Il "Kalam" non è una persona: è la teologia islamica.

Due intellettuali islamici critici, Nasr Abu Zayd ed Abdelwahab Meddeb, hanno una cosa in comune: per loro il declino del mondo arabo non è iniziato col Sionismo o con Napoleone, bensì dalla vittoria della corrente degli Ash'ariti su quella dei Mu'taziliti, avvenuta nel XII Secolo EV.

Perché tale vittoria fu tanto nefasta? Secondo Nasr Abu Zayd, perché gli Ash'ariti non solo privano l'uomo del libero arbitrio, ma vanificano pure ogni nesso causale tra gli eventi, scalzando così le fondamenta di ogni discorso scientifico.

Nessuno dei due autori spiega chiaramente come venga vanificato il principio di causalità, ma lo fa Maimonide (alias Rambam) in un brano della Guida dei Perplessi, Parte Prima, Capitolo 73, di cui vi riporto degli stralci:


Sesta premessa

Consiste nel dire che l'accidente non permane per più di un momento.

Il senso di questa premessa è che essi pretendono che D-o crei la sostanza e crei in essa qualsiasi accidente Egli voglia, in un sol colpo, e che non si possa attribuire a D-o il potere di creare una sostanza priva di un accidente, perché ciò è impossibile. La reale natura e il senso dell'accidente è di non essere permanente e di non restare fisso per più di un momento — ossia, per più di un attimo.

Non appena viene creato, un accidente scompare, e non permane; D-o crea un altro accidente della stessa specie, e anche quello scompare; D-o ne crea un terzo della stessa specie, e così sempre, per tutto il periodo per cui D-o vuole che permanga quella specie di accidente.

Ma se D-o vuole creare in quella sostanza un'altra specie di accidente, la crea; e se Egli cessa di creare e non crea un accidente, quella sostanza non esiste più. Questa è l'opinione di alcuni di loro, che sono la maggioranza, e questa è la creazione degli accidenti di cui costoro parlano.

(...)

Secondo questa premessa, costoro dicono che, quando pretendiamo di tingere un vestito di rosso, non siamo affatto noi a tingerlo, ma D-o che crea quel colore nel vestito quando questo viene accostato alla tintura rossa che, secondo la nostra pretesa, passa al vestito.

Costoro dicono infatti che non è così come noi pretendiamo, ma che D-o si è posto come abitudine, per esempio, di non creare il colore nero se non quando il vestito si unisce all'indaco; ma che quel nero che D-o ha creato quando il colore nero si è unito all'oggetto tinto di nero non permane, ma scompare subito, e D-o ne crea un altro.

(...)

Attenendosi a questa tesi, costoro traggono la conseguenza che la conoscenza di queste cose che noi conosciamo ora non è la stessa di ciò che abbiamo conosciuto ieri: quella conoscenza non esiste più, ed è stata creata in noi una conoscenza simile; e dicono che è così, perché la conoscenza è un accidente.

Parimenti, alla loro credenza che anche l'anima sia un accidente consegue che per tutti gli esseri dotati di un'anima vengano create, per dire, centomila anime al secondo, perché, come sai, secondo loro il tempo è composto di attimi non divisibili.

Attenendosi a questa premessa, costoro dicono che, quando l'uomo muove la penna, non è l'uomo a muoverla, perché questo movimento che sorge nella penna è un accidente creato da D-o nella penna; e allo stesso modo, il movimento della mano che, stando a ciò che noi pretendiamo, muove la penna, è un accidente creato da D-o nella mano mossa; solo che D-o si sarebbe posto come abitudine di associare il movimento della mano al movimento della penna — non che la mano eserciti un qualsiasi effetto sulla penna, né che vi sia una causalità nel movimento della penna, perché costoro dicono che l'accidente non può estendere il suo luogo d'azione.

(...)

In generale, non si può dire assolutamente che una cosa sia causa di un'altra: questa è l'opinione della massa dei teologi. Alcuni di loro parlano di causalità, ma gli altri li hanno condannati.

Quanto alle azioni umane, su di esse c'è discordanza. La dottrina dei più, e della massa degli Ash'ariti, è che, quando io muovo questa penna, D-o crea quattro accidenti, nessuno dei quali è causa di un altro — sono tutti simultanei nell'esistenza — e nient'altro.

Il primo accidente è la mia volontà di muovere la penna; il secondo accidente è il mio potere di muoverla; il terzo accidente è il movimento umano stesso — ossia, il movimento della mano; il quarto accidente è il muoversi della penna.

(...)

D-o crea in questa penna sempre un movimento dopo l'altro per tutto il periodo durante il quale la penna si muove; quando essa è in quiete, non si quieta finché D-o non crea in essa la quiete, e D-o non cessa di crearvi una quiete dopo l'altra per tutto il tempo durante il quale la penna è in quiete; sicché, in ognuno di quegli attimi — vale a dire, dei singoli momenti — D-o crea un accidente in tutti gli individui esistenti, siano angeli, cieli o altro, e questo sempre, in ogni tempo.

(...)

Ma proprio a proposito delle credenze di questo genere è che, secondo me e secondo chiunque sia dotato di intelletto, sta scritto: "Oppure Lo ingannate, come si inganna un uomo?" [Giobbe 13:9]. Infatti, questa è la vera essenza dell'inganno.