Si aggiravano, i capi di Stato e i dignitari del mondo, con aria un po' imbarazzata per le sale del Museo Yad Vashem, celebrando, attraverso il nostro ricordo, la loro vergogna.

I grandi del mondo, con il segretario dell'ONU Kofi Annan in testa, sono venuti a Gerusalemme per l'inaugurazione del nuovo Museo della Shoah. Si tratta di una galleria di 180 metri, sospesa come una lancia e incastonata nella montagna sopra Gerusalemme, ideata dal celebre architetto israeliano Moshe Safdie:

"Per non rovinare il panorama di Gerusalemme ho voluto tagliare la montagna e costruire dentro di essa il Museo".

Una ferita nella montagna, una ferita al cuore di Israele, una ferita che durerà fino alla fine del mondo. I capi di Stato e i ministri di quegli stessi Paesi che avevano dato la caccia agli ebrei solo 60 anni fa guardavano, ascoltavano e leggevano; si fermavano davanti ai vagoni e alzavano gli occhi per guardare la Sala dei Nomi: una cupola coperta di volti, i volti delle vittime che si riflettevano in uno specchio d'acqua.

"Ogni uomo ha un nome", ha scritto la poetessa Zelda Mishkovsky. Tutti, le vittime e i carnefici, hanno un nome e nei computer del Museo se ne possono leggere già più di tre milioni.

La cerimonia e l'Inno della Speranza
Al termine della visita, tutti i dignitari del mondo hanno ascoltato in piedi e a capo scoperto l'Inno Nazionale di Israele, la HaTikvah (La Speranza). È una testimonianza potente vedere i rappresentanti di nazioni che spesso negano il diritto di Israele a esistere onorare l'Inno Nazionale Ebraico mentre scorrono le immagini dei campi della morte e del milione e mezzo di bambini ebrei uccisi.

Il monito di Elie Wiesel
"La Shoah non è stata la bestialità degli uomini contro altri uomini. No, la Shoah è stata la bestialità dell'uomo contro gli ebrei. Gli ebrei non sono stati uccisi perché erano esseri umani. Agli occhi dei loro assassini essi non erano umani ma ebrei". Così ha detto Elie Wiesel con fatica, quasi in un sussurro.

Ogni ruga di quel volto è un urlo di disperazione del bambino che era ad Auschwitz, testimone della morte della madre e delle sorelle, e di quel momento in cui, davanti a tre bambini impiccati, sentì una voce chiedere "Dov'è Dio?" e un'altra rispondere piano "Dio è morto".

Mai più
Due ore intense di dolore urlato attraverso filmati e testimonianze. "Mai più" hanno ripetuto il Presidente Katzav, Ariel Sharon ed Elie Wiesel. Alla fine della cerimonia, le note di Yerushalaim shel Zahav (Gerusalemme d'oro) hanno accompagnato l'immagine bellissima della fine della galleria: da buia e dolorosa ferita nel cuore della montagna, il percorso si apre improvvisamente alla luce e al panorama della Gerusalemme moderna.

Questa è l'unica grande e miracolosa risposta alla Shoah: Gerusalemme, Israele, il Sionismo.

Deborah Fait