Yadayim significa letteralmente "mani". Questo trattato, articolato in quattro capitoli, analizza la natura dell'impurità rabbinica delle mani e le modalità rituali necessarie per la loro purificazione (Netilat Yadayim).
Il trattato definisce le procedure tecniche e i limiti legali di un atto che è diventato centrale nella vita quotidiana ebraica:
- L'acqua e i recipienti (Capitolo 1): Il primo capitolo specifica la quantità minima di acqua necessaria (un revi'it) e le caratteristiche dei vasi idonei al lavaggio rituale, che devono essere integri e contenere l'acqua per versamento manuale.
- Validità e limiti (Capitolo 2): Analizza cosa rende invalido un lavaggio (ad esempio se l'acqua è sporca o il flusso interrotto). Definisce inoltre fin dove deve arrivare l'acqua (solitamente fino alle nocche o al polso) e come gestire i dubbi circa l'avvenuta contaminazione.
- I Libri Sacri e il Canone (Capitoli 3-4): Questi capitoli trattano la paradossale norma secondo cui i Libri Sacri "rendono impure le mani". Questa regola fu istituita dai Saggi per proteggere i rotoli della Torah: poiché si consideravano i rotoli capaci di trasmettere impurità, si scoraggiava chiunque dal toccarli direttamente a mani nude, garantendone la conservazione.
Proprio a causa di questa norma, il trattato diventa la sede per la definizione del Canone delle Scritture: si discute se testi come il Cantico dei Cantici o l'Ecclesiaste (Qohelet) "rendano impure le mani" (ovvero siano sacri). Il trattato si chiude riportando alcune dispute tra i Farisei e i Sadducei su questioni di purità rituale e responsabilità civile.