Anche Petralia Sottana (PA) fu centro di insediamento ebraico al pari di molte altre antiche città siciliane, fino alla drammatica espulsione del 1492. Una prima ricognizione sulle testimonianze di quella presenza in questo articolo, apparso sul periodico locale "Il Petrino".
Può certamente dirsi che un tratto costante della storia della Sicilia è quello di aver costituito un naturale luogo d'incontro fra popoli e culture diverse. Gli ebrei, nella loro dispersione per il mondo, hanno conosciuto e abitato tanti paesi. Eppure pochi "incontri" furono così felici come quello fra la nostra isola e il popolo d'Israele: millecinquecento anni di vita ebraica in Sicilia hanno lasciato segni importanti nella cultura e nella memoria dei siciliani e degli ebrei stessi.
Una convivenza felice drammaticamente interrottasi con l'editto di espulsione del 1492, quando i sovrani spagnoli, desiderosi di impossessarsi dei patrimoni degli ebrei e pressati dall'intolleranza della Chiesa Cattolica (guidata in Spagna dal famigerato inquisitore Torquemada), imposero agli ebrei del loro regno, Sicilia compresa, di scegliere tra l'esilio o la conversione al cattolicesimo accompagnata da pesanti discriminazioni giuridiche e patrimoniali.
L'espulsione fu fatta precedere da una breve ma violentissima campagna di odio contro gli ebrei — ironia della sorte, anche nel 1938 il governo fascista preparò il campo alle sue leggi razziali con una feroce operazione di diffamazione anti-ebraica — che condusse gran parte degli ebrei siciliani a partire verso altre terre (Roma, Grecia, paesi arabi); i pur non pochi che accettarono di convertirsi furono denominati "marranos" cioè maiali, il che lascia comprendere quale fosse la loro condizione e la considerazione in cui fossero tenuti, nonostante molti di essi avessero conquistato posizioni sociali di prestigio.
Anche Petralia Sottana fu centro d'insediamento israelitico al pari di quasi tutte le più antiche città siciliane. Purtroppo il tempo e, probabilmente, anche la perfida azione di chi aveva necessità di creare l'oblio, hanno cancellato gran parte delle testimonianze di quella presenza. Non abbiamo infatti, come invece per centri anche vicini come Polizzi o Geraci, una gran mole di documenti d'archivio né specifiche sopravvivenze archeologiche, né troviamo menzione di Petralia nei più importanti testi sulla storia dell'ebraismo siciliano.
Nondimeno possiamo ribadire che una presenza ebraica certamente ha segnato un periodo storico della vita della nostra comunità, grazie ai pochi ma interessantissimi indizi pervenutici. Beniamino de Tudela, grandissimo viaggiatore e letterato ebreo del XII secolo, nel descrivere la Sicilia cita Petralia assieme a Siracusa, Marsala, Catania, Trapani e Messina come una delle più importanti città siciliane. In effetti la cosa lascia un po' sorpresi a un primo esame, tanto che c'è chi, come l'Asher, vorrebbe che l'indicazione riguardasse una qualche altra località altrimenti ignota. Ma se, come giustamente sostiene Adler, si mette in collegamento quanto detto da Beniamino de Tudela con gli scritti di altri geografi e cronisti del tempo (Adler menziona su tutti Edrisi), si comprende che, in effetti e al di là di ogni enfasi, il ruolo di Petralia nella vita della Sicilia del tempo doveva essere notevole.
Si può facilmente supporre che, se Beniamino de Tudela parla di Petralia, vi è probabilmente passato (ospitato, come era d'uso al tempo, dalla locale comunità ebraica) o ha comunque avuto notizie sulla città e quasi certamente da fonti ebraiche locali. Inoltre, se è vero che il paese aveva l'importanza che gli viene attribuita, è logico e consequenziale pensare che una comunità ebraica vi si fosse insediata.
Ma la menzione di Beniamino de Tudela non avrebbe particolare importanza, se non filologica, qualora non fosse suffragata da altri due elementi: il "Libro rosso" del 1713 e la documentazione sull'intensa attività dell'Inquisizione contro petralesi cripto-giudaizzanti. Nel "Libro rosso dei privilegi dell'Università di Petralia Sottana", datato 1713 e conservato presso l'Archivio di Stato di Termini Imerese, vi è infatti citata nell'indice del volume una pagina dedicata a "Quannu si nni ieru li judei di Pitralia". Purtroppo la pagina è stata strappata da mani ignote — non è difficile né malizioso pensare che fossero le stesse mani di quell'Inquisizione che, nel momento in cui vedeva tramontare il suo potere, voleva cancellare le tracce dei suoi crimini.
Una prima, importantissima e come sempre puntuale, ricognizione sui processi imbastiti dall'Inquisizione contro i "marranos" petralesi e madoniti, l'ha compiuta Francesco Figlia nel suo volume "Presenze religiose sulle Madonie", seppure, come riconosce peraltro l'autore stesso, c'è ancora parecchio da trovare e studiare. È peraltro ipotizzabile che gli ebrei petralesi fossero dotati di una qualche struttura comunitaria considerando il periodo storico e la tradizione israelitica (che, ad esempio, impone che per la preghiera collettiva sia necessaria la presenza di almeno dieci ebrei maschi adulti).
È poco credibile, di converso, che questi ebrei, avuto riguardo allo stato delle comunicazioni di allora e perfino al diverso regime giuridico cui erano sottoposte le due città, si appoggiassero alla fiorente comunità polizzana per le necessità religiose e civili come la preghiera del Sabato o, per le donne, il miqwah (il bagno rituale) o anche solo per avere il consiglio di un rabbino (che allora faceva anche da medico, giurista e via dicendo). E dovevano anche disporre di appositi locali per il culto e le esigenze comunitarie, se non addirittura di un proprio quartiere ("judecca").
A livello di mera ipotesi si può affermare che gli ebrei abitassero la zona compresa fra la "Cunzuria" fino all'attuale Chiesa di S. Maria la Fontana; quest'ultima, verosimilmente, doveva essere la "meschita" (termine utilizzato per indicare promiscuamente moschee e sinagoghe). La stessa denominazione "Cunzuria" rimanda a un'attività artigianale, quella conciaria, che era praticata spesso dagli ebrei, al pari dell'attività tintoria, la cui esistenza a Petralia è confermata dai documenti che attestano la tassazione di tale industria da parte del governo angioino.
Fuori dal campo delle testimonianze documentali, ma che non per questo assumono minor valore storico, vanno ricordati alcuni indizi presenti nella cultura popolare: da numerosi "ngiurii" e/o cognomi a qualche sopravvivenza gastronomica, fino al vero grande lascito che gli ebrei hanno affidato alla Sicilia: la vocazione alla tolleranza e al rispetto delle diversità. In attesa che gli studi vadano avanti e offrano un quadro più chiaro della storia passata, non dimentichiamo quel lascito per il presente e per il futuro.
Shalom!
Marco Mascellino