Qualche giorno fa mi sono trovata a parlare con una mia conoscente, che ha perso i genitori in un lager nazista, del ruolo di "specchio" che il popolo ebraico ha avuto, tragicamente, all'interno della storia umana.
È noto che ognuno di noi tende ad assumere un ruolo specifico nella dinamica di gruppo. Leader, aiutante, persona affascinante, ribelle... ogni ruolo ha un'ombra: dittatore, manipolatore, seduttore, clown. C'è un ruolo molto misterioso: quello dello specchio. È tagliato su misura per gli outsider e la sua ombra è il capro espiatorio.
Il gruppo proietta, specchiandosi, su un certo individuo i suoi lati belli e i suoi lati brutti. Come può proteggersi e dare un contributo positivo al gruppo un essere umano che si trova a portare questo ruolo? Se consapevole, cercherà di essere sincero, di dire la verità, in modo da permettere al gruppo di ritirare le proiezioni e confrontarsi, maturando, con la propria realtà. Ma non è per nulla facile: in generale i gruppi preferiscono scaricare su di un capro espiatorio i propri lati difficili, piuttosto che confrontarcisi. A questo punto, che può fare allora la persona-specchio per evitare di diventare un capro espiatorio? Solo una cosa: lasciare il gruppo sperando che il processo di maturazione avvenga in maniera autonoma prima o poi.
Ma come mai, ci siamo dette io e la mia conoscente, proprio il popolo ebraico ha assunto un ruolo del genere? Beh, sicuramente non avendo per tanto tempo una terra, si è trovato nella condizione di outsider. E ci saranno anche altri elementi, che però non siamo riuscite a individuare. E poi dove si specchia il popolo ebraico? Non può che specchiarsi in se stesso, per scoprire oggi un'immagine variegata, piena di luci e ombre, molto contraddittoria.
Lavorandoci sopra può maturare e stimolare gli altri popoli a fare lo stesso. Orfani di questo specchio così utile, saranno costretti a guardarsi dentro. Venivamo da una serata di festa per la fondazione dello Stato d'Israele e da un vivace dibattito sull'Israele di oggi.