Dal volume "Roma ebraica" di Geller (ed. fuori commercio, Viella srl) riporto la prima pagina e mezza del saggio sulle origini della presenza israelitica nell'Urbe.

— Sono trascorsi venti secoli e della Roma imperiale non rimangono che poche ruine, e degli Dei immortali che qualche immagine vaga; di gloria, di potenza, di ricchezze innumerevoli altro non resta che una pallida rimembranza. Passarono, senza lasciar quasi traccia, patrizi, plebei, consoli, imperatori, signori del mondo e i figli degli ebrei, schiavi di Pompeo e di Tito, resistono ancora. Intorno a sé hanno visto disfarsi in polvere l'antica Repubblica Romana e la monarchia dei Cesari e di Bisanzio, e le conquiste dei barbari, e l'anarchia medioevale e il dominio dei Papi; essi hanno sopravvissuto. Da quindici secoli è caduto il superbo simulacro di Giove Capitolino, che sembrava dovesse essere eterno, ma presso il Campidoglio è rimasto immobile e immutato il culto ebraico. — [1]

È trascorso circa un secolo da quando queste parole furono scritte, un secolo denso di avvenimenti, funestato da più guerre e portante il marchio obbrobrioso della più infamante persecuzione di tutti i tempi ed ancora — come nel passato — gli ebrei continuano a vivere a Roma, dove essi giunsero nel II secolo prima dell'e.v., percorrendo probabilmente la via Appia per presentarsi al Senato Romano portatori di quella ambasceria, che in nome di Giuda Maccabeo sollecitava, ottenendole, l'amicizia e la protezione di Roma.

Probabilmente sull'Appia transitarono anche gli ebrei delle susseguenti ambascerie del 151 e del 139 prima dell'e.v. e in seguito gli ebrei prigionieri di Pompeo Magno, conquistatore della Palestina e quelli di Tito, distruttore di Gerusalemme.

Era l'anno 70 dell'era volgare e il trionfo di Tito segnava la fine della nazione giudaica. Gli ebrei, che da due secoli e mezzo stanziavano nell'Urbe, videro con sgomento i loro fratelli in catene sfilare dietro i sacri arredi — il candelabro a sette braccia, la mensa aurea e le trombe usate dai Leviti — bottino di guerra asportato dai conquistatori romani dal Tempio ridotto a un ammasso di rovine e da Vespasiano destinati a essere depositati nel tempio della Pace, fatto da lui costruire dopo la vittoria di suo figlio Tito sulla Giudea e considerato il più grande museo della Roma Imperiale.

Nel famoso trionfo precedevano il carro di Tito anche i capi della strenua resistenza di Gerusalemme, Jochanan di Ghiscala e Scimon bar Ghiora, il quale, dopo essere stato torturato, fu decapitato nell'orrido carcere Mamertino.

Un'immane catastrofe si era abbattuta sugli ebrei in Palestina, ma se il crollo di Gerusalemme aveva dato inizio all'era della desolazione, era pur vero che gli ebrei dispersi erano consci che la loro fede e la loro forza morale non erano state schiacciate dai muri in rovina né erano andate distrutte fra le macerie fumanti del Tempio.

[1] Natali, E. "Il ghetto di Roma", 1887