il cui nome viene dalla radice indicante aggiungere, fu un uomo d'affari molto capace. Inoltre, in virtù della sua conoscenza esoterica, egli riuscì a interpretare i sogni dei ministri del faraone prima, e dello stesso faraone dopo. Ciò gli fece acquistare importanza e fiducia, finché gli fu affidato il ruolo di amministratore di tutto l'Egitto, e divenne secondo in importanza solo al faraone. Grazie alla sua sagace politica, le popolazioni d'Egitto e dei paesi limitrofi furono salvate da una gravissima carestia. Sotto la sua direzione, il faraone divenne proprietario di tutto l'Egitto. Yosef fece tutto ciò senza mai perdere per un solo istante la consapevolezza di essere solamente un canale, attraverso il quale si manifestava la sapienza divina. Le tradizioni orali affermano che egli riusciva a tenere in mente tante informazioni economiche quante un moderno computer; tuttavia egli si sentiva sempre unito a Dio, anche nel mezzo degli affari più terra a terra.
La sua onestà fu ineccepibile, né egli fece mai uso dell'enorme potere che aveva per favorire se stesso. Quando volle aiutare la sua famiglia, fece ciò agli occhi di tutti e col consenso del faraone. Yosef, il cui simbolo personale è un toro, fu il primo di una serie di ebrei che, in ogni tempo e luogo, si guadagnarono la stima dei governi sotto i quali Israele si trovava in esilio, ricevendo ruoli dirigenti di grande responsabilità, alle quali fecero fronte nel migliore dei modi, senza peraltro mai perdere contatto con la loro particolare identità spirituale e con l'adempimento dei precetti religiosi.
Ma le cose mutarono rapidamente per il popolo d'Israele, che nella storia avrebbe sovente conosciuto periodi alterni di grande ricchezza e di grande povertà. Dopo la morte di Yosef, gli ebrei furono gradualmente ridotti in schiavitù dagli egiziani. Ciò serve da monito di come l'occuparsi di questioni economiche sia in realtà un soggetto molto delicato, che può facilmente portare la persona a dimenticarsi dei suoi bisogni spirituali. A dispetto della schiavitù, al momento della loro liberazione, gli ebrei uscirono dall'Egitto portando con loro un grosso patrimonio in oro e in argento, ottenuto miracolosamente proprio durante gli ultimi giorni di schiavitù. La cosa fu provvidenziale. Poco tempo dopo, nel deserto del Sinai, Israele ricevette il comando di costruire l'Arca dell'Alleanza e il tabernacolo. Ciò richiese una grande quantità di materiali preziosi, che vennero donati spontaneamente da ogni famiglia di ebrei. Emerge da qui un altro insegnamento: occorre essere sempre pronti a devolvere una parte dei propri beni per la santificazione del nome di Dio sulla terra.
Tra i grandi d'Israele, Mosè fu quello meno interessato al denaro. Dopo essere fuggito dall'Egitto, visse per anni facendo il pastore per il padre della moglie Tzippora. Ritornato in Egitto e divenuto guida del suo popolo, la sua unica preoccupazione fu quella di trovare il modo per farli uscire, piuttosto che quella di farli guadagnar meglio, o di assicurare loro migliori condizioni di lavoro. Il giorno prima del Pessach, l'inizio dell'Esodo, mentre il suo popolo era indaffarato a chiedere doni e prestiti agli egiziani, Mosè percorreva in lungo e in largo il paese, alla ricerca dell'urna con i resti mortali di Yosef, onde adempiere alla promessa fattagli dai figli: di non lasciare le sue spoglie in terra straniera. Per un certo periodo Mosè fu dunque tra i più poveri del popolo, ma ciò non gli impedì di esserne alla guida.
Questa situazione mutò radicalmente dopo il peccato del vitello d'oro, alla cui vista Mosè aveva reagito rompendo le tavolette della Torah. A differenza delle seconde tavolette, che erano fatte di pietra comune, le prime erano scolpite su di una pietra preziosissima. Mosè ne conservò alcuni frammenti, e ciò lo fece diventare tra i personaggi più ricchi d'Israele. È possibile vedere in ciò un insegnamento importante: bisogna sempre aver fiducia in Dio per ogni bisogno della vita. Molte persone che oggi vorrebbero dedicare più tempo ed energia alla ricerca e allo studio spirituale sono trattenute dal farlo dal timore che ciò le allontani troppo dal mondo degli interessi economici, esponendole a eventuale povertà. L'esempio di Mosè dimostra invece che chi si dedica a servire Dio, anche tramite l'insegnamento delle verità spirituali, riceverà sempre abbastanza per coprire i suoi bisogni, e molto di più.
Un esempio diverso di rapporto col denaro è quello di Korach, famoso per la sua ribellione, descritta in Numeri 13. Korach era uno dei principi della tribù dei Leviti, la tribù sacerdotale, e si dice fosse l'uomo più ricco d'Israele. Sebbene si trattasse di una ricchezza onesta, essa non gli giovò troppo. Infatti Korach si ribellò apertamente contro Mosè e Aronne, contestandone l'autorità e il diritto di essere alla guida del popolo. Come risultato di ciò, la terra si aprì e inghiottì lui, la sua famiglia e i suoi averi. Ecco qui un caso in cui la ricchezza, pur non causando direttamente la caduta di una persona, contribuisce a generare in lei l'orgoglio: il pericolo più nefasto della vita spirituale. I rabbini hanno spesso messo in guardia contro il pericolo del falso senso di sicurezza che il denaro porta con sé.
Il problema non sta però nel denaro in se stesso, quanto nel modo col quale il suo proprietario vive il fatto di esser ricco. Al contrario di altre religioni, l'Ebraismo non ha mai considerato la povertà come una virtù che possa rimediare ai mali della ricchezza. Un povero può essere ancor più materialista, avido e taccagno di un ricco, se l'unica cosa che desidera nella vita è di fare i soldi. Il Talmud afferma che essere povero è un po' come essere morto, e che l'indigenza ha, tra i vari risultati negativi, quello di turbare la pace domestica, uno dei beni più grandi ai quali aspiri l'ebraismo. È pur vero che un povero che si accontenti dignitosamente, benedicendo Dio per quel poco che ha, è considerato ricco, più di chi possiede montagne d'oro e d'argento, ma non sente di averne a sufficienza. Dice infatti il Pirkey Avot:
Chi è il ricco? Colui che è felice della sua parte.
In definitiva dunque si tratta soprattutto di una questione di atteggiamento interiore e di attitudine, che fa della ricchezza una benedizione o il suo opposto.
Tra le varie tribù d'Israele ve ne era una particolarmente dedita ai traffici e ai commerci, che compiva durante lunghi viaggi al di là del mare: la tribù di Zevulun. Come è facile immaginare, i suoi membri erano tutte persone molto agiate. Tra di loro e i membri della tribù di Issacar esisteva un particolare rapporto fraterno. I figli di Issacar si occupavano soprattutto di studiare la Torah, insieme alle sue interpretazioni esoteriche, e si mantenevano con l'agricoltura. I membri della tribù di Zevulun donavano una parte considerevole dei loro lauti introiti ai membri della tribù di Issacar. Ciò dimostra un grande rispetto, da parte degli uomini d'affari ebrei, per coloro che dedicano la propria vita allo studio e all'insegnamento della via spirituale e religiosa. Tutt'oggi vige la prassi secondo la quale gli ebrei ricchi danno una parte dei loro guadagni (solitamente un decimo) alle Yeshivot, i collegi di studi rabbinici. L'unica differenza, purtroppo, è quella che nelle Yeshivot attuali la parte esoterica della Torah non viene affatto trattata. Ciò ha prodotto un impoverimento spirituale di portata incalcolabile, che è la radice nascosta del perché così tanti ebrei non siano più osservanti oggi.
Non tutti sono chiamati a fare la stessa cosa nella vita. Nel popolo d'Israele lo schema delle dodici tribù è il modello di tutta la possibile varietà umana di vocazioni, interessi, professioni, caratteri. Quello che è importante è mantenere aperti i canali di comunicazione tra i vari gruppi che compongono una società, evitando che le classi si pongano come caste chiuse, spesso le une contro le altre. Lungi dal disprezzare la sapienza spirituale ed esoterica, e pur non avendo molto tempo da dedicare a essa, i mercanti di Zevulun, tramite l'aiuto economico dato a Issacar, si rendevano compartecipi dei grandi meriti che essa porta a chi la studia e la pratica. Come dice il libro dei Proverbi (4,5):
Qneh chokhmah qneh binah = compra sapienza, compra intelligenza.
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C'è da augurarsi che questo versetto venga capito fino in fondo, riconoscendo nel termine intelligenza tutto l'insieme di regole oggi studiato nelle Yeshivot, e nel termine sapienza le vette del sapere esoterico e mistico: gli insegnamenti della Kabbalah. È solo unendo tali due poli che è possibile assicurarsi sufficienti benedizioni materiali e spirituali.
Gli esempi di un riuscito rapporto tra potere e ricchezza da una parte, e vita spirituale dall'altra, continuano con il re Salomone. Quando, alla vigilia della sua incoronazione, Dio gli apparve in sogno e gli domandò cosa egli avesse preferito, se fama, ricchezza o potere, Salomone rispose che voleva solo un cuore saggio per giudicare con equanimità. Dio si compiacque molto della risposta, e rese Salomone l'uomo più sapiente della terra. Insieme a ciò gli diede anche onore e ricchezza, altra prova che la dimensione materiale non preclude l'ascesa spirituale, o viceversa.
Tuttavia, Salomone non riuscì a contenere il suo desiderio di espansione nei limiti prescritti dalla Torah: egli (il re) non dovrà procurarsi un gran numero di cavalli... Non dovrà avere un gran numero di mogli, affinché il suo cuore non si smarrisca; neppure abbia grande quantità di argento e d'oro (Deuteronomio 18). In altri termini, la Torah riconosce la pericolosità dell'agio, la facilità con cui ciò si trasforma in idolatria e lassività di costumi. Questi pericoli però non devono portare la persona a disprezzare la ricchezza, ma piuttosto a cercare di porsi dei limiti, e di maturare verso di essa un atteggiamento equilibrato.
Un altro interessante comandamento che la Torah dà al re è: non farà tornare il popolo in Egitto per procurarsi un gran numero di cavalli. Ciò significa che il desiderio di ricchezza e di agio non devono mai essere tali da portarci all'asservimento nei confronti del mondo tecnologico e materiale (simboleggiati dall'Egitto). Per quanto sia profondamente giusto, il voler maggior benessere per sé e per la propria famiglia non deve mai costare la libertà dello spirito, né legarci a una situazione talmente stressante da precludere ogni altro interesse, se non i soldi e il lavoro. La ricchezza è sempre un segno di benedizione, ma non deve mai arrivare tramite l'asservimento all'idolatria. Salomone non commise questo sbaglio, anche se ebbe troppe mogli e cavalli. Sotto il suo regno ci furono quarant'anni di pace, e uno dei risultati positivi di ciò fu che la ricchezza economica si sparse per tutto Israele.
Una delle cause più importanti del grande salto in avanti avutosi nell'economia dell'Europa occidentale è il cinquantennio di pace in cui essa si trova. Se il nuovo stato d'Israele potesse concludere dei trattati di pace coi paesi arabi, la sua economia fiorirebbe certamente. Nei secoli successivi, nonostante gli alti e i bassi attraversati da Israele, l'atteggiamento di equilibrio nei confronti del rapporto tra materia e spirito non cambiò. Ai tempi del Talmud la maggioranza dei maestri viveva molto poveramente, ma ciò non precludeva loro lo studio assiduo della Torah. Ciò serva da monito a quanti suppongono che gli studi spirituali siano un lusso che solo pochi possono permettersi, e che il dover guadagnarsi da vivere precluda la possibilità di studiare la parola di Dio. I rabbini hanno affermato:
«Chi osserva la Torah nella povertà, alla fine la osserverà nella ricchezza.»
La forza derivante dallo studio della Torah rende insensibili alle privazioni. Va inoltre notato come i maestri del Talmud, pur possedendo vasti poteri miracolosi, non ne fecero mai uso per ottenere beni materiali.
Abbiamo così visto che anche l'Ebraismo annovera tra i suoi maestri molti santi asceti, capaci di vivere con poco e di digiunare da uno Shabbat all'altro. Recentemente, Rabbi Nachman di Breslav ha messo fortemente in guardia contro il pericolo del materialismo, considerandolo la radice di ogni forma d'idolatria.
Per comprendere più profondamente l'atteggiamento che l'Ebraismo propone nei confronti del denaro, bisogna sempre tener presente il versetto:
«Li ha-kesef ve li ha-zahav» = «Mio è l'argento e mio è l'oro.»
Questa affermazione, fatta da Dio per bocca del profeta, stabilisce inequivocabilmente che nel denaro c'è energia divina, ma che essa non ci appartiene privatamente. Noi ne siamo soltanto i depositari e i custodi, e il denaro ci è stato dato per farne buon uso, in qualità di amministratori fedeli. Il buon uso è quello tramite il quale la luce in esso racchiusa (l'argento e l'oro possiedono la luce della luna e del sole) viene rivelata e fatta risplendere, per dare gloria a Dio e per compiere meglio i Suoi precetti. Tra di essi, uno dei più importanti è quello della Tzedakà: le opere di beneficenza. Dice la Torah:
«Dai generosamente al tuo fratello, e quando gli darai non si rattristi il tuo cuore, poiché è proprio per questo che il Signore tuo Dio ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui metterai la mano. Dato che i bisognosi non mancheranno mai nel paese, io ti do questo comando: apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese.»
Per terminare la carrellata storica sui vari esempi che l'Ebraismo propone nei confronti del denaro, bisogna parlare della visione messianica futura. Come è noto, la Kabbalah ci insegna l'esistenza di due Messia: il primo chiamato figlio di Yosef, e il secondo figlio di David. Ricalcando l'esempio di Yosef, di cui è il figlio spirituale, il primo Messia ha, tra i vari compiti, quello di essere un economista illuminato. Egli sarà capace di conquistare una posizione di leader a livello mondiale e di diffondere sempre di più quel benessere che ora è ancora appannaggio di poche nazioni. Egli, inoltre, saprà far sì che i governi delle grosse potenze accettino principi e norme umanitarie, per adesso ancora utopiche. Il mercato mondiale non sarà più unicamente basato sull'interesse privato a ogni costo, ma conterrà i meccanismi equilibranti che la Torah prevede: la messa a parte di una cifra, che va da un decimo a un quinto dei guadagni netti, da devolvere a opere di beneficenza e ai più bisognosi; il riposo della terra, il riposo dell'uomo, il compiere gli affari in uno spirito di reciproca fiducia e con onestà.
Come si intuisce, il ruolo che il Messia figlio di Yosef dovrà svolgere è molto specialistico e presuppone una grossa dimestichezza con questioni economiche e politiche di vasta scala, unita a una moralità ineccepibile, a un'anima elevatissima e a un rapporto con Dio del tutto privilegiato. Come il suo antico predecessore, egli dovrà avere piena familiarità con i segreti della sapienza esoterica, della Kabbalah. Egli sarà una persona ben precisa, storica, ma è possibile vedere come si tratti anche di tutto un movimento generale verso una determinata direzione. Il grande balzo in avanti compiuto dalle economie di gran parte dei paesi occidentali, pur con le sue ombre (lo sfruttamento del terzo mondo e l'inquinamento), è senz'altro foriero dell'avvicinarsi imminente dell'epoca del Messia Ben Yosef.
Il Messia figlio di Yosef sarà l'araldo diretto del Messia figlio di Davide, il cui compito sarà più specificamente spirituale: quello di porsi come catalizzatore finale, che farà coagulare tutti gli sforzi di quanti nel mondo, ebrei e altri, hanno lottato e lottano per l'avvento del regno della pace. Senza la preparazione del primo Messia, il secondo non troverebbe il terreno pronto e non potrebbe manifestarsi. Diventa dunque sempre più chiaro quanto sia importante raggiungere un discreto livello di sicurezza economica prima di potersi dedicare, in tutto e per tutto, alla trasformazione della consapevolezza dell'umanità. Il recente benessere di molti paesi del mondo, frutto in buona parte dello sviluppo scientifico e tecnologico, è quindi uno dei segni più importanti che confermano l'imminenza dell'età messianica. Occorre dunque intensificare gli sforzi e rendere definitiva la decisione di entrarvi senza ulteriori indugi.
Trovare la donna è trovare il bene
Vedremo ora di analizzare il tema del rapporto tra uomo e denaro da un punto di vista più propriamente cabalistico. Come dovrebbe già essere emerso, la via proposta dalla Torah non è quella dell'estranimento o della rinuncia al mondo, ma quella di un opportuno coinvolgimento, onde portarvi la luce della consapevolezza di Dio. Non è un'impresa facile, poiché la persona rischia di farsi fagocitare dall'attrazione della vita sensuale e materiale, e di perdere così le sue buone intenzioni iniziali. In particolare, il procacciarsi il necessario da vivere comporta tali difficoltà che spesso la persona viene tentata ad abbandonare i buoni propositi per accettare compromessi amorali. L'acquisizione dei mezzi di sostentamento è una vera e propria guerra, come confermato dal fatto che in ebraico la parola lechem (pane) proviene dalla stessa radice presente anche in milchamà (guerra).
Secondo uno dei concetti fondamentali della Kabbalah, nel mondo è presente un elevato numero di scintille di bene e di luce, che si trovano in uno stato frammentario e separato, isolate le une dalle altre da rivestimenti di energia negativa chiamati in ebraico Klipot (gusci). Uno dei compiti fondamentali dell'esistenza umana è quello di identificare tali frammenti, di spezzare il guscio che li separa (nutrendosi parassitamente della loro energia) e di riportarli alla loro originaria matrice di santità. Il lavoro, sia fisico che intellettuale, va visto come l'adempimento di tale compito.
Per esempio, i vari stadi della coltivazione del grano rappresentano momenti successivi nei quali si libera l'energia presente in basso, per destinarla a scopi superiori. La semina è il porre il grano in condizione di assorbire i nutrimenti che esistono in modo caotico nel suolo e di organizzarli su dei livelli superiori; le varie fasi della mietitura, della macinatura, dell'impastatura e della cottura sono momenti nei quali si rompono gli involucri che isolano e nascondono la parte vitale del grano, onde rendere la sua energia compatibile col nostro sistema metabolico. Infine, con la forza ottenuta grazie al cibarsene, dobbiamo riuscire a servire Dio con rinnovato impegno. Se, al contrario, useremo la vitalità del cibo soltanto per servire i nostri istinti animali, allora la luce contenuta in esso verrà fatta ritornare nei luoghi d'esilio e di separazione nei quali si trovava prima, o in luoghi ancora inferiori. Analogamente, il lavoro intellettuale consiste nell'elaborare frammenti di idee e informazioni, ripulendole dalle scorie non necessarie e adattandole gli uni agli altri, onde costruire una serie di pensieri o di dati logici e coerenti, utilizzabili sia in un sistema pratico che in un contesto speculativo o meditativo di tipo spirituale.
La difficoltà di questa guerra (non è facile strappare all'«altro lato», cioè alle forze del male, i prigionieri che egli gelosamente custodisce e grazie ai quali si alimenta) è ulteriormente complicata dal fatto che ognuno di noi possiede una vocazione particolare per quanto riguarda il procacciarsi la parnasah (il sostentamento). Tale vocazione riflette in modo specifico le qualità presenti alla radice dell'anima ed è parte del segreto della propria individualità. In realtà, la persona è in grado di svolgere anche altri lavori e attività che gli siano meno congeniali, e molti individui posseggono più di un modo individuale. Tuttavia, se una persona pratica, pur con successo, un'occupazione o un mestiere che non sono quelli per i quali è stato creato, il denaro così ricavato non diventa una fonte di vera gioia. In termini figurati, è come se la persona si nutrisse di crusca e di paglia invece che di grano. Ciò significa che, pur cibandosi di ogni prelibatezza disponibile sul mercato, la persona non è riuscita a rompere i gusci spirituali che isolano il nutrimento spirituale presente in quello fisico. Il suo vivere nel mondo non sta portando nessuna novità e avanzamento sul piano coscienziale.
Se un individuo sta facendo un lavoro che non gli compete dal punto di vista spirituale o psicologico, quasi sempre si sentirà molto infelice, frustrato e contrariato, e l'attività non riuscirà come si deve. Anche nel caso in cui egli mieta successo e ricchezza, scavando sotto la superficie è presente una grande amarezza. Il problema di trovare l'occupazione e la professione che ci spettano diventa particolarmente importante al giorno d'oggi, in cui siamo sovente condizionati da considerazioni puramente esteriori e veniamo spinti da motivazioni e modelli che non sono i nostri. Troppo spesso è la società a scegliere per noi, non in base a vere vocazioni e predisposizioni, ma a seconda di esigenze predeterminate. Spesso la scelta è motivata dalla necessità, o dall'impazienza, o dall'identificazione coi modelli più popolari offerti dalla cultura dominante.
Sommando tutte queste difficoltà si dovrebbe concludere che con le nostre sole forze sarebbe impossibile trovare la giusta Parnasah. Per fortuna, Dio stesso ci viene in aiuto, ispirando in modo segreto le nostre ricerche e scelte. I saggi d'Israele dicono che, dopo aver creato il mondo, Dio ha affidato la supervisione dell'andamento normale della creazione a vari angeli, riservando per se stesso due sole cose, una delle quali è il farci trovare il giusto mezzo di sostentamento, quello che combacia con le nostre qualità più intime. Tuttavia, secondo l'espressione talmudica: «Il far trovare all'uomo la giusta Parnassah è difficile per Dio come l'apertura del Mar Rosso.»
Si tenga presente che il miracolo della divisione delle acque del Mar Rosso non fu una cosa facile neppure per Dio, che dovette sospendere momentaneamente tutte le leggi fisiche su cui si basa il mondo e ricrearle in seguito come nuove.
Il secondo dei compiti che Dio ha riservato per sé è quello di farci incontrare la nostra Bat Zug, o «anima gemella». Ricordiamo qui brevemente che la Kabbalah sostiene come le anime umane vengano create a coppie e vengano in seguito fatte discendere separatamente, in corpi di sesso diverso. Uno dei compiti fondamentali della vita è quello di ritrovare la propria «seconda metà» e di ripristinare così l'unità primigenia. Se si pensa alla varietà e alla distanza degli ambienti geografici nei quali uno potrebbe nascere, e al fatto che uno potrebbe nascere in un'epoca e la sua compagna in un'altra, anche questo compito sarebbe praticamente impossibile, simile alla classica ricerca dell'ago nel pagliaio. Fortunatamente, anche in questo caso la Provvidenza divina sovrintende di persona a tutte le vicissitudini che devono portare all'incontro fortunato. Una volta chiesero a Rabbi Akiva come Dio occupi il Suo tempo. La risposta fu che «Dio siede e fa incontrare le coppie».
I due compiti, quello di trovare l'anima gemella e quello di procacciarsi la giusta Parnasah, sono dunque profondamente collegati. Ed è questo il segreto di un versetto del libro dei Proverbi (18,22): «Matzà ishà matzà tov» = «Chi ha trovato la donna ha trovato il bene.»
Qui il significato della parola tov (bene) è esteso anche al benessere materiale, ottenuto nel giusto modo, tramite il lavoro adatto. Esistono dunque forti analogie tra le energie presenti nelle relazioni interpersonali e nelle attività lavorative. In particolare, la similitudine è tra l'energia sessuale e l'energia del denaro. Ciò si può vedere, nel mondo circostante, nella sua forma decaduta, dove l'una è spesso convertita immediatamente nell'altra e viceversa, dove sesso e denaro sono gli idoli preferiti del paganesimo moderno. Ma la connessione tra le due energie si vede anche nel regno della santità, come nel caso di Yosef, la più ricca di tutte le figure bibliche. In Kabbalah, Yosef corrisponde alla Sefirà di Yesod, la cui sede fisica è l'area degli organi sessuali. Yosef possiede l'attributo di Tzadik, il giusto, colui che ha superato le prove delle tentazioni sessuali. L'energia sessuale in se stessa è chiamata on (alef-vav-nun), e la ricchezza è chiamata Hon (hey-vav-nun). Alef e Hey sono due lettere strettamente collegate, non solo foneticamente.
Le analogie tra le due energie citate continuano se si pensa a quanto avviene, sui piani invisibili dell'anima, durante l'atto del lavorare e durante l'atto dell'unione sessuale, e cioè: l'elevazione delle scintille cadute precedentemente in balia delle forze dell'oscurità. Anche l'unione sessuale, se compiuta con la persona adatta e secondo le norme indicate dalla Torah, è il momento privilegiato per innalzare quelle anime che caddero col peccato di Adamo ed Eva. Sia nel caso in cui queste anime si reincarnino come i figli fisici della coppia, sia nel caso rimangano come pure espressioni energetiche, l'atto dell'intimità dell'amore è il momento sacrale che crea i canali indispensabili per l'unione dei vari livelli di esistenza e che offre a queste anime l'opportunità di esprimersi. Viceversa, se l'unione sessuale non avviene nel modo dovuto, o se avviene con la persona sbagliata, il suo risultato sarà quello di causare l'ulteriore sprofondamento della consapevolezza nell'oscurità delle Klipot (gusci) e il prolungamento della sua attesa di redenzione.
Succede sovente che, anche con le migliori delle intenzioni, la persona non trovi la sua professione o la sua compagna adatta. Oppure succede che, pur avendole trovate, in seguito uno le perda. In tali casi, la Kabbalah afferma che c'è la possibilità di trovarsi una compagna alternativa che, pur non essendo perfetta, si avvicina a quella ideale. Si tratta di uno Zivug shenì (seconda unione). In questo caso, però, non c'è partecipazione diretta della Provvidenza divina volta a far succedere le cose nel migliore dei modi. In altre parole, non c'è nulla di previsto o di deciso in cielo su chi sia o meno questa seconda persona. Essa dipende esclusivamente dal merito dell'individuo in questione. Se questi ha sviluppato il suo livello coscienziale a sufficienza ed è incline al retto agire, allora troverà una persona (o un lavoro) compatibile con la sua essenza profonda.
Altrimenti, se non merita, egli si troverà sposato con una «prostituta» (equivalente alla «paglia e crusca» di prima), cioè con una donna che non è minimamente interessata alle sue qualità umane, ma solo ai suoi soldi o al suo potere. In modo analogo, un'attività di successo tramite la quale una persona guadagna montagne di soldi, se non è quella adatta o se è stata sviluppata in modo disonesto, è come «dormire con una prostituta». Ciò significa che l'affare che uno sta trattando distoglierà in continuazione la sua mente dai bisogni essenziali dell'anima e lo renderà schiavo delle cose del mondo, lasciandogli come sensazione costante un senso d'amarezza e di fallimento (spesso nascosto dietro indifferenza o falsa tracotanza).
La Parnasà (mezzi di sostentamento) è come la manna del deserto e richiede una prova di fede continua. La parola «fede» in aramaico è Mehimenuta, e deriva dalla stessa radice di Man (manna). Anche nella situazione più ideale, nella quale una persona guadagna tanto, in modo onesto e sicuro, non si dovrebbe mai perdere la consapevolezza di come tutto ciò sia un costante dono dal cielo, di cui si deve ringraziare Dio in continuazione. Il nostro compito è quello di costruire i recipienti adatti a contenere tale flusso di benedizioni e di utilizzarle in modo opportuno dopo averle ricevute.
La stretta corrispondenza tra l'esperienza sessuale e il procacciarsi i mezzi di sussistenza richiede alcune considerazioni ulteriori. Questa corrispondenza appare in Kabbalah sulla struttura chiamata Albero della Vita, il modello ideale di come integrare le dieci facoltà fondamentali dell'anima. La Sefirà chiamata Yesod (fondamento) rappresenta l'area della vita sessuale ed è associata alla figura di Yosef ha-Tzadik (Yosef il giusto). Yosef è chiamato «il Giusto» poiché seppe resistere alla tentazione sessuale. Ci si ricordi, infatti, dell'episodio in cui la moglie di Potifarre, presso cui Yosef era istitutore, attratta dal fascino irresistibile del giovane ebreo, tentò ripetutamente di sedurlo. Yosef fu sempre adamantino nel rifiutare tale adulterio, anche se ciò gli costò, in seguito, la calunnia e la prigionia. Grazie all'aver resistito così efficacemente alle tentazioni, Yosef meritò l'appellativo di Tzadik (colui che non cede alla tentazione). È indubbio che fu anche grazie al suo comportamento ineccepibile che Yosef meritò in seguito di venire investito di così tanta autorità dal Faraone, sino a diventare viceré d'Egitto.
Yosef ci mostra quanto sia importante e delicato il collegamento tra l'energia sessuale e quel particolare tipo di energia racchiuso nel denaro. L'esempio di Yosef è proprio all'opposto dello stereotipo del ricco uomo d'affari che passa il tempo libero al night-club o che si diverte ad adescare la sua nuova segretaria. Quando il denaro è l'occasione per abbandonarsi a una vita immorale, ciò è il segno più evidente che esso proviene da una radice impura, ben lontana dalla individualità, peraltro quasi del tutto inconscia, della persona in questione. Inoltre, una vita immorale è sempre accompagnata dal dilapidarsi della fortuna accumulata, e raramente gli eredi arrivano a usufruire delle ricchezze lasciate, quasi sempre divorate da amanti segrete o da astuti avvocati.
All'opposto di tutto ciò, la Kabbalah ci insegna che il giusto controllo dell'energia sessuale permette il felice scorrere dell'energia anche nel canale che riguarda la Parnasà. E, nella tradizione ebraica, il «giusto controllo dell'energia sessuale» non è un'esperienza monastica, ma va trovata nella vita di coppia, aiutati dalla nostra compagna. La sacralità del rapporto sessuale viene così amplificata al massimo, e ciò, lungi dal detrarre dalla bellezza e dal piacere fisico e romantico, sottolinea la priorità anche di quei valori che contribuiscono così al pieno coronamento del rapporto.
Analogamente, tale sacralità si estende all'esercizio, molto più terra a terra, di una attività lavorativa o commerciale. Mentre è facile percepire la bellezza e l'unicità di un rapporto d'amore, non è così immediato vederla anche nel campo del lavoro, occasione in cui la persona deve affrontare lotte e difficoltà per poter riuscire a procacciarsi il necessario. La Kabbalah, invece, ci propone un modello nel quale è possibile fare della nostra attività professionale un momento di grande gioia e soddisfazione, simili a quelle di un riuscito rapporto d'amore. La stessa parola Parnasà ha un valore numerico di 395, pari a quello di Neshamà (anima), e ciò sottolinea ulteriormente la motivazione prettamente spirituale di ogni lavoro fisico. In altri termini, è possibile realizzare la propria identità spirituale anche nel mezzo dell'attività apparentemente più concreta e materiale. È noto che la radice della propria anima diventa più manifesta nella propria anima gemella che non in noi stessi. Cioè: l'alchimia di un rapporto riuscito è tale da far sì che ognuno scopra nell'altro le sue proprie qualità migliori, più segrete!
È solo nell'incontro reciproco che diventa chiaro chi siamo veramente, quale sia il segreto della nostra esistenza, quale la missione unica e irripetibile che siamo venuti a svolgere sulla terra. Ciò vale anche a riguardo della Parnasà. Tramite la propria professione è possibile scoprire più cose su se stessi, sullo scopo della propria vita e della creazione in generale, che non meditando ritirati in un eremitaggio dopo aver dato tutti i propri averi ai poveri.
In conclusione, citiamo questa massima rabbinica che condensa in modo esemplare gli argomenti trattati:
«Im ein kemach ein Torah, im ein Torah ein kemach»
«Se non c'è farina non c'è Torah; se non c'è Torah non c'è farina.»
Lo studio della Torah richiede, almeno nel caso della persona comune, l'esistenza di una certa sicurezza economica grazie alla quale siano soddisfatti i bisogni fondamentali (casa, vitto e vestiti), propri e della propria famiglia. Esso richiede, inoltre, un'attiva partecipazione sul piano pratico del mondo, senza fughe spiritualistiche.
D'altra parte la Torah, e la conoscenza dei suoi segreti, è l'indispensabile guida e motivazione che sola può condurci attraverso i ripetuti trabocchetti del mondo materiale e delle lotte che dobbiamo affrontare sul piano economico o professionale. Senza la sua luce non potremmo mai essere sicuri di stare mangiando pane, e non solo paglia. La sicurezza di guadagnare il nostro denaro nel modo giusto viene solo con la piena adesione alla parola di Dio espressa nella santa Torah.
Nadav Crivelli