È recentemente uscita la nuova edizione del libro di David Meghnagi "Il padre e la legge - Freud e l'ebraismo", edito da Marsilio. Un'opera fondamentale per comprendere le radici ebraiche della psicoanalisi e il complesso rapporto di Freud con l'identità e il sionismo.

Si tratta di un libro indispensabile che tutti dovrebbero leggere, in quanto approfondisce i rapporti tra Freud e l'ebraismo — e tra Freud e il sionismo. Vorrei però dimostrarmi un buon allievo di Meghnagi facendo la laparoscopia al suo libro come lui ha fatto l'autopsia all'"Interpretazione dei sogni" di Sigmund Freud.

Il punto d'ingresso è un divertente lapsus a pagina 90: il primogenito di Freud, Martin, faceva parte dell'associazione sionista "Kadimah", che pubblicava un giornale che, a detta di Meghnagi, si chiamava "Al Shahar".

Avrete già notato il lapsus (articolo arabo premesso a nome ebraico), e ve lo rendo più gustoso informandovi che, secondo l'Encyclopaedia Judaica, la parola "Kadimah" si doveva intendere sia come "Kedmah = verso Oriente", che come "Kidmah = in avanti". Si tratta di un gioco di parole tanto rabbinico che psicoanalitico, e Meghnagi, imitandolo inconsapevolmente, ha voluto imitare il figlio esplicitamente sionista di Sigmund Freud.

Non solo: a pagina 86, Meghnagi non solo aveva informato il lettore che Freud, impossibilitato a partecipare, inviò un messaggio di saluto all'inaugurazione dell'Università Ebraica di Gerusalemme nel 1925, ma ci aveva dato anche l'elenco degli illustri invitati: Weizmann, Bialik, Kook, Achad Ha-'am, Scholem, Magnes. Delle persone citate, forse soltanto Kook (e magari chi mi legge mi risponderà: — Neppure lui) non riteneva fondamentale per l'avvenire del Sionismo il dialogo con gli Arabi.

Anche Freud la pensava come gli altri — e come Meghnagi, il quale col suo gioco di parole ha voluto comunicarci che ritiene che l'alba ("Shahar") del popolo ebraico avrebbe dovuto esserlo anche per il popolo arabo.

Non finisce qui la trattazione: a pagina 106 Meghnagi mi ha fatto ridere scrivendo che:

— Nella prima edizione della Traumdeutung Freud commette un lapsus e scrive Asdrubale al posto di Amilcare. In pratica, nel rievocare l'immagine sconfitta del padre, inconsciamente lo aveva decapitato prendendone edipicamente il posto. L'errore aveva particolarmente infastidito Freud che per ben tre volte aveva avuto la possibilità di rimediare all'errore controllando le bozze del libro, senza potersene accorgere.

Al gran lapsus del maestro corrisponde il gran lapsus dell'allievo, che segnala così inavvertitamente quanto importante sia il tema per lui. Vuol Meghnagi "sconfiggere" e "decapitare" il "padre" Sigmund? Può darsi, anche perché in una nota a piè di pagina 108 Meghnagi dice: — Un padre che non si lascia sconfiggere mai rischia di fare del figlio un terrorista o uno sconfitto per antonomasia. L'indicazione vale anche per gli analisti. Guai all'analista che col suo paziente vince sempre.

Ma chi legge il libro originale si rende conto che Freud commette il lapsus quando parla di come fu una volta umiliato suo padre da un antisemita. Anche Meghnagi ha subito un'esperienza simile, in quanto fu costretto a lasciare la Libia da un pogrom seguito alla Guerra del 1967. Il tema importante, comune sia a Freud che a Meghnagi, a onta del tempo trascorso, è l'antisemitismo, di cui i due autori cercano le cause e i rimedi.

La matrice del lapsus sembra essere stata una locuzione bilingue comparsa in un sogno di Freud citato a pagina 111: "Auf Geseres/Ungeseres", detta in luogo di "Auf wiedersehen". Geseres è parola yiddish che corrisponde all'ebraico gezarot ("decreti nefasti", alias "sciagure"), e nel sogno di Freud, esattamente come il nome dell'associazione Kadimah, appare in due forme: Geseres/Ungeseres.

Freud associa l'aberrante forma Ungeseres al tedesco Ungesaeuert (= azzimo), allusione alla Pasqua, in cui gli ebrei dovettero fuggire tanto precipitosamente dall'Egitto da non lasciar lievitare il pane.

E Meghnagi, dal canto suo, a pagina 114 informa i lettori che anche nel giudeo-romanesco esiste una locuzione simile a geseres: bangavonodd (ba'avonot ha-rabbim = per i grandi peccati), la cui conoscenza gli permise di capire molto bene le problematiche di una sua paziente ebrea tripolina — profuga lei come lui, come Freud, come gli ebrei dell'Esodo.

Tornando al lapsus, esso accoppia una parola araba ("Al") con una ebraica ("Shahar"); e a pagina 167 compare questa frase:

— La Guida dei perplessi di Maimonide era stata pubblicata prima in arabo, poi tradotta dai Tibbonim.

Qui si accoppiano un testo arabo (la "Dalalat Al-Hairin", titolo originale dell'opera citata) e uno ebraico (il "Moreh Nevukim", cioè la sua traduzione ebraica), esattamente come nel lapsus; e il tema su cui viene così attratta l'attenzione è quello del rapporto tra gli ebrei e le loro lingue, come si vede in particolare dalle biografie di Zamenhof, Ben-Yehudah e Freud.

Zamenhof volle costruire la lingua universale a scopi umanitari; Ben-Yehudah ritenne indispensabile la rinascita della lingua ebraica per favorire la rinascita del popolo ebraico; e quanto di linguistico abbia l'impresa freudiana è evidente se si accoglie l'intuizione lacaniana: — L'inconscio strutturato come un linguaggio.

Il nome ebraico di Sigmund Freud è Shlomo, Salomone, e una leggenda vuole che questi fosse capace di parlare anche le lingue degli animali. Questa leggenda Freud la conosceva, e paragonò il suo lavoro di interprete dell'inconscio alla facoltà del suo illustre eponimo. Secondo Meghnagi, Freud ha voluto con il suo lavoro andare alla ricerca dell'unica lingua comune all'umanità — quella dell'inconscio.

Chi volesse approfondire i rapporti tra multilinguismo e psicoanalisi troverà di particolare interesse "La babele dell'inconscio", recentemente riedito da Raffaello Cortina Editore. Vorrei solo aggiungere che Shlomo in ebraico significherebbe "pacifico", e mi chiedo se l'insistenza di Meghnagi sul multilinguismo di Freud, dei suoi primi allievi, nonché di Meghnagi stesso, e dell'illustre Re d'Israele, non voglia spezzare non una lancia, ma un'armeria intera per la pace.

Concludo il commento con un altro gustoso lapsus di Meghnagi. Freud si era identificato negli ultimi mesi di vita, esule a Londra e devastato dal cancro, con Jochanan ben Zaqqai, che aveva salvato il giudaismo fondando la scuola di Jabneh, ed era riuscito a uscire dalla Gerusalemme assediata in circostanze non meno fortunose di quelle che consentirono a Freud di andarsene da Vienna dopo l'occupazione nazista.

Meghnagi dice in una nota a piè di pagina 149:

— Per unificare la traslitterazione dei nomi e dei termini ebraici ho modificato Jochanan e Jabneh in Yochanan e Yavneh.

Questo in una citazione di Freud. Ma Meghnagi ha scritto invece, in quella citazione... Yabneh! Come mai questo errore?

Io dattiloscrivo con dieci dita, e so che l'errore è possibile anche per me, perché le lettere "b" e "v" sono contigue e le digito col medesimo dito (l'indice sinistro); ma credo che più che un banale "typo" questo sia un "lapsus" vero e proprio.

Le spiegazioni possono essere due, e comincio dalla più interessante: Meghnagi ritiene che lo scritto più rivelatore dell'intimo di Freud, ma scientificamente più debole sia "Mosè e il monoteismo".

La debolezza principale che Meghnagi gli rinfaccia è l'essere basato su teorie neo-lamarckiane, biologicamente screditate, anziché sull'appena coniato concetto psicoanalitico di "costruzione".

Come si dice "costruire" in ebraico? Banah significa "Egli costruì", ed Yivneh "Egli costruirà". In alcuni dizionari arabi di un verbo si riportano sia il perfetto che l'imperfetto, e mi chiedo se questo abbia influito su Meghnagi; ma quello che mi pare assai plausibile è che il rimprovero di lui al Maestro, di aver usato una grafia che mal si accorda con le sue scelte linguistiche, faccia parte del ben più radicale rimprovero di aver costruito una teoria in modo erroneo e per lui inaccettabile.

Oltretutto, visto che in questo tipo di analisi "tout se tient", faccio notare altre due cose: le consonanti di banah si rinvengono (due volte) anche nel cognome Ibn Tibbon, la famiglia di rinomati traduttori dall'arabo all'ebraico prima citata. Perché mai Meghnagi li chiama Tibbonim all'ebraica anziché Banu Tibbon all'araba?

Penso perché in arabo tibn vuol dire "paglia" (come l'ebraico teven), ma la parola ebraica più simile a Tibbon che sono riuscito a trovare è tevunah = comprensione. Essa deriva dal verbo bin = comprendere, che ha due consonanti in comune con banah = costruire, che, a sua volta dà origine alle parole ben ed ibn, che in ebraico e arabo significano "figlio". E nel Talmud Berakhot 64a c'è un famoso gioco di parole tra banaykh = i tuoi figli e bonaykh = i tuoi costruttori, che consente a R. Eleazar di dire a nome di R. Hanina che i discepoli dei saggi accrescono la pace nel mondo.

Siamo tornati al concetto di "costruzione", che nel gergo psicoanalitico si applica alla (ri)costruzione ipotetica della vita del paziente, ovvero alla (ri)creazione dell'evoluzione della sua personalità e psico(pato)logia. Non solo i limiti della "comprensione" dello psicoanalista sono dettati dai limiti della sua "costruzione", ma questa "costruzione" è parte essenziale del lavoro di chiunque intenda tradurre o commentare un'opera letteraria.

Meghnagi ha qui espresso l'obiettivo della sua vita (livneh et ha-shalom bi-tvunah = costruirà la pace mediante la comprensione, riassumerei) mentre parlava di quello della vita di Freud. Realizzò Freud l'obiettivo?

Per Meghnagi, no; e penso che la seconda e a mio avviso meno interessante spiegazione del lapsus lo configuri come un feroce attacco al maestro.

Non subisce lapsus, ma è menzionato insieme con Yavneh, il nome Yochanan, che in ebraico significa "D-o ha fatto grazia"; ma Freud da giovane si identificava con Annibale, l'eroe semita che aveva più volte sconfitto Roma e, nell'immaginazione di Freud, avrebbe sconfitto poi la sua erede, la Chiesa Cattolica.

Annibale si dice in punico Channiba'al = Ba'al è la mia grazia, e quest'identificazione con Annibale ha dato il destro a uno psicoanalista junghiano ebreo (Gianfranco Tedeschi) per insultare Freud chiamandolo "adoratore di Ba'al".

L'identificazione di Freud (e Meghnagi) con Yochanan è possibile: la fine della simbiosi ebraico-ellenistica vide Yochanan ben Zaqqai portato fortunosamente fuori dalle mura di Gerusalemme; la fine della simbiosi ebraico-tedesca vide Freud portato fortunosamente da Vienna a Londra; la fine della simbiosi ebraico-araba vide Meghnagi portato via da Tripoli.

Ma... riuscì Freud a sostituire nella sua mitologia personale Ba'al con il nome divino? O, fuor di metafora, riuscì Freud a sostituire le fondamenta erratiche del suo edificio teorico con fondamenta salde? Di non esserci riuscito lo rimprovera esplicitamente Meghnagi.