Se è vero che Raul Hilberg sostiene che le tre politiche antiebraiche che si sono succedute in Europa durante l'era cristiana (conversione, espulsione, estinzione) siano state l'una l'evoluzione dell'altra, e che i nazisti non abbiano costruito la loro politica sul vuoto, è anche vero che Hilberg afferma:

Applicando l'insieme delle leggi canoniche, il regime pontificio del ghetto di Roma ne mostrava gli effetti cumulativi. Inoltre, la politica della Chiesa non si tradusse soltanto in decreti ecclesiastici. Per più di un millennio, anche lo Stato impresse forza di legge alla volontà della Chiesa; le decisioni dei Sinodi e dei Concili vennero a costituire il fondamento dell'azione secolare. Ogni Stato medievale riprese le formulazioni canoniche e ne sviluppò minuziosamente le conseguenze per la vita civile.

In tal modo, venne elaborato uno "Statuto internazionale degli Ebrei durante il Medioevo", che fu perfezionato fino al XVIII secolo. Nella Tabella I/2 (qui riassunta concettualmente) si può leggere una sintesi dei complementi apportati dai governi alla legislazione cattolica, fino alla versione nazista.

Questi furono alcuni dei precedenti che la macchina burocratica nazista ereditò. Certamente, nel 1933 non tutte le lezioni del passato erano vive nel ricordo. L'oblio aveva colpito particolarmente alcuni insegnamenti, come quello di diffidare delle sommosse spontanee. Nel 1406 lo Stato asburgico aveva sperato di trarre vantaggio dalle violenze nel quartiere ebraico di Vienna: in realtà, i cristiani furono maggiormente danneggiati poiché i beni nei banchi dei pegni, ridotti in cenere, appartenevano agli stessi cristiani che scatenavano il pogrom. Questo fatto fu dimenticato nel novembre 1938 (la "Notte dei Cristalli"), quando gli agitatori nazisti colpirono i commercianti ebrei, danneggiando indirettamente le compagnie di assicurazione tedesche.

Hilberg sottolinea però un punto di rottura fondamentale: i precedenti amministrativi creati dalla Chiesa e dallo Stato erano rimasti incompleti. La strada della distruzione, tracciata nei secoli passati, si interrompeva a metà percorso; le politiche di conversione ed espulsione attribuivano limiti invalicabili alla burocrazia. Soltanto la rimozione di quegli ostacoli morali e religiosi consentì alla macchina nazista di raggiungere il massimo delle potenzialità. In dodici anni, il regime di Hitler si macchiò di un crimine infinitamente più grave di quello che la Chiesa aveva potuto compiere in dodici secoli.

Per superare gli ostacoli psicologici e morali (il dovere cristiano di scegliere il bene), il criminale deve coprire la vittima con un "mantello di infamia", rappresentandola come una cosa che deve essere distrutta. I nazisti non dovettero inventare nulla: l'immagine esisteva già. Quando Hitler parlava degli ebrei, ridava vita a un atteggiamento medievale, risvegliando un'antica ostilità. Hilberg riconduce i tratti essenziali di questo disegno a Martin Lutero e al suo libro "Degli Ebrei e delle loro menzogne".

Dalle riflessioni su Hilberg e sulle tesi di Ian Kershaw ("Hitler e l'enigma del consenso"), emergono tre considerazioni:

  1. Discontinuità: Sebbene vi sia un'evoluzione, la tradizione non è stata ininterrotta; i nazisti dovettero "riscoprire" antiche verità e commisero errori economici già visti nel Medioevo.
  2. Qualità del male: L'antisemitismo nazista era di qualità diversa, con fini di sterminio fisico totale che la Chiesa non aveva mai teorizzato.
  3. Radici geografiche: La propaganda hitleriana attecchì più facilmente nelle regioni a maggioranza protestante del Nord e dell'Est della Germania che non nel Sud cattolico, suggerendo che l'influenza luterana sia stata determinante.

Resta il problema della vergogna storica: il fatto che persecuzioni passate abbiano fornito il "linguaggio" e lo "statuto" per un massacro moderno. Molti, convinti che il nazismo fosse solo una replica di fenomeni medievali sopportabili, non ne percepirono la micidiale novità, con le conseguenze tragiche che oggi conosciamo.