L'integrazione è un punto dolente ancora oggi, e lo è stato naturalmente nei tempi passati. Questo contributo mira a favorire una presa di coscienza della realtà storica dell'ebraismo italiano contemporaneo.

Il contemporaneo va inteso '800, '900 e per di più siamo inseriti nel soggetto generale la comunità e i rabbini. Credo dunque che il mio contributo debba andare nella direzione di un aiuto e una presa di coscienza da parte di tutti della realtà storica dell'ebraismo italiano. Naturalmente le divisione interpretative si ripetono qui come per ogni altra cosa. Certo, tutto può essere modificato nella vita dell'uomo, salvo che il passato. Sembrerebbe facile trattare il passato, ma sappiamo che non è facile conoscere nemmeno il passato: basta pensare ai negatori della Shoah.

Il passato non è modificabile, ma non è nemmeno comprensibile con esattezza. Si avanzano delle proposte di comprensione, e qui se ne sentirà una e sarò lieto evidentemente se qualcuno porterà elementi per metterla in discussione. Vorrei però che fosse chiaro che non voglio portare elementi a favore di una o l'altra ipotesi che valga per l'oggi. Qualunque sia questa realtà storica, essa non vincola per il presente o per il futuro, perché da qualsiasi momento si può completamente voltare pagina.

Parlo dunque da storico e non da polemista. Sul tema dell'integrazione o, come si diceva fino a qualche tempo fa, dell'assimilazione, si è scritto già moltissimo così come moltissimo si è scritto sulla storia dell'ebraismo italiano dopo la seconda emancipazione del 1861. Vi è tutta una serie di autori che hanno pubblicato interventi di grande rilievo, e li cito, scusandomi se dimentico qualcuno: Roberto Cavalion, David Bidussa, Mario Toscano, Bruno Di Porto, Luciano Allegra, Angelo Ara, Giorgina Arian Levi, Roberto Buonfiglio, Enzo Canepa, Renzo De Felice, Gadi Luzzato, Artiglio Mirante. Una citazione alla rinfusa per sottolineare la presenza di tutta questa letteratura.

Però, mi sembra che in tutta questa letteratura storica, sia stata privilegiata la storia alta, cioè la storia della espressioni culturali, delle scelte ideologiche religiose e dei personaggi che si sono distinti, quelli che si dice hanno fatto onore all'ebraismo. Invece, ho l'impressione che non vi sia abbastanza studiata la realtà più bassa. Cioè, si è lavorato scarsamente su altri temi forse meno nobili. Quindi, vorrei proporre un taglio di lettura sui livelli più bassi, avvertendo che questo taglio di lettura non è sostitutivo delle tematiche culturali ma è integrativo. Per studiare questo processo di integrazione e di assimilazione, occorre, credo, andare a esaminare la realtà sociale dell'ebraismo italiano. In questo, credo di parlare, più da storico della società italiana che non da storico dell'ebraismo.

L'integrazione, o l'assimilazione, in Italia viene da molto lontano; precede la prima emancipazione, quella dell'era napoleonica, addirittura. E non si tratta soltanto di un fatto culturale. Si è scritto che la seconda emancipazione del regno d'Italia costituisce la fase conclusiva di un lungo processo di avviamento e di adeguamenti degli ebrei al mondo circostante perché l'ebraismo italiano poteva vantare una solida tradizione di apertura alla cultura secolare. E qui è d'obbligo la citazione di un noto passo di Arnaldo Momigliano che è stato poi ripreso da Gramsci. Scrive Momigliano: la storia degli ebrei di qualsiasi città italiana è essenzialmente la storia della formazione della loro coscienza nazionale italiana e questa formazione è posteriore alla formazione della coscienza nazionale italiana in genere in modo che gli ebrei si sarebbero venuti a inserire in una coscienza nazionale italiana già precostituita. Quando furono abbattuti i cancelli dei ghetti, questo processo era nelle sue linee essenziali già compiuto.

Gli ebrei già sentivano di far parte della nazione italiana, e, d'altra parte, gli uomini politici del risorgimento dimostrarono anch'essi di capire che il momento essenziale della costituzione della mentalità nazionale italiana era la parificazione degli ebrei agli altri cittadini. Così, Momigliano, facendo riferimento grossomodo a uno sviluppo che si sarebbe effettuato fra la fine del '700 e l'inizio dell'800. Ma attenzione: si può tornare ancora più indietro, soprattutto se non si fa riferimento soltanto alla cultura.

È un fatto che questo interscambio sociale risale già agli ultimi secoli del medioevo. Per quanto possa apparire paradossale, questa stessa Chianciano dove siamo è stata sede di un seppur minuscolo insediamento ebraico. Sono state sedi di insediamento ebraico moltissime località circostanti: Montepulciano, Chiusi e via di seguito fino a poi tutta la zona del monte Amiata. Però, evidentemente si trattava di insediamenti minuscoli che si possono definire con riferimento alla cosiddetta casa dell'ebreo. Il che implica che non si trattasse di comunità. Stiamo parlando di comunità e di rabbini ed è ovviamente pressoché impossibile pensare a rabbini là dove non ci sia una comunità a meno che non si trattasse di pochissimi casi in cui una famiglia di banchieri e di imprenditori molto ricchi si poteva permettere in casa il rabbino precettore.

Questi insediamenti così minuscoli sono forzatamente, per tutte le loro necessità, strettamente legati a una società circostante che è, in Italia, una società cristiana. Qui, l'interrelazione con i cristiani è sempre stata fortissima, e questo vale per la Toscana e vale per moltissime aree italiane, con forse, per quest'epoca, la sola eccezione di Roma. Data l'epoca, non si hanno molti matrimoni misti, però il problema per misurare questo cedere, diciamo così, alla società circostante, è la verifica del numero delle conversioni.

Questo numero delle conversioni è molto alto anche perché questa situazione del tardo medioevo con queste case dell'ebreo dove viveva il banchiere, è una situazione che si riverifica ben presto, per lo meno in Toscana, nel Seicento e nell'età leopoldina. Sembra emergere sempre più chiaramente che il vero disegno della storia dell'ebraismo italiano non sia una situazione di relativa libertà nel territorio, seguita dalla lunga epoca dei ghetti e poi, soltanto con l'emancipazione, il ritorno alla libertà di circolazione degli ebrei, chiamiamola così; sembra piuttosto che l'età dei ghetti sia una piccola parentesi rispetto a un'abitudine degli ebrei italiani di disseminarsi nel territorio che è il trend di fondo, il trend più lungo. Prendendo sempre esempio dalla Toscana, a un certo punto, nel 1570-71 si fanno i ghetti di Firenze e di Siena, ma da lì a vent'anni si consentono degli insediamenti liberi a Pisa e a Livorno senza ghetto.

E già intorno al 1650, questi ghetti di Siena e di Firenze servono apparentemente soltanto per la popolazione più povera, perché, attraverso un'esenzione dopo l'altra, gli ebrei vivono a volte a Firenze fuori dal ghetto, ma soprattutto cominciano a distribuirsi di nuovo nel territorio. Li troviamo a Pistoia, li troviamo a Massa, li troviamo a Carrara. Li troviamo in tante piccolissime località, posso citare per esempio Radda in Chianti, località dove noi non penseremmo mai di trovare degli ebrei.

È proprio attraverso questa disseminazione nel territorio, attraverso questo contatto così continuo, quotidiano, con il mondo cristiano che si hanno questi fenomeni di conversione. Abbiamo dei dati per il periodo dal 1814 al 1841 raccolti da Roberto Salvadori e siamo intorno ai 200 casi di conversione in un periodo molto ristretto. Naturalmente non si vuol fare l'elogio di queste conversioni, si dice quali sono, per lo storico, gli indicatori di certe situazioni. Quando abbiamo un numero di questo genere, non possiamo dire che sono casi isolati, cose che possono capitare nelle migliori famiglie. Il problema è cercare di capire che cosa significhi questo trend, se proprio si vogliono vedere le cose per quello che sono. Quindi direi che questo interscambio con il mondo cristiano risale a molto tempo prima dell'emancipazione.

Da qui non è lecito dedurre immediatamente che l'osservanza dei precetti non fosse perfetta. Non è lecito perché non abbiamo nessun elemento positivo che ci dica se gli ebrei erano molto o poco rispettosi del sabato o della kasherut. C'è tuttavia più di un sospetto che fosse rispettata la forma più che la sostanza. Quanto meno c'è, e in questo ebraismo italiano la tradizione di un relativo lassismo affonda le sue radici molto lontano nel passato. Però, bisogna tenere presente che quello italiano è un ebraismo particolarissimo, perché numericamente molto ridotto e molto frastagliato nel territorio. Con pochissime eccezioni poi, il ghetto è in controtendenza con questo fenomeno di interscambio, ma, a mio avviso, il ghetto è un episodio che forse si può ritenere come una parentesi.

Il secondo punto sul quale voglio soffermarmi è quello della struttura sociale dell'ebraismo italiano, ma sempre in questa chiave di prendere atto di determinate realtà storiche, che sono discutibili come tutte le realtà storiche, ma vanno affrontate, documenti alla mano. Non c'è dubbio che i gruppi ebraici possono essere tranquillamente rappresentati, come tutti i gruppi dell'ancien régime, come una piramide, cioè una piramide sociale. C'è un vertice molto ristretto di persone che sono ricchi, che stanno bene e via via si allarga verso il basso fino a trovare una base molto larga di persone che Victor Hugo al suo tempo citò come miserabili, che non vuol dire persone in condizioni disperate, ma persone praticamente prive di sostanza, di patrimoni. Fra i molti studi di demografia italiana che sono stati fatti, si è studiata la demografia delle famiglie, si sono studiate le nascite, però, anche per la scarsità delle fonti, poco si è studiata la composizione sociale, socio-economica dell'ebraismo italiano.

Non si può parlare in generale e allora prendiamo un caso particolare, il problema della servitù. La servitù è uno dei grandi temi attualmente all'attenzione della storia sociale italiana. Nel già citato elenco delle conversioni del Salvadori, noi notiamo che i servi sono il 10% di questi ebrei convertiti, percentuale che sale al 30% nel caso delle professioni espresse, perché non di tutti i convertiti si sa la professione. Ma nel 30% dei casi, con professione espressa, si tratta di servitori, di servitori ebrei con delle caratteristiche a volte particolari. Ad esempio, fra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, c'è stata una vera e propria importazione di servitori dalla Germania, soprattutto dalla Baviera e dall'Austria.

A parte queste conversioni in cui si indica che la tale viene dalla Baviera, la tale viene da questa o quell'altra località, questo è testimoniato dal poeta livornese Ascoli, di cui è stato recentemente recuperato un rarissimo libro di poesia, stampato in sole 24 copie: in uno di questi canti di questo livornese si fa proprio l'elogio di queste donne che i padri, disperati per la miseria in cui vivevano, decidevano di mandare in Italia a servire nelle case ebree, sapendo delle grandi ricchezze che c'erano a Livorno. C'erano dei sensali, dei mediatori che operavano proprio questa importazione di servitù che era, ripeto, servitù ashkenazita. Il tema della domestica ebrea nelle case è un tema su cui è abbastanza interessante riflettere. Possiamo fare una citazione letteraria. Nel Gioco dei regni di Clara Sereni, in questa famiglia Pontecorvo-Ascarelli si vedono due domestiche. C'è la domestica cristiana, quella portata da Pisa, e c'è la domestica ebrea con una caratterizzazione molto fine di questo personaggio.

Andando indietro, noi vediamo assolutamente normale questa situazione della domestica ebrea in una casa ebrea. Voglio citare una cosa capitata quasi casualmente. Da una recente tesi fatta all'istituto europeo di Firenze, sulla posizione della donna nella società ebraica italiana dopo l'emancipazione, nello statuto del pio istituto dell'asilo e dell'educazione delle fanciulle israelite, istituito a Padova nel 1856, è scritto: lo scopo è quello di allevare buone madri di famiglia fra le fanciulle, ebree naturalmente, prive di beni e di fortune, avvezzarle per tempo al lavoro e farle maestre, istitutrici e cameriere. Scopo fondamentale di questo pio istituto era quello di formare personale di servizio.

A questi servitori e, in genere, a tutti gli scontenti, l'emancipazione ha offerto, improvvisamente, nuove prospettive di vita. Ha offerto una sorta di libertà. Naturalmente, si parla di persone probabilmente di scarsa cultura, dove si situava quel tanto di analfabetismo che rimaneva nella società ebraica. Direi che per queste persone era quasi inevitabile l'attrazione del mondo circostante; per le donne poi l'attrazione del matrimonio era troppo forte. E qui c'è un altro tema che si potrebbe affrontare e che risale molto indietro nel tempo come caratteristica dell'ebraismo italiano: il matrimonio con un altro poteva essere realizzato soltanto su notevoli distanze. Ci sono naturalmente eccezioni per situazioni come quella di Roma, ma per le comunità più piccole, fin dalla fine del '400 è documentata l'esistenza di sensali che girano l'Italia e che vanno a cercare le mogli adatte per una determinata persona. Ho l'impressione, anche se non ho precise documentazioni, che questi sensali esistessero ancora nell'Ottocento e nel Novecento, che questo reticolo di informazioni, io ho parlato di sensali per domestiche, esistesse anche per quanto riguarda i matrimoni.

Una delle possibili soluzioni avrebbe potuto essere quella di attivare questi sensali per i matrimoni delle persone con minore capacità economica, ma ciò non è accaduto. Non voglio farne la radice di tante conversioni, ma racconti famigliari fanno pensare proprio che queste fughe si siano verificate proprio negli strati inferiori della popolazione. Qui, le comunità ebraiche probabilmente non hanno saputo rispondere in maniera adeguata a questo pericolo; hanno risposto con le pure e semplici associazioni caritatevoli, hanno dato soldi per le doti ma senza andare ad affrontare alla radice il problema. È un discorso naturalmente che andrebbe allargato ad altri gruppi sociali.

Qui mi sono limitato a provare a sondare quello che viene fuori esaminando il gruppo di servitori. Terzo aspetto che, a mio avviso, è stato scarsamente considerato in questo esame della società ebraica di fine Ottocento e inizio Novecento è quello della generale secolarizzazione e laicizzazione della società circostante, anche cristiana, e non soltanto cristiana. E qui, in questo spirito di secolarizzazione, si risale anche molto indietro, si risale per lo meno fino al marranesimo. Abbiamo testimonianza di qualcuno a Venezia che in ghetto portava la berretta gialla e quando usciva portava la berretta nera perché, come oriundo portoghese, poteva comparire sia come ebreo sia come cristiano.

E non è solo una questione di berretta, ma è anche una questione di testa che sta sotto la berretta. Abbiamo colto l'impressione, e c'è qualche testimonianza in questa direzione, che qualche cristiano iberico, già cristiano da due o tre generazioni, ma con la consapevolezza della sua discendenza ebraica, sia tornato all'ebraismo, ma ormai con una tale carica di incredulità rispetto alla religione da rimanere in una posizione assai ambigua.

È il grosso tema della nascita dell'incredulità nel mondo moderno. Su questo si aggiunge ben presto l'illuminismo. Siamo ormai in pieno Ottocento e basta pensare alla diffusione delle idee materialistiche, basta fare il nome di Leopardi. Non c'è granché da stupirsi se già nella prima metà dell'Ottocento, ancora una volta prima dell'emancipazione, abbiamo degli ebrei che sono distaccati non solo dall'ortodossia ma proprio dalla fede. È un processo generale della società e quindi non c'è da levare la mantella, come se ci fossero delle responsabilità precise all'interno del gruppo ebraico. Io direi che a questo punto gli ebrei non diventano più cristiani, ma diventano agnostici, cioè, al problema delle conversioni si aggiunge il problema del distacco dalla fede. Io direi anzi che, a parità di cultura, (perché anche questo è sempre un discorso da fare, cioè da non prendere mai i blocchi di popolazione soltanto come numeri ma di considerare la cultura specifica all'interno dei blocchi), sia percentualmente molto più alto il numero dei cristiani che abbandonano la religione di quello degli ebrei.

Non possiamo chiamare crisi peculiare dell'ebraismo una crisi che è di tutte le fedi religiose, che è di tutta la società. Possiamo soltanto dire che neppure gli ebrei si sottraggono a un trend comune di fronte a tante concause, quelle storiche, quelle culturali, quelle sociali, quelle economiche, quelle politiche, quelle demografiche, e tutto va in questa direzione del distacco dalla tradizione, tendenti ad annullare un ebraismo che era già fragile numericamente e religiosamente come quello italiano, la domanda corretta non è come sia stato possibile un tale isterilimento dello spirito ebraico. Al contrario, la domanda più ottimistica è come ha potuto sopravvivere questo ebraismo, dove ha trovato le risorse per sopravvivere. Il che ci rimanda ancora una volta alla domanda in che cosa sia consistito questo ebraismo italiano, anche dopo la dissoluzione in quanto gruppo forzatamente chiuso.

Erano evidentemente i cristiani che non solo con il ghetto ma con tutte le interdizioni tenevano compatto questo gruppo. Saltano queste interdizioni e questo gruppo in certo modo tira fuori tutte le tensioni che aveva all'interno ed esplode. Erano talmente tante le ragioni dell'esplosione, a mio avviso, che è quasi miracoloso che non ci sia stata una vera e propria dissoluzione o diminuzione totale, come l'ha chiamata Primo Levi. Allora, dove stanno le ragioni della sopravvivenza. Non credo che le ragioni della sopravvivenza stiano nel fattore religioso, e qui ricordo un brano di Buonfiglio che si lamentava perché c'era stata una riduzione della diversità ebraica nel campo religioso. Comunque, se si chiedeva a una persona in che cosa consisteva il suo ebraismo, questa persona rispondeva che era un fatto religioso. Anche andando a intervistare le persone oggi, si avrebbe la stessa risposta.

Ma perché?

Perché la grande paura è che la gente dica siete una razza, e quindi si rifugia nel fatto religioso. In realtà, non mi sembra che il fattore religioso sia il collante vero di questo variegato ebraismo italiano.

Per esempio, pare che in Israele, il collante che tiene insieme gli ebrei non sia il fatto religioso, o perlomeno, non il collante decisivo. Io credo che dobbiamo cercare di identificare qual è l'elemento decisivo e qui si va per tentativi. Io chiudo proponendo una traccia che è piuttosto sociologica. Noi sappiamo che lo sport nazionale ebraico è stato la caccia ai cognomi e alle parentele. Due ebrei che si incontrano cominciano a raccontarsi le rispettive famiglie per trovare a un certo punto l'anello che li unisce. Se noi pensiamo al medioevo e alla prima età moderna, verifichiamo proprio questo: ciò che caratterizza l'unitarietà degli ebrei italiani è il fatto che sono tutti collegati per vie matrimoniali o attraverso gli investimenti finanziari nei banchi reciproci.

Uno dei possibili punti di riferimento è quello della rete delle relazioni di parentela, come fosse una grande rete che alla fine finisce per raggruppare realmente tutti gli ebrei italiani. La crisi interviene esattamente nel momento in cui una persona non fa più riferimento nella sua vita a quella rete di relazioni familiari, ma o per conversione o per altre ragioni, fa riferimento a un'altra rete di relazioni familiari. Anche qui in tempi recenti è stato molto ripreso il discorso della funzione della donna nella società ebraica in quanto è proprio colei che trasmette l'ebraismo. Credo che vada un po' attenuata questa posizione: cioè non sempre la donna è educatrice.

Abbiamo delle grandi figure femminili, naturalmente, ma il fatto è che la donna è l'anello essenziale di questo larghissimo sistema parentale. Mi viene in mente una sola analogia possibile di questo sistema, quello con la struttura della nobiltà. Anche dopo che le è stata tolta una certa funzione all'interno degli stati, la nobiltà sopravvive. Qual è la base della sopravvivenza della nobiltà? Il singolo ha determinati antenati, si sente parte di un gruppo perché è un nobile. La nobiltà funziona perché è tutta basata sul gioco di relazioni parentali.

Chi si riconosce in un punto qualsiasi di questa grande rete di relazioni, e questo è un discorso che vale per l'Italia, oggi si autoconsidera a mio avviso ebreo, con una grande variabilità di posizioni rispetto all'adesione alla tradizione religiosa, all'ortodossia. Alcune di queste idee potranno essere ritenute provocatorie, ma vanno interpretate come una proposta di discussione.