Nel corso della magnifica serata sull'umorismo ebraico organizzata dal Pitigliani, abbiamo rivolto alcune domande a Moni Ovadia. Un'occasione per riflettere sulla formazione dell'artista, sul risuonare delle lingue dell'esilio e sulla funzione salvifica della risata ebraica.
— Iniziamo da Bereshit: cosa ti ha formato, in principio da piccolo e poi da giovane?
— Innanzitutto la condizione di venire da altrove, sentire lingue diverse in casa. E poi la strada, la periferia di Milano, stare tra la gente, in mezzo al popolo vero che oggi quasi non esiste più: ora tutto è una piccola borghesia indifferenziata e omologata dalla televisione, mentre prima esistevano i dialetti, gli emigranti. Ecco, il risuonare di quelle lingue è stato ciò che ha determinato la mia formazione e le mie scelte culturali e politiche.
— Una breve panoramica dalla tua prima attività a quella attuale.
— Io sono partito dalla musica tradizionale etnica, oggi si direbbe world music; il mio incontro con il mondo Yiddish è avvenuto molto presto, intorno ai 16 anni; poi c'è stato il periodo della "Nuova Compagnia di Canto Popolare", del "Canzoniere Italiano" e la stagione politica degli anni '70. Formai un gruppo con i fratelli Sasson suonando in ambiti della cultura di sinistra, ma sempre con qualche canzone in ebraico o in yiddish; poi fondammo la "Cooperativa d'Orchestra" insieme ad altri gruppi come gli Stormy Six, una stagione durata 10 anni in cui abbiamo prodotto dischi come Daloi Polizei, microslogan del movimento studentesco che faceva cantare migliaia di persone in yiddish.
— Adesso stai girando l'Italia con una serie di tuoi spettacoli, da Oylem Goylem a Cabaret Yiddish, da Ballata di fine millennio a Il caso Kafka: come ti spieghi tanto interesse per l'ebraismo oggi? E quanto hai dovuto snaturare le tue tematiche per renderle accessibili al grande pubblico?
— Credo che la cultura ebraica oggi venga recepita benissimo; forse sfuggono alcuni dettagli, ma l'emozione, gli umori, l'esilio, lo spaesamento, lo sradicamento, la precarietà che diventa forza, questo si capisce tutto, ed è il motivo di tanto interesse. Certo poi la moda è moda, e ci saranno sempre quelli che amano l'esotico perché devono avere un argomento da salotto: lo fanno con i pellerossa o con gli ebrei non cambia, ma chi se ne importa. Resta il fatto che questo secolo, tra Marx, Freud ed Einstein, ha avuto una forte centralità ebraica, e forse anche il mondo cattolico ha capito che gli ebrei rappresentano l'esperienza cristica più sconvolgente di tutta l'umanità: un intero popolo crocifisso.
— Dal teatro alla televisione: il tuo spettacolo in tv ha avuto un'audience di un milione di spettatori in prima serata; soddisfatto?
— Sì, perché ho avuto gli stessi numeri fatti dal Macbeth alla Scala con un battage pubblicitario 30 volte superiore al nostro; e poi un milione di persone vuol dire un potenziale di pubblico teatrale immenso.
— Raccontaci della tua fatica nel creare umorismo.
— Spesso mi sembra di attirare il dolore del mondo come un parafulmine: ho depressioni e smarrimenti che mi confermano come l'umorismo ebraico abbia poco a che spartire con lo stupidario televisivo del ridere continuamente e a tutti i costi. Quando il riso ridondante diventa squallore, mentre il riso contro se stessi non ha nulla a che vedere col carnefice che deride le vittime, ma dona la vertigine di chi si misura alla pari con D-o.
— Quando si ride del sovrannaturale?
— Quando l'urlo e la protesta contro la sordità divina non bastano.
— Si può ridere della Shoah?
— Ti faccio un esempio classico: in un lager l'ebreo cerca di afferrare una buccia di patata. Il nazista gli blocca la mano col tacco della scarpa, dicendo: — Ho un occhio di vetro: se indovini qual è puoi mangiare la buccia, altrimenti muori. — È il sinistro, risponde l'ebreo. — Come hai fatto?, chiede incuriosito il nazista. — Ha un barlume di umanità, replica l'ebreo.
— Cosa distingue l'umorismo ebraico da quello del resto del mondo?
— La risata ebraica si contrappone alla follia del mondo e diventa un elemento salvifico: l'anti-idolatria assoluta, la sintesi più radicale del pensiero ebraico. Il nazismo e la sua pagliaccesca banalità sono stati messi in piedi da una banda di miserabili: se c'è mai stato un "sotto-uomo", questo era il nazista; non c'era nulla di glorioso nel loro progetto del male: una banda di vigliacchi che uccidevano degli inermi; oppure generali che dirottavano i treni con le derrate alimentari come rubagalline. E quando qualcuno veniva preso, cosa diceva questo popolo di eroi? Una litania di "non sapevo", un piagnisteo di "eseguivo gli ordini". I più coraggiosi sono scappati come topi per andare a nascondersi tra i fascisti sudamericani. Ha ragione Magris quando dice che "...mentre le vittime sono i protagonisti della più grande tragedia dell'umanità, i carnefici sono personaggi da polpettone di quart'ordine e non possono condividere lo stesso palcoscenico...".
— Parliamo un po' dell'umorismo israeliano...
— La cosa più divertente è che prende spunto dalla situazione paradossale e deflagrante del vivere, ebrei con ebrei, tutti uno vicino all'altro. Ben Gurion rispose a Eisenhower, che si lamentava di dover governare 180 milioni di abitanti: — Allora facciamo cambio, e tu vieni a governare i miei 3 milioni di primi ministri.
Comunque in questo momento sono preoccupato per la pace, per l'identità degli ebrei costretti a essere i poliziotti di un altro popolo. Io agogno la pace, sono curioso di vedere cosa creeranno gli israeliani: purtroppo l'appiattimento sul problema della sicurezza ha impedito al genio ebraico in Israele di dare il meglio di sé in un paese unico, dove la modernità si incontra con la spiritualità. Un esempio: qualche tempo fa ero a Williamsburg, a New York, dove c'è una comunità di Hassidim. Apro una parentesi: personalmente sono disgustato dal fatto che il fanatismo pistolero di alcuni venga confuso con l'ultra-ortodossia ebraica; i Neturei Karta, nonostante i riccioli, sono di sinistra e amici dei palestinesi e il rabbino Meir Hirsch è stato il primo ad aver abbracciato Arafat appena insediatosi nei territori.
L'osservanza della Torah non deve portare da una parte o dall'altra, la Torah è molto più in alto di ogni pensiero politico. Ci sono Hassidim che la pensano in un modo e quelli che la pensano in un altro, ma una delle peggiori infamie è usare la Torah come strumento di lotta politica. Ognuno è libero di votare Netaniahu o laburista, ma non può prendere la Torah a sostegno: le Mizvoth sono per tutti gli uomini e devono portare solo all'osservanza delle Mizvoth. Chiusa parentesi. Torniamo alla modernità e alla tradizione: a New York ho visto un Hassid che parlava al cellulare e gli ho chiesto: — Non c'è contraddizione tra lei e il telefonino? Lui ha sorriso e ha risposto: — La Torah non lo vieta. Anche la segreteria telefonica e il videoregistratore aiutano a osservare lo Shabbath, e questa capacità di attraversare i tempi è una grande lezione per il futuro. Per questo sono tanto tifoso della pace.