Andava ogni mattina al Caffè Stella Polare a Trieste, beveva il suo cappuccino, leggeva il Piccolo e poi proseguiva verso la scuola ebraica dove insegnava. Ormai non aveva più allievi, la scuola era chiusa e deserta, gli ebrei di Trieste erano nascosti ma lui, elegantissimo, vestito di lino bianco e panama in testa, così me lo ricorda una vecchia fotografia, continuava a illudersi che tutto fosse come prima.

Rifiutava di nascondersi mio zio Elio: "Non ho fatto niente" diceva "perché dovrebbero prendermi?".

Non aveva fatto niente, come niente avevano fatto tutti gli altri ebrei di Trieste, d'Italia, come niente avevano fatto gli ebrei d'Europa. I nazisti erano a Trieste e andavano di casa in casa a cercare gli ebrei "che non avevano fatto niente": erano ebrei semplicemente, il popolo che Hitler aveva deciso di sterminare.

"Il primo dovere del popolo tedesco è quello di annientare gli ebrei" gridava il Führer al suo biondo popolo acclamante.

Una spiata anonima. Zio Elio è seduto al Caffè Stella Polare di Trieste, due della Gestapo entrano e, senza esitare, vanno dritti verso di lui: "Elio Mordo?" "Sì".

I suoi genitori erano scappati da Corfù durante il grande pogrom, erano arrivati a Trieste, città cosmopolita dove si respirava aria di cultura e libertà. Erano arrivati pieni di speranze e di figli, continuando la fuga dei loro genitori, dei nonni, degli avi erranti di paese in paese, sempre in fuga. Dalla Spagna alla Grecia passando per la Calabria e poi ancora verso Trieste, città della Speranza.

A Trieste non sarebbe successo, ne erano certi: Trieste era una città speciale, vi si parlavano tutte le lingue, era il punto d'incontro di popoli e culture. "Elio Mordo?" "Sì", e non può scappare da nessuna parte. Dove scappare? La città che aveva accolto la sua famiglia si era chiusa sopra di lui: niente più cultura, niente più libertà, solo terrore, disperazione e la Risiera di San Sabba.

Zio Elio incomincia il suo viaggio. Corfù è lontana nella memoria, anche il mare di Trieste non c’è più, i suoi libri saranno stati bruciati; la sua vita ormai è dentro i vagoni bestiame che lo portano verso l'inferno di Auschwitz, il centro del Male dell'umanità.

Chissà quali pensieri avranno attraversato la sua mente. Non poteva sapere che a Babi Yar avevano ammazzato in due giorni 40.000 ebrei come lui. Come poteva immaginare lui, piccolo ebreo triestino, che l'Europa sprofondava in una putredine intellettuale che avrebbe fatto del Novecento il secolo maledetto.

Il suo carro bestiame si fermò all'entrata di Auschwitz, i suoi occhi forse avranno letto il benvenuto: "Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi. Lo avranno portato insieme ad altri, inutilizzabili come lui, vecchi, donne e bambini verso le camere a gas. Saranno entrati nudi e storditi, incapaci ormai di pensare. Qualcuno avrà chiuso ermeticamente la porta, forse zio Elio lo avrà guardato, e poi, dalle docce, il gas.

Deborah Fait