Il credere consiste nell'ammettere come vero ciò che è stato concepito e nel credere che ciò che è fuori dello spirito è come ciò che è concepito nello spirito. In questo capitolo della Guida, il Rambam definisce la natura della vera fede e della certezza, ponendo le basi per la dottrina degli attributi divini.
Se si unisce a ciò la convinzione che il contrario di ciò che si crede è impossibile assolutamente e che non esiste nello spirito alcun modo di rifiutare questa credenza, né di pensare che il contrario possa essere possibile, ciò è la certezza.
Ciò che Rambam dice si applica a qualsiasi scienza che voglia rappresentare le leggi del reale. Che la realtà sia concepibile dal pensiero come un insieme armonico e ordinato, cioè un sistema logico. Che l'infinita varietà dei fenomeni sia un'apparenza, perché sottende un noumeno unico e privo di attributi.
Anzi, di concepire l'attributo come tutt'altro che l'essenza del soggetto (Guida I, 51) ma come un accidente. Gli attributi divini che la Torah afferma non sono dunque che modi della rivelazione, e insieme modi della realtà.
La filosofia di Dio privo di attributi è in effetti la fondazione del concetto di —Ein Sof—. Dove c'è attributo c'è limite all'essere e sua contraddittorietà. Ma Colui che abita il roveto si è manifestato come —ESSERE IN QUANTO ESSERE— (EHYEH ASHER EHYEH), dunque privo di limiti e attributi.
LE CINQUE CLASSI DI ATTRIBUTI
Rambam classifica gli attributi in cinque classi:
1. Le definizioni
2. Le parti di una sua definizione (ovvero la classe a cui il soggetto appartiene)
3. La qualità al di là dell'essenza
4. Il rapporto che ha l'essenza del soggetto con altre cose
5. La cosa nella sua azione
Maimonide rifiuta che ciascuna di queste possibilità definisca Dio, ovvero ne limiti l'Unità e l'Onnipotenza. È proprio in questa sua non-pensabilità da parte dell'Uomo, assoluta estraneità dalla creatura, che consiste la forza dirompente di ciò che la Guida afferma. La trascendenza divina non appartiene a nessuna classe, non è definibile, non ha qualità alcune nella sua essenza (colore, luce, dimensione), non ha rapporto con la creatura, in quanto ne inficerebbe l'infinità, non ha rapporto con lo spazio-tempo da cui è esterno, non ha azioni.
LO TZIMTZUM
L'unica possibilità di definizione di questo è l'affermazione rabbinica: —Dio è il luogo del mondo, ma il mondo non è il suo luogo—. Quindi, come si dice in matematica, la Legge è la condizione al contorno del creato.
Questo processo di ritrazione di Dio dal mondo, che diventa anche definizione del finito, è quella che l'Ashkenazi Rabbi Izchak Luria zal porterà alla massima perfezione. Proprio in un infinito che si ritrae dall'universo, l'universo diventa possibile. Eppure, al centro di questo nulla che chiamiamo universo, un atomo di luce infinita permane: l'animo umano o l'animo di Yisrael, se vogliamo. Ed è questo filtrare fra l'infinito estraneo al mondo e la luce interna che rende possibile infiniti mondi, come le luci in una camera a scintillazione (v. Chaim Vital, l'Albero della Vita).
(a cura di Luciano Tagliacozzo)