A diversi anni dall'11 aprile 1987, data della scomparsa di Primo Levi, resta difficile comprendere il dramma della sua fine. È stato il peso dell'esperienza nel Lager e lo sforzo della memoria a distruggere la sua voglia di vivere, o si è trattato di un tragico incidente? Nonostante l'assenza di risposte certe, la sua voce continua a parlarci attraverso i suoi scritti.
Riguardo al suicidio vi si trovano considerazioni di segno opposto. Primo Levi se ne distanzia come da una soluzione disperata, da comprendere ma non da imitare, quando parla dei suicidi Jean Améry (capitolo "L'intellettuale ad Auschwitz" nel saggio "I sommersi e i salvati") nonché di Trakl e Celan (capitolo "Dello scrivere oscuro" nella raccolta "L'altrui mestiere"). Invece nel racconto "Verso occidente" (in "Vizio di forma"), che narra dei lemming, roditori che si dirigono in massa a morire annegati nel mare, affronta il dilemma del suicidio con coinvolgimento e partecipazione, tanto da far supporre che il problema in qualche modo lo tormentasse.
Neppure aiutano le testimonianze delle persone che lo hanno conosciuto. Alcuni amici molto vicini a lui affermano che negli ultimi tempi Primo Levi fosse terribilmente depresso, per cui il suicidio non li ha sorpresi. Altri invece pensano il contrario: lo scrittore Ferdinando Camon, per esempio, riferisce di aver ricevuto il giorno dopo la morte di Primo Levi una sua lettera ottimistica piena di progetti per il futuro. Rita Levi Montalcini, in un'intervista, dice di non credere assolutamente al suicidio. Lo scrittore Mario Rigoni Stern pensa invece che Primo Levi abbia sentito tutt'a un tratto l'imperioso richiamo "Wstawac", la sveglia del Lager che, per anni dopo la liberazione, ha perseguitato i suoi sonni.
La morte di Primo Levi continuerà dunque a farci riflettere e a porci problemi che dovremo rassegnarci a lasciare irrisolti, ma anche questo concorre a non farcelo mai dimenticare. D'altra parte, come si può dimenticare Primo Levi? Egli continua a vivere nei suoi scritti e la sua voce continua per fortuna a parlarci nonostante non ci sia più. Il modo migliore per ricordarlo è di mettere in rilievo cosa ha dato e, nonostante il tempo trascorso, continua a dare ai suoi lettori.
Egli ha voluto, in primo luogo, essere un testimone, una fonte di informazione sui Lager nazisti. Questo ha saputo farlo con efficacia e con una grande carica di umanità, senza aggredire il lettore buttandogli in faccia l'orrore, ma riferendo i fatti pacatamente, con precisione e onestà, astenendosi dall'emettere condanne ma deferendo il giudizio a chi ascolta la sua testimonianza.
Oggi, e non solo in Italia, è quasi inconcepibile riflettere sui Lager prescindendo da "Se questo è un uomo", che è uno dei più importanti libri sui campi di concentramento nazisti. In seguito, però, Primo Levi ha continuato ad approfondire la riflessione su tutti gli aspetti che riguardano i Lager e la società che li ha prodotti, e di riflesso sul comportamento umano. Egli ha voluto capire, e far capire, perché Auschwitz è stato possibile. Col suo lavoro non ha voluto limitarsi a offrire una precisa conoscenza di quanto è successo mezzo secolo fa in Europa, ma ha voluto soprattutto indurre il lettore a porsi degli interrogativi molto vitali che riguardano il presente e il futuro.
A questo scopo nel 1986, ossia un anno prima di morire, ha pubblicato "I sommersi e i salvati", un piccolo libro densissimo che scava fino in fondo nella realtà del Lager, affrontando tutti i "perché", analizzando i comportamenti di tutti i protagonisti, dai carnefici alle vittime con lucidità e con coraggio, senza divisioni manichee tra il bene e il male. Levi considera anche la vasta "zona grigia" costituita da chi, pur trovandosi nella categoria degli oppressi, si è conquistato un privilegio compromettendosi con gli oppressori. Chiarendo il fatto che un'oppressione violenta riesce purtroppo spesso a indurre la sua vittima a comportamenti regrediti, Levi coinvolge il lettore in prima persona spingendolo a chiedersi se lui stesso, posto in una situazione estrema, sarebbe capace di resistere all'abbrutimento e se possiede sufficiente forza interiore per non cedere alla lusinga di qualche privilegio. E in una situazione non estrema? Chi è sicuro che la risposta più tranquillizzante sia proprio quella vera?
Quando documenta la viltà a cui il terrore hitleriano aveva ridotto il popolo tedesco — che, quasi all'unanimità, di fronte alle spaventose atrocità commesse, ha preferito fingere di ignorare, scegliendo la via più prudente di tenere occhi, orecchi e soprattutto la bocca chiusi — costringe tutti noi a chiederci se oggi noi siamo sufficientemente armati moralmente per saperci opporre efficacemente al ripetersi di mostruosità come il nazismo, o ad altre mostruosità magari diverse.
Facendoci capire che la maggior parte dei colpevoli non erano dei mostri ma degli scialbi personaggi che si sono adattati al "vento che tirava" e hanno commesso i loro crimini con lo zelo del buon funzionario efficiente, Primo Levi ci pone il problema se questo tipo umano sia ora estinto o se invece vi sia il pericolo che alligni tra di noi. È importante riflettere su questi temi perché ci aiuta a maturare una coscienza. L'insegnamento di Primo Levi consiste innanzi tutto nell'esortazione alla responsabilità, al rigore morale, all'onestà intellettuale e al rifiuto di ogni autoinganno. Ci rende meno vulnerabili verso quanto il futuro potrebbe riservarci.
Per spiegare cosa rappresenta Primo Levi, si potrebbe ricordare una frase che si trova in un suo racconto (capitolo "Oro" ne "Il sistema periodico"), pronunciata da un cercatore d'oro della Val d'Aosta: — Ma non finisce mai. Ci torni quando vuoi, la notte dopo, o dopo un mese, secondo che ne hai volontà, e l'oro è ricresciuto —. Questa frase sembra fatta apposta per descrivere i suoi libri: sono come quell'inesauribile fiume; si possono leggere dieci volte e sempre vi si trova qualcosa di nuovo e di prezioso.