Le notizie qui riportate provengono da diverse voci dell'Encyclopaedia Judaica e dalla voce "Ebrei in Sardegna" della Grande Enciclopedia della Sardegna (Newton Compton/Edizioni della Torre 2002 - ISBN 88-8289-748-6) curata da Francesco Floris, oltre che da ulteriori approfondimenti bibliografici.

La prima attestazione di ebrei in Sardegna data dalla notizia, riportata da Tacito, Svetonio, Dione Cassio e Giuseppe Flavio, che quattromila ebrei vi erano stati deportati nel 19 e.v. per ordine di Seiano, ministro di Tiberio, a seguito della frode che Fulvia, moglie del senatore Saturnino e convertita all'ebraismo, aveva subito da un correligionario. Questi si era impegnato a portare, insieme con altri tre ebrei, i suoi doni in oro e porpora al Tempio di Gerusalemme, ma non lo fece mai; la donna truffata convinse il marito a interessare l'imperatore Tiberio.

L'arrivo di quegli ebrei in Sardegna è commemorato dal monumento che Elio Moncelsi ha realizzato a La Caletta, frazione di Siniscola (Nuoro). È probabile che siano stati proprio costoro a insegnare ai sardi a chiamare il venerdì chenapura (in logudorese) o cenbara (in campidanese): Sant'Agostino ci informa che gli ebrei, quando parlavano in latino, chiamavano la vigilia di una festa o del sabato "coena pura" (quella che nel greco dei Vangeli è detta paraskeue, cioè "preparazione").

Il logudorese non avrebbe fossilizzato una pronuncia con la "c" dura se il vocabolo non fosse stato molto antico, e si ritiene che gli ebrei portati in Sardegna fossero in buona parte di origine africana. Si sono inoltre trovate iscrizioni ebraiche in Sardegna, specialmente a Sant'Antioco, ove si trova anche una catacomba ebraica di epoca romana; si suppone che la condizione degli ebrei nell'isola fosse simile a quella dei loro correligionari di tutto l'Impero, ovvero di relativa tranquillità fino a quando il Cristianesimo non divenne religione di Stato.

Nel IV secolo e.v. era possibile individuare nuclei ebraici a Caralis, Sulci e Tharros; nel 599 e.v. un ebreo convertito di nome Pietro entrò nella sinagoga di Cagliari la domenica di Pasqua insieme con una marmaglia e profanò il luogo deponendo ai piedi dell'Aron ha-Qodesh la sua veste battesimale, un crocifisso e un'immagine della Vergine. L'episodio è noto dalla corrispondenza di Papa Gregorio Magno, il quale ordinò che i cristiani riparassero a questo gesto.

Un grande poeta liturgico ebreo fu Eleazar ha-Kallir; poiché della sua vita si sa pochissimo, si è supposto che il suo cognome indicasse un'origine cagliaritana, sebbene molte città del Mediterraneo ne rivendichino i natali. Da allora fino al 1326, quando l'isola divenne dominio aragonese, la condizione ebraica fu abbastanza buona, salvo alcuni tumulti a Oristano e nel Giudicato di Arborea che portarono a espulsioni temporanee.

Già nel XIII secolo mercanti ebrei provenienti da Barcellona e da Pisa frequentavano regolarmente Cagliari e Iglesias; nel 1271 fu fondato a Cagliari il quartiere di Castello e la presenza ebraica divenne più stabile. Durante il primo secolo di dominio aragonese gli ebrei godettero di esenzioni reali; Cagliari, Sassari e Alghero ebbero comunità importanti:

  • Cagliari: La comunità si sviluppò in Castello attorno all'antica via della Fontana. La sinagoga sorgeva dove oggi si trova la basilica di Santa Croce. Molti erano mercanti, tessitori, fabbri o medici.
  • Sassari: Si sviluppò dopo il 1340 nel quartiere di San Nicola, con una quarantina di famiglie integrate nel tessuto urbano.
  • Alghero: Contava circa 700 unità alla fine del XV secolo. Gli ebrei risiedevano presso la torre della Maddalena (dove era la sinagoga) e i bastioni di Santa Barbara. La famiglia Carcassona ricoprì uffici nell'amministrazione reale.
  • Iglesias: Comunità organizzata legata all'attività mineraria e alla zecca, regolata dal Breve di Villa di Chiesa.

Nel 1423 Vidal de Santa Pau finanziò la ricostruzione delle mura di Alghero, dove tuttora si trova la "Torre de l'Hebreu". Tuttavia, dal 1430 la situazione peggiorò: fu imposto lo sciamanno (segno distintivo), furono vietati i gioielli e imposte calzature nere. Nel luglio 1492 l'editto di espulsione dei Re Cattolici impose l'esilio: molti si stabilirono nel Regno di Napoli, in Nordafrica o in Turchia (a Istanbul è ancora diffuso il cognome "Sardaigna"). La sinagoga di Cagliari fu convertita nella Chiesa della Santa Croce.

Dopo lo Statuto Albertino del 1848 alcuni ebrei tornarono a stabilirsi nell'isola senza però creare comunità stabili. Tra le personalità del XX secolo si ricordano Giuseppe Levi (neuroanatomista a Sassari), Emanuele Pugliese (comandante militare) e Doro Levi (archeologo e soprintendente a Cagliari).

Fonte e approfondimenti: Mauro Perani, "Gli ebrei in Sardegna".