Il Mishneh Torah di Maimonide è un'opera monumentale divisa in 14 libri, organizzati per argomento.

Il Mishnè Torah di Maimonide è diviso in 14 libri, divisi per argomento: l'amore di D-o, le donne, le leggi dello Shabbat, etc. A sua volta ogni libro è diviso in capitoli e ogni capitolo in Halachot; l'Halachà singola è trascritta come una proposizione autonoma da studiare.

1. Prendiamo ad esempio alcune Halachot:

Hilchot Yesodè Torah h. 7:5: tutti coloro che aspirano alla profezia sono chiamati i discepoli dei profeti; se essi concentrano la loro attenzione, è possibile che la Shechinà sia su di loro ed è possibile che non si posi su di loro.

Non vi fate prendere dal panico: non vi sottoporremo ad un esame di filosofia; procuratevi un Tanakh e un libro di preghiere; dato che il testo è estremamente duro, e parla di metafisica, procuratevi il formulario per Kippur: c'è tutto.

Una regola fondamentale: l'intero Mishnè Torah è riassunto nei tredici articoli di fede (Yigdal)1 con cui terminano in quasi tutti i formulari l'Arvit del sabato. Un altro testo in cui si possono trovare gli stessi temi dell'Hilchot Yesodè Torah è l'Adon Olam2 con cui si aprono le preghiere di ogni giorno.

Nel nostro caso ritroviamo nell'Yigdal:

Shefa nevuatò netanò el segullatò vetifartò – dette a piene mani la sua profezia come suo dono al suo prescelto e alla sua gloria

Dunque D-o sceglie chi vuole; cos'è allora la meditazione di cui parla l'Halachà?

Beyadò afqid ruchì – nelle sue mani affiderò il mio spirito dice l'Adon Olam.

Sugyiot: le fonti

Il primo problema è stabilire che fonti ha questa Halachà. Maimonide non lo dice, ma se avete un testo commentato ve lo dice il commento; in questo ve lo diremo noi: di discepoli di profeti si parla nel libro dei Re (II Re 2:3, 5, 15, 17).

E videro i figli dei profeti che si trovavano a Gerico e da lontano gli dissero: 'lo spirito di Elia si è posato su Eliseo' (II Re 2:15)

Chi sono questi discepoli? Sono ebrei o goyim? Giobbe per esempio non era ebreo, e nemmeno i suoi amici, ma i maestri li considerano profeti. Ugualmente il mago Bilaam era un profeta (Talmud, Bava Batrà 15b), e infatti con la sua frase come sono belli i tuoi tabernacoli o Giacobbe, noi entriamo al tempio, giacché questa frase gli fu ispirata da Hashem. Ma attenzione, non tutti sono d'accordo che possa esistere profezia fuori da Israel: Yehuda Halevi, per esempio, filosofo e umanista pieno di ahavat beriot (amore per tutta l'umanità) riguardo alla profezia dice: chi seguirà questa via, lui e la sua semenza avranno gran parte nell'avvicinarsi a D-o benedetto; e con tutto ciò non sarà uguale lo straniero che entra nella nostra religione, a colui che vi è nato, perché solo coloro che in essa sono nati sono capaci di profezia (Y. Halevi, Kuzarì 1.115)

Ma i figli dei profeti in questo caso sembrano tutti israeliti; è inoltre interessante vedere in che brano del Tanakh compaiano: sono la scuola di Elia. Figli dei profeti sono dunque coloro che vedono le reincarnazioni di Eliyahu ha-navì. Nella tradizione posteriore il ghillui Eliyahu, le rivelazioni di Elia, sono le visioni dei mistici.

Quindi qal vachomer, qualsiasi di noi che non sia cattivo come Bilaam può avere la Shechinà; ma attenzione, l'Halachà dice: se essi concentrano la loro attenzione

Af al pi shecavnim da'atam – solo se intenzionalmente (cavenum) si volgono alla Torah (da'at). Dunque solo se si concentrano nella Torah.

Se un profeta è orgoglioso, la sua profezia si allontana da lui, se egli è adirato, lo lascia ugualmente (B. Pessachim 66b)

Dunque lo stato di profezia corrisponde anche ad uno stato d'animo:

Il Santo benedetto sia, non fa splendere la sua Shechinà che su chi è ricco, saggio, e umile (B. Nedarim 38a). Attenzione, anche questo parere è paradossale: che un ricco sia saggio è frequente, e anche che un saggio sia umile. L'insieme di queste tre chiavi è difficile trovarlo; il consiglio:

Lo zelo conduce all'innocenza, l'innocenza alla purezza, la purezza al possesso di se stesso, il possesso di se stesso alla santità, la santità all'umiltà, l'umiltà al timore, il timore alla chassidut, la chassidut al ruach ha-kodesh (la profezia) (Mishnà Sotà IX, 15)

Ecco dunque una ricetta per diventare chassidim e figli di profeti. Ma tutto ciò non è automatico come una formula magica; è l'excursus di ogni studente che non sia un ciarlatano; mi hanno chiesto lezioni di Qabbalà; ho chiesto agli esoterici che me lo chiedevano se avevano interesse a far volare tavolini (o creare vitelli) o a tradurre con precisione vecchi libri dall'ebraico. Tre adepti non si sono fatti più vedere, una è rimasta, non è diventata una cabalista (non avrei saputo insegnarglielo) ma sta diventando una discreta traduttrice – l'umiltà porta al timore.

Ecco un'altra fonte, che traggo da Amos 3:7-8 Hashem parla, chi non profetizzerà. Dunque la profezia la trovi nella parola, ciò è scritto anche nello Shema, quando dice e sarà se ascolterai io concederò la pioggia al suo tempo.

E cos'è la pioggia, se non la profezia? (v. B. Ta'anit 2a)

Ma rimane il problema più grave; la profezia non è garantita all'uomo. Leggiamo nella Qedushà della mattina di Kippur: quelli che compilano lodi a lui che è terribile in tutte le sue opere dicono: benedetto, quelli che con i loro accenti formidabili e potenti su di loro riconoscono Hashem, dicono: santo. La formula è di sempre. Yehuda Halevi, la sua Qedushà è stata accettata nell'Amidà del giorno di Kippur: dunque anche poeti eccelsi, che compilano salmi ispirati alla Torah non sono nella dimensione di vedere su di sé la Shechinà.

Quale possibilità per l'uomo comune? La possibilità è il minyan, cioè la riunione di più spiriti in Israele, tutti intenzionati nella conoscenza. Altra condizione per la profezia: la terra d'Israele. Ed è anche il sedersi ad un tavolo in più (di tre) persone a studiare la Torah. Questo ci viene garantito dal Pirqè Avot 3:6. Quando dieci convengono assieme, e si occupano di Torah è con loro la divina presenza, come è scritto etc... È vero anche che dal giorno in cui il tempio fu distrutto, la profezia venne tolta ai profeti e data ai pazzi e ai bambini (B. Bava Batrà 12b), ma i figli dei profeti, coloro che come il Baal Shem Tov hanno visioni profetiche ogni tanto ritornano e un Midrash dice nel mondo avvenire tutto Israel saranno profeti (Num. R. 15, 25)

(a cura di L. Tagliacozzo benzoma@iol.it)

  1. Testo del XIV sec. e.v. che riassume i 13 articoli di fede di Moshè Maimonide. Torna
  2. Testo del poeta e filosofo Shelomò Ibn Ghebirol. Torna

2. Uno strano testo

Il metodo che abbiamo esposto prima abbraccia tutto il Mishnè Torah, che, non dimentichiamo è un trattato solo per il 10% filosofico, ma in gran parte storico e halachico. Prendiamo ora la parte storica (introduzione al Mishnè Torah). Prendete una sola delle 40 generazioni in cui viene trasmessa la Torah orale:

Achiyà di Shiloh fu uno di coloro che aveva sperimentato l'esodo dall'Egitto. Fu un levita e ascoltò da Moshè. Era di giovane età all'epoca di Moshè. Dopo ricevette la tradizione da David e dalla sua corte. Elia ricevette la tradizione da Achiyà di Shiloh e dalla sua corte. Elisha ricevette la tradizione da Elia e dalla sua corte.

Moshè Rabbenu e David sono separati da più di 300 anni di storia, altre centinaia di anni separano David da Elia. Dunque secondo questo testo Achiyà di Shiloh sarebbe vissuto almeno 500 anni. La fonte è un'aggadà del Talmud bavlì, Bava Batrà 121b. Dice la Guida dei perplessi: non si rilevano le contraddizioni nelle aggadot (Guida dei perplessi, intr.), il che non significa che dobbiamo accettare tutto acriticamente, ma al contrario che ogni aggadà, anche la più contraddittoria ha un senso. Nel nostro caso forse più interessante vedere la struttura di questa strana storia, che ricercare perché l'estensore del Talmud la abbia messa così.

Notate in primo luogo che c'è un levita che riceve la tradizione due volte e la dà una volta. Questo personaggio stabilisce un collegamento diretto fra Moshè, David ed Elia. Anzi, essendo il maestro di Elia, si vede che quest'ultimo ha ricevuto la tradizione (attraverso Achiyà) sia da Moshè che da David. Achiyà è dunque un personaggio senza tempo, che in qualche modo ha potuto intervenire al di fuori della catena delle generazioni. Perché allora limitarne l'azione a soli 500 anni? Chi altri era il discepolo di Achiyà di Shiloh? Il Baal Shem Tov dice che la sua guida spirituale sarebbe stato Achiyà di Shiloh, cioè il maestro di Elia. Ma che ha detto in particolare Achiyà?

Ecco:

Achiyà afferrò allora il mantello nuovo che quello aveva indosso e lo lacerò in dodici pezzi. E disse a Geroboamo: 'prendine dieci pezzi, giacché così ha detto Hashem, D-o d'Israele: ecco, io strappo il regno dalla mano di Salomone e darò a te dieci tribù. Ed una sola tribù gli resterà, per riguardo a David mio servo e per riguardo a Gerusalemme, la città che io ho eletto fra tutte le tribù d'Israele.' (I Re 11:29 sgg).

È dunque un annunciatore messianico; annunzia la fine e l'elezione di un resto d'Israele, la sola tribù di Giuda.

3. Hilchot Teshuvà 2:4

Sicuramente chi è più esperto di noi nell'Halachà si sarà chiesto: vedete, lo scrittore di Midrashim vede racconti anche in un grande testo halachico come il Mishnè Torah.

Quindi tentiamo di commentare qualcosa di veramente hard. Un testo completamente halachico.

Suggerimenti sulle vie della Teshuvà: implorare il perdono a D-o con pianto e con le suppliche, fare elemosina il più possibile (tzedaqà). Cambiare nome, come a voler significare: 'sono un uomo diverso e non più l'individuo che ha commesso quei fatti.' Migliorare tutto il proprio modo di agire e indirizzarsi veramente ed in ogni particolare per la via maestra. Cambiare residenza, perché anche l'esilio è fonte di espiazione in quanto piega, sottomette e rende umili (Hilchot Teshuvà 2:4)

La funzione del pianto nella preghiera ha fonti bibliche e talmudiche: nel Tanakh per esempio, lo troviamo nel libro di Giona: i niniviti piangono con forza. Nella Mishnà con il pianto comincia il sacrificio:

Gli anziani del giudizio rimettevano (il gran sacerdote) agli anziani del sacerdozio, i quali lo facevano salire alla stanza destinata alla famiglia di Avtinas e dopo scongiuratolo si congedavano e se ne andavano. Essi gli dicevano: mio signore, sommo sacerdote, noi siamo deputati del giudizio e tu sei deputato nostro e del giudizio, noi ti scongiuriamo per Quegli che posò il suo nome su questo tempio, che tu non cambi nulla di queste prescrizioni che ti abbiamo apprese. Egli si congedava e piangeva e anche loro piangevano (M. Yomà I, 5)

Oggigiorno il momento del pianto è il Kol Nidrè, con cui si inizia il giorno di Kippur, il momento delle suppliche sono le selichot che si fanno ogni mattino negli yamim noraim.

Notate che la potenza del pianto è tanta, che stando vicino ad un ammalato grave di Shabbat si ricorda il pianto è Shabbat e non si può piangere, comunque la guarigione arriverà presto. Questa è la formula tradizionale.

Fare l'elemosina è anche un bene, ma Rambam aggiunge il più possibile; e qual è il massimo consentito della tzedaqà?

Cinque sono le cose senza limite legale: l'angolo del campo (per i poveri), le primizie, la comparizione, la beneficenza e lo studio della Torah (M. Peà 1:1).

La Mishnà stabilisce però anche che chi ha il cibo per quattordici pasti non deve prendere dal bossolo delle elemosine. Ciascuno deve fissare la stessa misura per il povero e per se stesso, per non peccare di superbia.

Cambiare nome; è una normativa che si troverà anche nella tradizione segreta, per ingannare l'angelo della morte. Lo si fa ancor oggi per un moribondo. Ma lo si riscontra anche per neonati a rischio, in ambito biblico. La testimonianza biblica più interessante è quella della nascita di Beniamin, che viene chiamato dalla madre Benonì e dal padre Beniamin per buon augurio; altra dimostrazione è la nascita di Salomone a cui il profeta Natan, subito accorso dà il nome beneaugurante di Yedidyà, nome non più usato nel testo fuori da questo passo. Per gli adulti basti pensare al cambiamento del nome di Avram in Avraham.

E gli effetti miracolosi che secondo il Midrash questo cambiamento porta. Come al solito Rambam dà di pratiche che avevano un'origine antichissima, una spiegazione logica e psicologica. Vediamo oggi come il ritorno in Eretz Israel si compia spesso cambiando nome. Così hanno fatto soprattutto i chalutzim.