Da Il Manifesto di due anni fa.

Sessant'anni fa il rastrellamento nel ghetto di Roma. La persecuzione degli ebrei in Italia e le complicità diffuse, tra chi sapeva quel che stava accadendo e chi non voleva vedere. Intervista allo storico Michele Sarfatti: la corresponsabilità del regime fascista nella Shoah fu piena.

Le leggi antiebraiche — promulgate dal Regno d'Italia presieduto da Benito Mussolini nel settembre del 1938 — costituiscono il sinistro preludio al rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. Approvati all'unanimità dalla Camera e a larghissima maggioranza dal Senato, i provvedimenti legislativi contro gli italiani di razza ebraica furono tutti controfirmati dal re Vittorio Emanuele III e pressoché nessuna protesta suscitarono in Vaticano. Ne parliamo con lo storico Michele Sarfatti, autore, tra l'altro, de Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi (Einaudi).

Professor Sarfatti, su chi cade la responsabilità della promulgazione delle leggi antiebraiche?
La legislazione fu voluta principalmente da Mussolini e dal regime fascista anche se venne poi firmata dallo stesso Vittorio Emanuele.

Nessun dissenso?
Forse qualcuno, ma presto tutti finirono per adeguarsi: rimasero fascisti e continuarono a fare la loro parte in un regime che — nel settembre del 1938 — era ormai diventato ufficialmente antisemita. Va detto, tuttavia, che negli anni Trenta l'antisemitismo in tutte le sue gradazioni era un sentimento, una convinzione alquanto diffusa in tutto il continente. E va anche detto che, in quegli anni, antisemitismo non era ancora sinonimo di Auschwitz.

Come reagì la Santa Sede?
Si limitò a protestare — attraverso un articolo di Pio XI comparso sull'Osservatore Romano — esclusivamente contro il divieto di matrimoni razzialmente misti, quelli cioè fra due cattolici uno dei quali classificato di razza ariana e l'altro classificato di razza ebraica. E il Vaticano ottenne che il regime non introducesse norme che punissero il concubinato razzialmente misto. Ma per tutto il resto non protestò né gridò allo scandalo. Né Pio XI né Pio XII dopo di lui.

Il duce, il re, il Vaticano. E gli italiani, come reagirono?
Gli italiani si divisero in tre gruppi: coloro che parteciparono con diversi ruoli alla persecuzione, coloro che vi si opposero e un terzo gruppo — assai più complicato — composto da quanti non capivano cosa effettivamente stesse accadendo e da quelli che non volevano capirlo. E c'era poi la zona grigia fatta di tante miniconnivenze e accettazioni, comportamenti che un tribunale non classificherebbe mai come vera e propria complicità e che — in molti casi — fu solo un ulteriore modo di piegare la schiena così che gli occhi non potessero vedere.

Del resto, un popolo non si presenta mai indistinto di fronte alle grandi vicende storiche e anche di fronte a questa gli italiani ebbero comportamenti differenziati. La cosa più ingiusta che potremmo fare noi oggi è dire che gli italiani non ebrei furono tutti buoni o tutti cattivi: in entrambi i casi offenderemmo gravemente coloro che si guardarono intorno e decisero — o sentirono — che quello che accadeva non era giusto. Quelli che — per quanto era nelle loro possibilità — si opposero.

Il presidente del consiglio Berlusconi ha di recente affermato che Mussolini non uccise nessuno. Il regime fascista fu o no corresponsabile della tragedia della Shoah?
La corresponsabilità ci fu e fu piena. Per comprenderlo basterebbe ricordare solo due episodi. Gli archivi del ministero degli esteri italiano risalenti al periodo della Repubblica di Salò contengono vari documenti di protesta indirizzati dal governo repubblichino al governatore tedesco in Italia in cui si accusa la polizia nazista di appropriarsi dei beni degli ebrei triestini. Ma in quei documenti non c'è traccia di protesta per il fatto che la polizia nazista si stava appropriando delle vite dei proprietari di quei beni.

Il secondo esempio riguarda Fossoli, il campo di transito nei pressi di Modena, il cui funzionamento si può tecnicamente definire a fisarmonica. A Fossoli, la polizia italiana trasferiva gli ebrei da essa stessa arrestati e poi, periodicamente, la polizia tedesca organizzava convogli per deportarli ad Auschwitz. Quando il campo era vuoto altri ebrei vi venivano trasferiti. Se non si fosse voluta la deportazione degli ebrei italiani sarebbe bastato cessare di trasferirli a Fossoli. E invece quel meccanismo funzionò perfettamente oliato sino a quando — agli inizi dell'agosto '44 — il campo venne trasferito a Bolzano sotto totale controllo nazista.

La persecuzione antiebraica italiana presenta delle caratteristiche peculiari?
Sì, fu una persecuzione diversa da quella praticata in altri paesi europei. Per esempio, in Italia la classificazione giuridica di ebreo basata sul razzismo biologico venne messa in atto molto presto: chi nasceva da due genitori e quattro nonni classificati di razza ebraica riceveva una classificazione automatica alla quale non poteva sfuggire. E questo anche se i due genitori erano battezzati. Questo modo di individuare e classificare gli ebrei venne introdotto nel '33 in Germania e nel '38 in Italia: altrove venne utilizzato solo a partire dal '40. Una sorta di orrida graduatoria nella quale avevamo guadagnato il secondo posto.

Un modo per adeguarsi alla Germania?
No, la decisione di introdurre una legislazione antiebraica costituì un'azione di politica interna e non estera autonoma; un'azione riconducibile — per buona parte — alla crescita dell'antiebraismo nel paese, nel gruppo dirigente e in Mussolini, anche se poi va detto che l'Italia fascista tardò a porsi sul piano della violenza estrema.

16 ottobre 1943. Quale memoria?
Il 16 ottobre del '43 molti ebrei trovarono rifugio e salvezza nelle case di non ebrei che ne hanno dato testimonianza. Ma quando parliamo di storia dobbiamo tener presente che gli ebrei che la porta di quelle case hanno trovata chiusa non sono più stati in grado di lasciarci testimonianza alcuna.

di IAIA VANTAGGIATO.