Trascrizione di un intervento seminariale

Una precisazione, poi vado subito all'argomento, che il tema non l'ho scelto io, ma l'ho accettato perché mi pareva di avere qualcosa da dire di cattivo che forse è necessario dire. Poi ci si parla tutti molto chiaramente, molto giusto, molto bello, e quindi tutte le cattiverie, le provocazioni devono venire fuori subito.

Io comincerei subito a eliminare una parte dell'interrogativo, la parte che riguarda il nuovo, la parola nuovo. Trascuro completamente la parola post-sionista perché è messo molto in discussione. Non so se si può parlare di post-sionismo in quanto lo stato d'Israele esiste già e quindi non c'è più rapporto con la metinah haderech che c'era prima con lo stato in fieri, lasciamo stare. Non è questo il nostro tema.

Invece, il punto interrogativo reale è sul nuovo. E voglio spiegarmi bene. Se qualcuno di voi va a guardare i documenti relativi alla comunità di Roma nei primi mesi dopo la liberazione, trova un episodio che è ben riferito in una polemica accesa che c'è stata in quel tempo sul settimanale Israel. Partecipe della polemica Giorgio Piperno z"l e che tratta del fatto che un gruppo di soldati israeliani accolti come liberatori, addirittura venerati per il Magen David che avevano sulle spalline.

Accolti come portatori come un miracolo vero e proprio. Mettiamoci anche nei panni di chi usciva da un periodo inaugurato col 16 ottobre, che avevano dato tanto per rifare scuola ebraica, per aiutare anche la comunità di Roma, ecc. Vengono davanti a Bet HaKnesset di sabato, tutti contenti di parlare con gli ebrei di Roma e per prima cosa si accendono le sigarette. E questo è stato un primo, grosso choc di coloro che vedevano un messaggio arrivare dalla nuova società israeliana, quella che era vista come la premessa di riscatto, della gheulah, che si comportavano in una maniera che, almeno pubblicamente, almeno davanti al Bet HaKnesset, gli assimilatissimi ebrei italiani non avrebbero fatto. Almeno non in quella maniera, e di più si sentivano quasi derisi e quasi stimolati a dire, cambiate abitudine, guardate che le cose non sono come erano una volta, che noi ci comportiamo così.

Ora, io voglio dire che il primo problema, la prima polemica che non poteva essere risolta con la scelta... E stiamo attenti qua, e dico una cattiveria, perché è una cattiveria non perché lo intendo come tale ma perché può essere sentito come tale. Non poteva essere risolto con una scelta di Aliyah all'interno di gruppi dati'im in Eretz Israel, non era quello il problema. Perché anche se tutti coloro che si ribellavano, che si opponevano a questo modo di presentarsi avessero voluto fare Aliyah in un kibbutz dati, non avrebbero risolto il problema. Il problema restava e doveva essere affrontato in qualche maniera perché poneva allora come pone successivamente, una serie di problemi.

Io vorrei invitarvi a questo proposito, senza dare una risposta, invitarvi ad affrontare lungo due linee che si stanno affrontando da sempre in Eretz Israel. Il primo è Medinat Israel adesso e si stanno affrontando da sempre come lettura dell'obiettivo sionistico. Le due linee chiamerei - e poi vi dico da chi sono rappresentate - quella di andare in Eretz Israel a fare gli ebrei o quella di andare in Eretz Israel a fare la normalizzazione. La linea della normalizzazione era sempre chiamata tale. Era definita anche da alcuni olim italiani, noi vogliamo andare a fare gli ebrei in Eretz Israel esattamente nello stesso modo come i francesi fanno i francesi in Francia, gli inglesi in Inghilterra e avanti di questo passo. Era qualcuno dei maestri del sionismo italiano, i realizzatori del sionismo italiano che diceva addirittura che la normalizzazione dev'essere portata fino a questo punto: dateci i nostri ladri, dateci i nostri truffatori, dateci le nostre prostitute. Vogliamo essere non più e non meno degli altri popoli.

Questa linea, anche se non espressa in questi termini veramente, ammetto, provocatori, però non inventati da me. In questo momento, questa linea è quella che si riconosce in tutta una generazione di pensatori e scrittori israeliani moderni con i quali dobbiamo confrontarci. Dobbiamo cioè dare una nostra risposta in qualche maniera. Direi che quella che la rappresenta di più, che è più a disposizione ai lettori anche in italiano è Avraham B. Yehoshua. Direi che questo è modello. Poi ci sono molti altri che teorizzano molto di più ma direi che questo è un'indicazione da seguire.

Di contro, io ci terrei a sottolineare una voce isolata, molto isolata forse; di Leibowitz z"l il quale, accuratamente, fino all'ultimo giorno della sua vita, e magari si trovasse qualcuno, io collaborerei allo spasimo, che fosse pronto a tradurre in italiano anche i suoi dialoghi con una cosa eccezionalmente interessante per il nostro tema, il quale esprimeva la sua preoccupazione addirittura sull'avvenire del popolo ebraico perché, dice, non sono per niente sicuro che il popolo ebraico abbia un avvenire. Forse lui lo era, ma lo diceva proprio con questo modo di fare per provocare e costringere una persona alla risposta. Ci sono decine di cose sulle quali io non sono d'accordo con Leibowitz, ma devo dire che era un maestro perché ti costringeva a misurarti su quel terreno e ti costringeva a dare una risposta. Non ti permetteva di esimerti dalla risposta.

E, secondo punto, la sua estrema preoccupazione che quello che sta succedendo nella società israeliana sia la premessa per la creazione di due popoli distinti e separati, che tutti e due si chiamano formalmente ebraici, ma in realtà lo sono in termini completamente diversi.

Qual è il problema nostro su questo terreno? Questo è il primo grosso problema che, secondo me dovremmo porci. Certo, scavo molto dentro. Ci crea grossi problemi ma non possiamo sottrarci a questa domanda. La domanda è: cosa c'entriamo noi? Noi c'entriamo profondamente in quanto, se noi partiamo dal presupposto di mantenerci, perché nessuno sognerebbe di non mantenersi un rapporto stretto e in contatto permanente con Israele, solo con una parte della realtà culturale israeliana, noi rischieremmo di trovarci di fronte a una divisione del popolo ebraico e a un minare l'unità generale del popolo ebraico. Cioè noi rischieremmo qua a dialogare con un pezzo d'Israele e di non dialogarci con un altro pezzo di Israele.

Lo so che è un grosso problema che non possiamo risolvere qua, ma è un grosso problema che può incidere su noi qua, perché da questo punto di vista, non c'è dubbio che la diaspora europea, e quella italiana in modo particolare, si trovano di fronte a un rapporto non simmetrico, non speculare con Israele.

Noi in modo particolare è chiaro che siamo tributari a Israele. È chiaro che malgrado tutto, come eravamo tributari nei confronti d'Israele quando sono arrivati i soldati delle brigate, quando sono arrivati messaggeri concreti di Israele, così lo siamo rimasti ancora adesso.

E ce ne accorgiamo in tutte le circostanze, sia dal punto di vista della dottrina, sia dal punto di vista dei nostri stessi Rabbanim che hanno frequentato, sono stati e tornano dalle yeshivot israeliane sia dal punto di vista dei nostri giovani, sia del nostro Dor Hemshech, ecc. Siamo tributari, e tuttavia, siamo tributari con due difficoltà. La prima è questo che ho appena accennato sulle quali non torno ma vi prego di considerare nel suo dramma perché è una difficoltà seria che inciderà sempre di più nel nostro avvenire. Perché non possiamo tagliare con gli uni o tagliare con gli altri. Il pluralismo significa tante cose ma mi è piaciuto moltissimo il discorso della savlanut e della sovlanut. Pluralismo vuol dire portarsi sulle spalle per poter fare uno sforzo, anche violentare se stessi per mantenere rapporti con quella parte della società israeliana che non rispecchia il nostro modo di essere. Se intendiamo che valga la pena mantenere l'aspirazione, lo sforzo, la lotta, chiamatelo come volete, per mantenere l'unità del popolo ebraico.

Dall'altra parte, c'è l'altro aspetto che è stato brevissimamente accennato (omissis) si pone il problema dei nostri rapporti con il mondo cristiano, e nota che ho detto il mondo cristiano in generale e non cattolico, e della nostra necessità, anche per conoscere meglio noi stessi di rapportarci con questo mondo, in termini dialettici, in termini di insegnamenti; se ci fosse stato il tempo avrei voluto intervenire su due punti con Rav Laras, per allargare il discorso, non per polemica. Il dialogo a cui si riferiva Rav Laras stamattina che non c'è in Israele ma c'è nella diaspora, soprattutto europea, ma non soltanto europea, è un altro punto di incomprensione, di differenza di esperienza fra Israele e la diaspora. Una differenza che in un Israele stato, in un Israele stabilizzato si pone questo dialogo, dove c'è, in termini completamente differenti di come si pone da noi, completamente diversi. Guardate che l'esperienza non è facile. Io sono di quelli che ritengono che questo dialogo vada fatto per lo meno per due motivi. Per il motivo fondamentale che è sempre meglio eliminare pregiudizi e allargare la sfera degli amici e ridurre quella dei nemici.

Questa sarebbe già sufficiente, però, attenzione: chi affronta questo confronto, lo deve fare sapendo di essere pronto a dure esperienze, a grosse amarezze. Deve avere i nervi saldi perché almeno una volta su due, anche nei migliori ambienti è polemica dura. Io sono fresco da un episodio, da una tavola rotonda di questo genere dove un grosso cattolico è andato via dopo che ho parlato senza darmi la mano, senza salutarmi. Queste sono cose di tutti i giorni. Non sono d'accordo, perché è molto più facile non affrontare queste persone, scusate, che affrontarle soffrendo ma sostenendo la propria posizione. Perché ci sono due punti sui quali, qua siamo di fronte al mondo cristiano e non tutto ma una grande parte è assente da questo dialogo e presente solo nella ricezione di pregiudizio al livello scolastico e a livello di organizzazione di base. Quali sono i punti più duri sui quali dobbiamo esprimerci e dire quello che siamo? Uno: abbattere quello che non è stato abbattuto che è la teologia della sostituzione.

Se noi non togliamo dall'anima dei cattolici soprattutto, ma anche da parte dei protestanti, la concezione che il mondo cristiano ha sostituito ed è diventato il vero Israele e che gli ebrei sono finiti e sono dei fossili, non possiamo fare tutti i bei discorsi di tutte le occasioni, del 25 aprile, la giornata dell'ebraismo, ecc. Ma vivremo in mezzo a un mondo prevenuto.

Dobbiamo eliminare queste prevenzioni. Poi, ultima cosa. Mi pare che tutti coloro che affrontano non con una passeggiata ma come un duro tributo queste esperienze, lo fanno costretti a studiare anche se stessi. Io sono molto d'accordo quando Gabi dice, siamo Cohanim nei confronti di qualcuno ma io andrei ancora al di là di Gabi quando demarco noi e. Io dico che nel momento in cui noi dobbiamo esprimere, spiegare, presentare gli ebrei non come un fossile terminato nel 70 dell'era volgare, ma come un grosso collettivo che ha dato e che continua a dare dei grossi contributi, dei quali hanno fatto tesoro anche gli altri, siamo costretti a studiare quello che siamo.

Siamo costretti ad approfondire la nostra tradizione, la nostra cultura e il nostro retaggio. E questo è un bene, questo ci serve. Credo che questo rappresenti qualcosa di molto preciso. Ma torniamo al punto di partenza e concludiamo. Io torno al punto di partenza, chiedendo a me stesso e a voi che cosa vuol dire allora o può voler dire allora il rapportarsi a tutto Israele con tutte le sue componenti in maniera da portare il nostro contributo se non all'unità del popolo ebraico almeno da non portare il nostro contributo alla disunità del popolo ebraico. Probabilmente, quello che dobbiamo fare va al di là delle nostre forze.

Probabilmente, una risposta completa io non ce l'ho ma credo però di poter rispondere con un accenno che è stato fatto non da me in un libro passato pressoché inosservato Ebrei moderni di Boringhieri dove uno a fianco all'altro, c'erano persone come Leibowitz, il sottoscritto, Friedländer, Ferrara degli Uberti e, nella introduzione, c'era una domanda su Israele-diaspora che sembrava proprio preparata per il convegno di oggi pomeriggio. Israele e diaspora - diceva questa frase - appaiono così come due entità complementari attraversate da un conflitto o quanto meno da un confronto determinato dagli input culturali. Sulla base di quale elemento strutturale si fonda o si può fondare la cultura ebraica? La mia risposta - dice l'autore, non è firmato da me - è molto semplice. La forza del dominio della lingua, in questo caso della lingua ebraica.

Non si tratta di possedere una lingua straniera in più, ma di tenere, e spesso per la diaspora contemporanea, di appropriarsi per la prima volta, della lingua che ha declinato storicamente l'identità ebraica. E su questa base c'era stata una proposta che io spero avremo la capacità e la forza di portare avanti, una proposta che abbiamo delineato anche in sede nazionale, che è quello di costringerci a comunicare a strumento del comunicare, con tutti i suoi significati molteplici, con tutte le sue proprietà semantiche. Ha ragione Gabi. Non sono quelle che sono ritradotte dalle lingue occidentali ma sono diverse e dobbiamo impararle e insegnarle. Questo sforzo, questo nuovo programma, questo programma di appropriarsi di quello che è nostro e che è stato sottovalutato e abbandonato potrebbe, dovrebbe, nella nostra visione, dare vita a degli autentici chugim o chiamateli come volete di parlatori di ebraico per ogni comunità. Che siano destinati ad allargarsi e nei quali... (omissis)

Rav S.D.Luzzatto