Siamo noi a scegliere la nostra strada o è la vita che sceglie noi? Riportiamo la traduzione pressoché integrale di un articolo dedicato alla figura di Gershom Scholem, il massimo studioso del misticismo ebraico, che analizza il suo distacco dalla Germania, l'approdo al Sionismo e la sua straordinaria ricerca intellettuale sulla Kabbalah.

Le mitiche passioni dell'eretico Gershom Scholem

Una mattina presto del febbraio 1917, Gerhard Scholem, un diciannovenne alto, con orecchie a sventola e perspicacemente amante della lettura, sedeva a colazione con i genitori nel loro confortevole appartamento di Berlino. Era un momento di crisi familiare. Gerhard, il più giovane di quattro figli, era il solo che ancora viveva a casa. Gli altri tre erano già sotto le armi per la guerra del Kaiser. Reinhold ed Erich erano convinti patrioti come loro padre; Reinhold, nel gergo della destra, andò oltre e venne a definirsi Deutschnationaler, un Tedesco Nazionalista. Werner, più grande di Gerhard di due anni, era una testa calda e di sinistra; più tardi divenne un impegnato comunista. Fu ferito a un piede in Serbia e fu ricoverato in un ospedale militare. Zoppicando, con indosso l'uniforme, abbandonò il letto e si unì a una dimostrazione pacifista. Fu arrestato ed accusato di tradimento.

Oltre ai pasticcini rifiutati, ancora un altro tipo di tradimento stava maturando. Gerhard dichiarò di essere un sionista e si stava apertamente preparando a emigrare in Palestina. Due anni prima, smascherato come l'autore di un volantino circolato ad opera di un gruppo sionista giovanile, fu espulso dalla scuola. Arthur Scholem, il capofamiglia di questa supponente ciurma (metà ammutinata), non poté nulla per Werner, che era detenuto dall'Esercito. Ma Gerhard era ancora vicino abbastanza per sentire la collera di suo padre, e Arthur Scholem ideò una punizione con prussiana metodicita'. Un uomo d'affari, si stava chiedendo, autoritario, mai compromesso, soprattutto pratico; presiedeva un'avviata tipografia e una famiglia e avrebbe potuto permettersi un cuoco e una cameriera. A Natale, c'era un albero minuziosamente decorato circondato da mucchi di regali. Quando Gerhard aveva quattordici anni, trovò sotto l'albero una cornice con il ritratto di Theodor Herzl. — Abbiamo scelto questa fotografia perché sei così interessato al sionismo — spiegò sua madre. — Da allora in poi — Scholem commentò decadi più tardi — per Natale uscivo di casa —.

Questo interesse, dal punto di vista di Arthur Scholem, crebbe eccessivo e irragionevole. Gerhard non solo si gettò nello studio dell'ebraico, ma stava penetrando, con l'identico zelo riservato alle letterature latina e tedesca, l'ampio universo del Talmud. Ogni elemento di questi antichi testi canonici lo attraeva: le loro preoccupazioni giurisprudenziali ed etiche, la vitalità, nella stessa misura, della loro razionale e fantasiosa introspezione; il loro famoso dialogico e spesso dissenziente discorso tra le generazioni. Il lavoro romantico di Martin Buber e la panoramica "Storia degli Ebrei" di Heinrich Graetz furono lo stimolo iniziale; egli proseguì cercando le teorie sioniste dell'epoca e qualsiasi cosa nella Judaica che un biblio-maniaco adolescente poteva permettersi setacciando i negozi di libri usati.

Questo fu veramente troppo per il vecchio Scholem, che, oltre tutto, scontò anche la veemente reazione del movimento anti-sionista degli ebrei tedeschi. La fede può essere tiepidamente ebraica, ma la fedeltà assoluta, l'indubitabile identità sociale e personale, era tedesca. Arthur Scholem si credeva ben integrato e accettato nella società. Nessuna meraviglia che — le discussioni a tavola nella nostra famiglia divennero sfide — come Scholem ironicamente puntualizzò in "Da Berlino a Gerusalemme", la sua concisa memoria del 1977. Ma da allora Gerhard si è trasformato in Gershom.

Quella mattina di febbraio del 1917, la famiglia a tavola era sommessamente tesa piuttosto che in sfida. Arthur Scholem aveva fatto i suoi preparativi; stava attendendo. Il campanello della porta suonò, annunciando l'arrivo di una raccomandata. Era stata scritta due notti prima, ed era indirizzata a Gerhard: — Ho deciso di toglierti ogni sostegno. Tieni presente quanto segue: hai tempo fino al 1° marzo per lasciare la mia casa; successivamente ti sarà vietato farvi ritorno senza il mio permesso. L'1 marzo trasferirò 100 marchi sul tuo conto cosicché non rimarrai senza mezzi. Non puoi aspettarti niente di più da me... Se finanzierò i tuoi ulteriori studi dopo la guerra dipende dai tuoi futuri comportamenti. Tuo padre, Arthur Scholem —.

Suo padre non avrebbe potuto comprendere un giovane uomo contrario ad una guerra patriottica. Aveva un prodigio nelle sue mani che lo sconcertava — un prodigio ribelle nel divorare Platone e Kant, raramente donato ai più alti matematici, ed era determinato ad aggiungere a questa ansia concettuale una fuori moda, imprevedibile ed oltremodo ostinata dedicazione alla storia e al pensiero ebraici. E, oltre queste perplessità, Arthur Scholem a stento riconosceva cosa Gerhard, sul punto di diventare Gershom (il nome di un figlio di Mosè), stava crucialmente ripudiando e avrebbe continuato a ripudiare per il resto della sua vita. A dispetto della conoscenza della cultura europea del più giovane Scholem, era proprio l'Europa, e la Germania in particolare, alla quale aveva intenzione di rinunciare. Ai suoi occhi, la lealtà di suo padre, l'amore spassionato per la Vaterland, che la maggior parte degli ebrei tedeschi sentivano pienamente, non erano altro che un auto-inganno, un'illusione.

Gli ebrei erano innamorati della Germania. A un amico ebreo che aveva professato "sconfinata adorazione per l'arte tedesca, Goethe, e il nostro contemporaneo Rudolf Borchardt", e che provocatoriamente aggiungeva "odio Martin Buber con tutto il mio cuore", il diciannovenne Scholem rispondeva con quella che lui chiamava "una tremenda intuizione" per il Giudaismo: — Confesso di non aver mai avuto una così piena relazione con qualsiasi altra cosa; ha assorbito la mia completa attenzione dal momento in cui ho cominciato a lavorare e a pensare con la mia testa (vale a dire dall'età di quattordici anni). Il confronto con la cultura tedesca che pone così tanti ebrei di fronte a un accorato dilemma non è mai stato un problema per me. Né l'assolutamente degiudeizzata atmosfera di casa mia può cambiare questo. Non ho mai trovato od intravisto valori la cui legittimità era radicata nell'essenza tedesca. Perfino il tedesco, che parlo, scompare per me completamente quando paragonato all'ebraico —.

A un altro corrispondente, pochi giorni prima, aveva annunciato: — Noi, gli ebrei, abbiamo avuto una relazione con l'Europa solo per la gravità che l'Europa ha esercitato su di noi in maniera distruttiva —. Entrambe queste asserzioni furono fatte da un letto dell'ospedale militare dove, raccontò, — i pesanti passi dell'antisemitismo colpiscono sempre la mia schiena —. Come i suoi fratelli più vecchi prima di lui, fu indotto al servizio militare; diversamente da Werner, non era stato ferito in battaglia. Piuttosto, stava nel reparto di malattie mentali, sofferente per un tipo di malattia nervosa — e poi ancora fu un'invenzione, "una macchinazione colossale", come la definì, a farlo espellere dall'esercito. In effetti, fu in parte l'uno ed in parte l'altro, e riuscirono a liberarlo. — Potrò lavorare ancora — gridò. — Non sprecherò la mia giovinezza in queste odiose circostanze, e posso celebrare il mio ventesimo compleanno indossando abiti civili —.

L'intervallo di tre mesi tra l'espulsione dalla casa paterna e il suo compito di coscritto nell'esercito risultò particolarmente fruttifero. Andò a vivere alla pensione Struck, in un quartiere privo di fascino di Berlino aggiungendosi a un gruppo di intellettuali ebrei che mantenevano fervide, ancorché contrastanti, opinioni sioniste. Tra i poliglotti e fieri letterati a pensione c'era un futuro presidente di Israele, e fu qui che Scholem si impegnò in una traduzione dallo yiddish (una lingua nuova per lui) di un saggio in memoria degli ebrei vittime di arabi riottosi in Palestina: la sua prima pubblicazione ordinaria. Durante questo stesso periodo, cominciò la sua durevole amicizia con lo scrittore ebreo S. J. Agnon, che sarebbe un giorno stato premiato con il Nobel per la letteratura, e le cui storie Scholem rese in un lucido tedesco.

Scholem ha già incontrato Walter Benjamin in un club di cultura ebraica per giovani — "una mente assolutamente originale", disse meravigliato. Aveva diciassette anni, Benjamin cinque di più. Non molto dopo, si incontrarono ancora come studenti universitari (nonostante l'espulsione di Scholem dalle superiori, gli fu permesso di diplomarsi e di accedere all'università). I due parlavano di fenomenologia e filologia, di socialismo e storiografia, di filosofia cinese e Baudelaire, Pindaro, Hölderlin; argomentavano su Brecht, Zola e il sionismo; erano reciprocamente immersi in Kafka. Questi stupefacenti scambi continuarono fino al suicidio di Benjamin, nel 1940, in volo dalla Germania. Scholem fu frequentemente il primo lettore della più recente opera di Benjamin, e Benjamin fu brevemente ispirato dall'esempio di Scholem nello studio dell'ebraico, sebbene non progredì molto oltre l'alfabeto. Entrambi questi straordinari giovani uomini erano colpiti dalla trascendente natura del linguaggio. Entrambi volevano ricreare la storia intellettuale — Benjamin con l'incertezza del suo genio oscillante da un argomento all'altro, Scholem con la certezza di sé, saltando con erudita ferocia al cuore dell'inavvicinabile calderone del misticismo ebraico.

Era inavvicinabile perché era al di fuori della corrente principale del Giudaismo, esclusa dal consenso rabbinico. Il Giudaismo canonico guardava sé stesso come dato oltre il razionalismo morale: ai codici di etica, incluso il primato della carità, e un coerente insieme di pratiche personali e societarie; alle illuminazioni del midrash, il fascino della tradizione etica. Ma le mitologie e i misteri esoterici erano esclusi. Lo Zohar era controvoglia ammesso per lo studio, ma solo nella maturità, per paura che abbagliasse gli studenti nell'irrazionalità. Per il Giudaismo canonico, una matura sobrietà era tutto o, perlomeno, un significativo ideale sociale. Scholem si accorse molto presto di qualcos'altro. Diversamente da Freud, che congedò la religione come un'illusione, Scholem più ambiziosamente credeva che fosse cruciale per la mente umana come il linguaggio stesso. A vent'anni scrisse a Escha Burchhardt: — La filologia è veramente una scienza segreta e la sola forma legittima di scienza storica che esiste finora. È la più grande conferma della mia opinione sull'importanza centrale della Tradizione, sebbene naturalmente in una nuova accezione —. Chiamò la sua idea la filosofia del linguaggio ebraico ed esclamò: — Oh, se solo queste cose un giorno fossero l'argomento di miei degni lavori! —.

Due anni dopo, era uno studente di dottorato che descriveva la sua dissertazione: — Una vasta, fondamentale, filologica e filosofica monografia su di uno dei primi testi cabalistici risalente al 1230... Niente che valga la pena di leggere che sia più lungo di quattro pagine è stato scritto su quest'argomento —. Il suo lavoro sul testo, "Sefer ha-Bahir", fu d'avanguardia. Nel quadro della storiografia convenzionale ebraica, segnò una rivoluzione. Scholem stava divulgando una tradizione nascosta al di sotto, e parallela, all'espressione religiosa ebraico-normativa. Sotto l'oceano di commenti interpretativi ne giace un altro oceano, ma in guisa esoterica e immaginativa. L'enciclopedica ricerca di Scholem lo portò attraverso i secoli; nessuno prima di lui ha mai sistematicamente ordinato e investigato la varietà del misticismo ebraico. La posizione del giudaismo classico era che Dio è inconoscibile. I cabalisti cercarono non solo di definire e caratterizzare la Divinità — attraverso un tipo di fisica cosmogonica spiritualizzata — ma di sperimentarla. La Kabbalah è stata evitata per le sue pretese di ascesa estatica al sublime nascosto; è stata disprezzata per la sua connessione con la religione popolare e la magia.

Scholem era determinato a scoprire la più elevata via della tradizione soppressa, in parte per completare e chiarificare la memoria storica, e in parte per dischiudere gli arcani e maestosi costrutti immaginari, essi stessi meraviglie dell'intelletto umano. Era un tipo di archeologia letteraria. Il suo strumento di ricerca principale era la filologia, lo studio dei testi e la loro origine. Scholem è stato paragonato a uno dei più grandi esegeti e codificatori della tradizione ebraica: Maimonide, il matematico e fisico del XII secolo, che lesse la Torah con occhio aristotelico. Ma Maimonide era un sostenitore del razionalismo. Scholem era in ricerca dell'opposto. Egli guardava alla teosofia, come manifestata nella Kabbalah: — Queste correnti religiose all'interno del Giudaismo — spiegò — che si sforzano di arrivare a una consapevolezza religiosa oltre l'apprendimento intellettuale, e che possono essere raggiunte tramite la ricerca dell'uomo in sé stesso con la contemplazione, e l'illuminazione interiore che risulta da questa contemplazione —.

Questa è una definizione generica, data la complessità delle molte generazioni e branche della Kabbalah (una parola che significa tradizione, letteralmente "cosa è ricevuto") nella sua lussureggiante fecondità dal primo millennio alla sua ultima espressione nel XVII secolo. I più influenti di tutti questi movimenti agirono in Safed, in Galilea, nel XVI secolo, quando una comunità di iniziati si strinse intorno al rabbino Isaac Luria e iniziò a comporre le stupefacenti opere che compongono quella che è chiamata la Lurianic Kabbalah. Non solo le idee lurianiche erano nuove, ma si espansero in una direzione originale sotto la pressione di uno dei momenti più catastrofici della storia ebraica: la persecuzione degli ebrei spagnoli da parte dell'Inquisizione e la loro espulsione dopo un'età d'oro di alta creatività. C'era già stato un altro esilio storico (la distruzione del II Tempio, nel 70 d.C., inaugurante la diaspora) e le sue conseguenze ebbero la loro eco nel simbolismo del cataclisma. All'inizio, la luminosa essenza di Dio soddisfaceva il pleroma, il fondamento del nulla onnipresente. Poi Dio si adoperò in un atto di tsimtsum, un'auto-limitazione, contraendosi per dare luogo alla Creazione. — Senza contrazione non c'è creazione, come tutto è Divinità — scrive Scholem. — Dunque, già in origine, la creazione è un tipo di esilio, nella parte in cui Dio si ritira dal centro della Sua essenza nei Suoi luoghi segreti —. Ma certe luci, o scintille, o brillanti emanazioni di Dio stillano al di fuori ciò nonostante. C'erano le Sefiroth, potenzialità o qualità di Dio, le dieci arterie vitali del Suo Essere. Possono essere elencate come Volontà Primordiale, Saggezza, Intuizione, Grazia, Giudizio, Compassione, Eternità, Splendore, Tutte le Forze Fruttifere, e, per ultimo, la Shekhinah, l'irradiazione nascosta della totalità della vita divina nascosta che risiede in ogni creatura esistente. Queste potenti illuminazioni divine si riversavano nei vasi del materiale del creato; troppo fragili per contenere queste magnitudini, si ruppero spargendo le scintille divine. Qualcuna rimase tra i cocci dei vasi disuniti e fu catturata, danneggiata e data all'oscurità. A causa di questa rottura, chiamata Shevirah, i processi ideali della Creazione sono stati ostacolati e, da allora, niente è stato al posto giusto; tutto è esilio. A Safed ebbe origine, finalmente, il concetto di tikkun, il reintegro di ciò che era frammentato, la correzione della confusione, il ritorno dell'armonia. In questo modo, i kabbalisti della Galilea, attraverso un mito cosmologico di esilio e redenzione, furono capaci di rilevare una disastrosa esperienza del popolo e di adombrare una visione di ristoro.

Può essere stato nei primi anni '40 che Scholem fu invitato a New York per tenere una conferenza sulla Kabbalah al Seminario di Teologia Ebraica. Fu presentato da Saul Lieberman, un'eminente guida nel Talmud, e con ciò un aderente al razionalismo ebraico. — Il nonsenso è il nonsenso — enunciò il professor Lieberman — ma la storia del nonsenso è conoscenza —. Se Scholem rispose a questa ora leggendaria massima non è conosciuto. Ma l'immensità e la passione della sua dottrina sottintendono che non incluse il simbolismo visionario tra gli artefatti del nonsenso.

Nel 1923, a 25 anni, Scholem emigrò in Palestina, come aveva promesso dieci anni prima. Si era laureato con lode, e avrebbe potuto facilmente ottenere un impiego nell'università tedesca. Al contrario, arrivò a Gerusalemme con 600 volumi di letteratura kabbalistica e nessuna prospettiva accademica. Ma c'era abbondanza di negozi di libri usati: Gerusalemme, annotava, "era satura di vecchi libri usati nella maniera in cui una sponda è satura d'acqua". Dal 1925, l'Università Ebraica di Gerusalemme fu istituita e molto presto Scholem divenne il suo primo professore di misticismo ebraico. Ora iniziò quel torrente di innovativa inchiesta storica e letteraria che velocemente lo contrassegnò come un luminare del XX secolo. Non era un uomo che penetrava un campo di conoscenza; lui stesso era un campo di conoscenza che penetrava il mondo. Scriveva in un ebraico che rivaleggiava con la sua madrelingua tedesca per qualità letteraria. Leggeva il greco, il latino, l'arabo e l'aramaico. "Principali Orientamenti del Misticismo Ebraico", un trattato composto principalmente in inglese e pubblicato per la prima volta nel 1941, è diventata l'opera introduttiva standard: la dedica è "alla memoria di Walter Benjamin, l'amico di una vita". L'opera maggiore di Scholem, "Sabbatai Sevi: il Messia Mistico", che comparve in edizione inglese nel 1973, è una completa storia della figura del messia del XVII secolo che risvegliò, tra le masse degli ebrei della diaspora, la speranza di un ritorno a Gerusalemme.

Tutto questo e altro ancora Scholem compì durante tempi di tumulti e violenze. In Germania, la crisi dell'inflazione galoppante del dopoguerra fu seguita dall'ascesa del Nazismo. Werner, il fratello di Scholem, fu arrestato di nuovo, sia come attivista comunista che come ebreo; fu infine ucciso a Buchenwald nel 1940. Nei tardi anni '30, la madre vedova di Scholem ed i suoi fratelli Reinhold ed Erich fuggirono in Australia. Durante gli stessi anni, la Palestina fu turbata da periodiche insurrezioni arabe. — Per i tre mesi scorsi, qui a Gerusalemme siamo vissuti in stato d'assedio — scrisse Scholem a Benjamin nell'agosto del 1936. — C'è una cifra considerevole di terrorismo... Pochi giorni fa uno dei miei colleghi che insegna letteratura araba è stato ucciso nel suo studio mentre leggeva la Bibbia... Nessuno sa se gli sarà gettata contro una bomba nel suo cammino o dietro l'angolo —. Nel giugno del 1939, disse ancora a Benjamin: — Viviamo nel terrore — e parlò della capitolazione degli inglesi nel segno della violenza. E nel 1948 ci fu un'immediata guerra quando i circostanti paesi arabi inviarono cinque armate d'invasione contro il neonato Stato Ebraico. Interi reparti di Gerusalemme vennero distrutte od invase. Prima della sua morte, nel 1982, aveva vissuto attraverso il terrore delle incursioni del 1956, la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e l'attacco dello Yom Kippur nel 1973. Scholem definì il suo sionismo metafisicamente e storicamente radicato piuttosto che politico. — Io non tocco il problema dello Stato — disse, definendosi anarchico. Ciononostante, si unì ai colleghi dell'Università Ebraica nella costituzione, nel 1925, di Brit Shalom (Conferenza per la Pace), un gruppo politico favorevole ad uno stato binazionale, che voleva includere arabi ed ebrei negli stessi termini. Ma la conferenza fallì. Scholem fu costretto a sopportare il caos intermittente esattamente come ipotizzato nelle teorie cabalistiche dell'esilio e redenzione.

Scrisse anche lettere. Suo padre morì alcuni mesi dopo che Scholem fu emigrato. Ma scrisse spesso a sua madre, che rispose abbondantemente. Scrisse ai suoi vecchi amici ancora in Germania, ai nuovi amici in America, ai suoi studenti, a Walter Benjamin, Theodor Adorno, Martin Buber, Hannah Arendt e tanti altri. L'edizione tedesca delle lettere occupa duemila pagine. Il recentemente pubblicato "Gershom Scholem: Una Vita nelle Lettere, 1914-1982" lo segue dalla sua febbricitante adolescenza fino alla somma autorità dei suoi ultimi anni. Nella loro inesauribile energia, le lettere mostrano un uomo esattamente dove avrebbe voluto essere, ed esattamente conscio del perché.

I suoi corrispondenti che stavano fuggendo dalla Germania non erano così sicuri. Scholem ripetutamente offrì rifugio a Benjamin; Benjamin vacillava in continuazione. All'esasperazione di Scholem, Benjamin stava considerando la possibilità di un'isola al largo della Spagna. — Gerusalemme offre più di Ibiza: prima di tutto, ci sono persone come noi, poi ci sono i libri... Ma ci sembra improbabile che tu potresti sentirti a tuo agio in una terra in cui tu non abbia avuto direttamente parte... Le sole persone che possono sopravvivere a tutte le difficoltà qui sono quelle pienamente devote a questa terra e al Giudaismo —. Benjamin, Scholem lo riconobbe molto dopo, rifiutava qualsiasi devozione. Fu Hannah Arendt che informò Scholem del suicidio di Benjamin.

Ma per Scholem il più autorevole cronista della crescente vessazione nazista degli ebrei fu Betty Scholem, la sua disperata madre. In un flusso di angosciate lettere da Berlino stava registrando settimana per settimana lo stringersi del cappio tedesco. — Non posso riassumere quello che sta succedendo — si doleva. — Sono completamente senza parole. Semplicemente non posso immaginare che non ci siano 10.000 o 1.000 retti cristiani che rifiutano di alzare la loro voce in protesta —. Nel marzo del 1933, parlando degli avvocati, insegnanti, fisici ebrei in fase di espulsione dalle loro professioni, scrisse: — È veramente un colpo di fortuna che sei fuori dalla via del male! Ora, improvvisamente, voglio vedere tutti in Palestina! Quando solo penso al clamore suscitato tra gli ebrei tedeschi quando il sionismo iniziò! Tuo padre e tuo nonno si battevano il petto e dicevano con assoluta convinzione: "Siamo tedeschi!". E ora ci dicono che non siamo tedeschi, dopo tutto! —.

A dispetto degli intervalli di relativa quiete, la popolazione ebraica di Palestina non era interamente al di fuori dalla via del male; ma il terrificante responso di sua madre riguardo il pericolo in Germania lasciò un'impronta amara. Scholem evitò di incontrare Heidegger perché Heidegger era stato un impassibile nazista. Era insofferente verso le tendenziose distorsioni della storia ebraica. Quando un editore gli chiese di recensire il libro di Arthur Koestler "La Tredicesima Tribù", la replica di Scholem fu sprezzante: — Sigmund Freud disse agli ebrei che la loro religione fu imposta dagli egiziani. Arthur Koestler vuole dare loro il resto dicendo loro che non sono neanche ebrei e che quei dannati askenaziti russi, rumeni e ungheresi non hanno neanche il diritto di reclamare Israele come loro patria... Non c'è altro che io possa aggiungere sull'erudizione di Koestler —.

Nel 1962, Scholem fu invitato a contribuire a un volume concepito come omaggio all'"indistruttibile dialogo ebraico-tedesco". Egli rispose con una tagliente polemica: — Non c'è dubbio che gli ebrei cercassero un dialogo con la Germania: ora chiedendo, ora implorando e supplicando; ora strisciando sulle loro mani e sulle ginocchia... Nessuno ha risposto a questo grido... I tedeschi, ora, riconoscono che ci fu un enorme quantità di creatività ebraica. Questo non cambia il fatto che non puoi avere un dialogo con i morti —.

Questa non fu la risposta più aspra di Scholem. Un anno più tardi, nel 1963, Hannah Arendt pubblicò "Eichmann in Gerusalemme: Rapporto sulla banalità del male". La confutazione di Scholem innescò una conflagrazione intellettuale. Arendt e Scholem furono calorosi corrispondenti per due decadi. Ma già nel 1946 una crepa si aprì nella loro amicizia. Arendt spedì a Scholem "Il sionismo riconsiderato", un saggio che lui liquidò come "manifestamente anti-sionista, accalorata versione del criticismo comunista". La accusò di attaccare gli ebrei di Palestina per il mantenimento di una separazione ultraterrena dal resto dell'umanità. Egli manifestò il suo credo, insieme personale e politico: — Sono un nazionalista e sono completamente impassibile alle denunce apparentemente "progressiste" di un punto di vista che le persone reiteratamente reputavano obsoleto... Sono un "settario" e non mi sono mai vergognato di esprimere pubblicamente la mia convinzione che il settarismo può offrirci qualcosa di decisivo e positivo... Non posso biasimare gli ebrei se ignorano le cosiddette teorie progressiste che nessun altro al mondo ha mai praticato... —.