L'integrazione è un punto dolente ancora oggi, e lo è stato naturalmente nei tempi passati. Questo contributo mira a favorire una presa di coscienza della realtà storica dell'ebraismo italiano tra l'Ottocento e il Novecento, inserendosi nel soggetto generale "La comunità e i rabbini". Il passato non è modificabile, ma sappiamo che non è facile conoscerlo: basti pensare ai negatori della Shoah.
Sul tema dell'integrazione o dell'assimilazione si è scritto moltissimo, specialmente dopo l'emancipazione del 1861. Tuttavia, la letteratura storica ha spesso privilegiato la "storia alta": espressioni culturali, scelte ideologiche e personaggi illustri. Propongo qui un taglio di lettura sulla realtà sociale più "bassa", integrativo alle tematiche culturali, per esaminare il processo di integrazione attraverso la realtà socio-economica.
L'integrazione prima dell'Emancipazione
L'assimilazione in Italia precede l'era napoleonica. Non è solo un fatto culturale: come scriveva Arnaldo Momigliano, quando furono abbattuti i cancelli dei ghetti, il processo di formazione di una coscienza nazionale italiana negli ebrei era già essenzialmente compiuto. Già nel tardo Medioevo esisteva un interscambio sociale fortissimo. Basti pensare alla disseminazione nel territorio toscano (Montepulciano, Chiusi, il Chianti) attraverso la cosiddetta "casa dell'ebreo": insediamenti minuscoli, legati strettamente alla società cristiana circostante.
Il mito del Ghetto come parentesi
Sembra emergere che il trend di fondo dell'ebraismo italiano sia la disseminazione, rispetto alla quale l'epoca dei ghetti (istituita tra il 1570 e il 1571) rappresenti quasi una parentesi. Già nel 1650, molti ebrei vivevano fuori dai ghetti grazie a continue esenzioni, distribuendosi in località come Pistoia, Massa o Carrara. Questo contatto quotidiano portò a fenomeni di conversione significativi: tra il 1814 e il 1841 si registrano circa 200 casi nella sola Toscana, un indicatore che non può essere liquidato come "episodico".
La struttura sociale: la base della piramide
L'ebraismo dell'Ancien Régime era una piramide sociale con una base larga di "miserabili" (privi di patrimonio). Un tema poco studiato è quello della servitù ebrea. Tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento vi fu una vera importazione di servitori (specialmente donne) dalla Germania e dall'Austria verso le case ebree facoltose di Livorno. L'Emancipazione offrì a questi strati sociali meno abbienti nuove prospettive di libertà, ma anche una maggiore attrazione verso il mondo esterno e il matrimonio misto.
Secolarizzazione e sopravvivenza
Nell'Ottocento, alla crisi delle conversioni si aggiunse il problema dell'agnosticismo. Gli ebrei non diventavano necessariamente cristiani, ma diventavano laici. È un trend comune a tutta la società: non è una crisi peculiare dell'ebraismo, ma una crisi di tutte le fedi religiose di fronte al materialismo e all'illuminismo.
La domanda corretta non è perché ci sia stato un isterilimento, ma come abbia fatto questo ebraismo, fragile numericamente, a sopravvivere. Se il fattore religioso non sembra essere stato l'unico collante, credo che l'elemento decisivo sia stata la rete delle relazioni di parentela. L'identità si è mantenuta finché il singolo ha fatto riferimento a questa grande rete matrimoniale e finanziaria, un sistema analogo a quello della nobiltà.
Chi si riconosce ancora oggi in un punto qualsiasi di questa rete si autoconsidera ebreo, al di là dell'osservanza rituale. Queste idee vanno interpretate come una proposta di discussione storiografica.
(Trascrizione di un intervento di Michele Luzzati)