Il dibattito sull'antisemitismo marxiano continua a far versare fiumi di inchiostro. Spesso, però, le opinioni a confronto mancano di una definizione rigorosa delle diverse forme che l'odio antiebraico ha assunto nel tempo, finendo per appiattire la complessa opera di Marx sulle vicende politiche del secolo successivo.
A me pare che detrattori e difensori ne mastichino poco di Marx. Ancor meno di storia dell'URSS e dei suoi rapporti con gli ebrei. Men che meno mi pare che le opinioni a confronto si pongano il problema della definizione dell'antisemitismo e delle forme che prende via via nel tempo. Così finiamo con citare l'Ungheria, Togliatti, Ingrao ecc. e, come volevasi dimostrare, dall'opera di Marx planiamo disinvoltamente cento anni dopo sugli editoriali dell'Unità.
Ho sempre la spiacevole sensazione che a nessuno gliene importi niente di Marx e della "Questione ebraica", ma molto di più di fare delle genealogie che giù giù da Marx arrivino sino a Rutelli per dimostrare un marchio di fabbrica antisemita nella sinistra passata, presente e futura. Dall'altro lato le risposte sono al solito abbastanza viete.
Se mi levassi dalla mente l'idea che Marx stimola solo perché parlando al passato si sparacchia meglio sul presente, mi verrebbe da dire due cose. Provo a dirle presumendo che tutti siano perfettamente in buona fede e al centro del discorso ci sia solo Marx e che Marx non serva ad altri scopi.
1) L'antisemitismo non esiste. Esistono gli antisemitismi. La complessità dell'odio contro gli ebrei è enorme. La polizia imperiale russa — la famigerata Okhrana — fabbrica i "Protocolli dei Savi di Sion" e favorisce i pogrom in Bessarabia. Stalin perseguita ferocemente gli ebrei all'interno di un progetto folle di ingegneria sociale. Su Hitler non mi pare ci sia molto da dire ancora. Comunque lo si giri, il totalitarismo (compreso il totalitarismo religioso) genera, a prescindere dalle sue radici e dai suoi progetti, odio nei confronti degli ebrei. Con raffinata perversione, il totalitarismo di qualsiasi colore genera antisemitismo anche in assenza di ebrei.
Mi ricordo di aver letto la storia di una ebrea tedesca comunista fuggita dalla Germania nazista e riparata a Mosca che, nel settembre 1939, viene restituita in "pacco dono" dai sovietici ai tedeschi. Cosicché, dopo essersi fatta undici anni di gulag perché "non affidabile" secondo le paranoie staliniane, si fece un soggiorno prolungato in un campo di concentramento nazista. La signora in questione si chiamava Margarete Buber Neumann. Scrisse due libri: Da Potsdam a Mosca e Prigioniera di Stalin e di Hitler. Ora io suggerirei: compratevi questi due libri e insieme, se vi avanza tempo, anche un bel libro di Rousso, Nazismo e Stalinismo. Poi magari riprendete la discussione.
2) Così facendo, secondo il mio modesto parere, si potrebbe apprezzare l'uguaglianza dei totalitarismi nell'odio contro gli ebrei e le differenze con le quali questi antisemitismi si estrinsecano. In modo tale da non cadere negli assiomi di moda che al campo nazista contrappongono il gulag e viceversa con un semplicismo che va bene rispettivamente per "Libero" e per il quotidiano di Rifondazione Comunista.
3) Posto che i totalitarismi sono uguali ma diversi nei loro esiti, si potrebbe cogliere la differenza tra "Stato razziale" nazista e "Stato ideologico" sovietico. Le differenze non sono di poco conto e coglierle non significa prendere una posizione becera, ma semplicemente capire un po' di più i termini della questione.
4) Tornando a Marx. L'ho già detto e lo ripeto: Marx scrive un libro di antisemitismo sociale. Con ciò intendo dire che Marx inquadra l'ebraismo nel più vasto mondo di elementi che congiurano a mantenere oppresso il proletariato. L'antisemitismo marxiano non è un tratto distintivo del marxismo, né ne è una componente essenziale. Marx ha una pluralità di obiettivi: religioni, strutture economiche, classi sociali. L'ebraismo per Marx è uno degli elementi che impediscono il fulgido sorgere del "sole dell'avvenire". Non il solo.
Dall'antisemitismo marxiano — in linea teorica — l'ebreo esce vivo se cessa di essere ebreo, se rinuncia alla sua identità sia essa religiosa che culturale. Sempre in linea teorica, nel momento in cui l'ebreo diventa ateo e lavora per il sorgere del comunismo, allora nella società marxiana c'è posto per l'ex-ebreo. Di fatto Marx chiede all'ebraismo un suicidio culturale e di identità collettivo. Se vogliamo, c'è una analogia lieve con l'antigiudaismo cristiano: convertiti e sarai integrato nell'ecclesia.
5) Il nazismo non prevede genocidi politici, culturali o religiosi. Non prevede neppure la possibilità di una conversione. L'ebreo che si converta, che creda o non creda, rimane ebreo e come tale va eliminato fisicamente. Punto.
6) La differenza sostanziale è tutta qui. C'è però un corollario. Dopo Marx il marxismo subisce delle elaborazioni che conducono a esiti differenti: per uno Stalin da un lato c'è un Kautsky dall'altro. C'è persino un Lenin che parla di antisemitismo come di una malattia infantile del marxismo. Il nazismo non ha nessuna elaborazione: prende l'antisemitismo ottocentesco, ci appiccica darwinismo sociale, teorie romantiche del Volk, eugenetica e igiene razziale e fa evolvere il tutto sino ad Auschwitz in modo assolutamente lineare.
7) Per quanto Stalin abbia stravolto il marxismo, è oramai chiaro che il gulag stalinista nasceva da fini differenti da qualsiasi ipotesi di genocidio. Non c'è stata una Shoah degli ebrei russi perpetrata dai sovietici. E se anche le pile di cadaveri si equivalgono numericamente, le basi ideologiche non cambiano. Sull'argomento farebbe bene leggersi Enzo Traverso, I totalitarismi. E magari riflettere sul fatto che Margarete esce viva dopo undici anni di gulag, mentre la media di sopravvivenza di un ebreo nei campi nazisti si contava in una manciata di mesi.
Non c'è un meglio o un peggio. Ci sono due cose diverse. Le differenze contano, alla fin fine.
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