Oggi non c'era minyan e ci siamo perciò messi a discutere in Sinagoga del convegno su Samuel David Luzzatto (Shadal), svoltosi recentemente a Padova.

La discussione è partita su un'audiocassetta con gli interventi di Alexander Rofé e di Riccardo Di Segni, che una signora aveva registrato per l'edificazione di chi non aveva potuto partecipare; io ho chiesto di poterla ascoltare alla prima occasione, ma intanto ho chiesto che si era detto di interessante a Padova.

L'intervento più apprezzato sembra essere stato quello di Rav Di Segni, il quale, pur parlando molto in fretta per paura di perdere il treno, ha spiegato che il merito principale di Shadal è stato la sua "miniriforma".

Com'è noto, "riformati" e "conservatori" sposano in materia di critica biblica le tesi degli esegeti cristiani, riassunte dal Prof. Rofé nei suoi libri; Luzzatto ha invece operato una "miniriforma": che la Torah scritta fosse opera di Mosè lui non lo ha messo in dubbio; era invece possibilista per quanto riguardava la Mishnah, che dovrebbe essere la trascrizione della Torah orale, e perciò risalire nel contenuto allo stesso Mosè.

Quest'operazione "miniriformista" ha avuto il merito (agli occhi di Di Segni) di isolare l'Italia dalla corrente riformistica che si è invece affermata oltralpe e negli USA. Visto che sia io, che la signora che aveva registrato la cassetta, che il rabbino ci eravamo studiati bene l'"ipotesi documentaria", abbiamo cominciato a discutere delle sue caratteristiche, dei suoi punti forti e di quelli deboli.

Il rabbino ha avuto buon gioco nel far notare che non c'è accordo unanime su quali passi biblici siano da attribuire a questa o quella tradizione, e che spesso accade che si attribuisca una metà di un versetto a una tradizione, l'altra metà a un'altra. Abbiamo un po' riso (non troppo) di alcune Bibbie protestanti che stampano i passi del Pentateuco con inchiostri di colore diverso a seconda della tradizione alla quale vengono ricondotti — a quanto pare molti passi dovrebbero essere stampati con un colore neutro in quanto di attribuzione controversa.

Luzzatto non seguiva l'ipotesi documentaria, però faceva notare che molti passi biblici apparivano corrotti perché copiati da inesperti che non si accorgevano nemmeno di commettere errori grammaticali, e proponeva perciò degli emendamenti. Essi furono respinti come quasi blasfemi all'epoca, ma si sono trovati a coincidere con le lezioni di alcuni antichi papiri scoperti dopo la sua morte, come quelli di Qumran.

Di Luzzatto si è parlato anche come fondatore del Collegio Rabbinico di Padova, che ora però si trova a Roma, e della perdurante influenza della sua "ratio studiorum". Infatti lui non ha soltanto proposto un'apertura in tema di critica biblica, ma anche un curriculum di studi rabbinici che fosse aperto alla cultura non-ebraica; può sembrare una cosa ovvia per un non-ebreo, ma non è così: molti rabbini non-italiani vengono dalle yeshivot in cui si studiano solo materie religiose ebraiche, e mentre in Italia è normale che un rabbino abbia anche una laurea conseguita in un'Università secolare (le più gettonate mi sembrano Medicina e Giurisprudenza), chi viene dalle yeshivot non ha questa formazione.

Io ho fatto notare che mi pare difficile riuscire a scrivere un responso halakhico serio in materie come la bioetica se si conosce solo l'halakhah, e il rabbino ha precisato che le materie scientifiche sono studiate nelle yeshivot, ma la cultura non-ebraica no.

Se Luzzatto ha avuto questo merito, che ha portato in Italia parte delle innovazioni dell'Haskalah nel curriculum rabbinico, ha avuto però un demerito serio: la svalutazione della qabbalah. A tutt'oggi, infatti, non si insegna la qabbalah nel Collegio Rabbinico di Roma. A mia domanda precisa, mi è stato risposto che non s'insegna nemmeno lo Zohar.

Di questo si era lamentato Bonfil, in quanto la qabbalah è comunque un vero e proprio tesoro culturale, e in questa discussione ci si è chiesti perché mai Shadal fosse antiqabbalista; si è evocato un trauma infantile che egli avrebbe subito in quanto suo padre era un qabbalista anche troppo devoto, e questo lo avrebbe reso ostile a questa corrente dottrinale.

A questo punto ho ricordato che avevo letto in un libro di Elio Toaff che egli aveva un padre (Alfredo) che era un valido qabbalista, ma che al figlio non aveva voluto insegnare nulla. Il rabbino non è stato molto convinto di questa ricostruzione, ed ha invece spiegato che la famiglia Toaff è di Livorno, e Alfredo Toaff era stato allievo di Elia Benamozegh, grande qabbalista allievo di ancora più grande qabbalista. Questo significava che, mentre Shadal aveva tramandato la sua concezione dell'Ebraismo attraverso il Collegio Rabbinico da lui fondato, esisteva comunque una corrente ebraica livornese dedita alla qabbalah.

Il bello è che fino a qualche tempo fa il rettore del Collegio Rabbinico era proprio Elio Toaff, il quale però ha avuto ritegno a intervenire nella "ratio studiorum", e pur essendo egli degno discendente e discepolo del padre non ha inserito nel Collegio un corso di studi qabbalistici. Mi sono chiesto se questo non contribuisca a rendere difficili i rapporti tra gli ebrei di tradizione italiana e la Chabad, in quanto la Chabad, come tutti i movimenti di impronta chassidica, dà notevole importanza alla qabbalah.

Semmai, ho avuto la chutzpah di dire che la qabbalah mi attira in quanto faccio il programmatore di computer, e la maggior parte dei moderni linguaggi di programmazione ha delle funzioni di manipolazione di stringhe che compiono operazioni sulle lettere simili a quelle descritte da Avraham Abulafiah sull'alfabeto ebraico, od anche dal Sefer Yetzirah sul Nome santo.

Se Shadal non amava la qabbalah, in compenso era molto esigente in fatto di filologia: i rabbini debbono conoscere estremamente bene la lingua ebraica, ed era stata appunto questa passione per la lingua a fargli notare le "corruzioni" nella Scrittura e formulare le proposte di emendamento.

Nella discussione si è accennato a una minuzia che aveva notato Rav Di Segni in Shadal: secondo quest'ultimo, Noè si era guadagnato quel nome (la cui radice vuol dire letteralmente "consolazione" — Genesi 5:29) in quanto scopritore del vino (Genesi 9:20-21), consolazione di tutte le precedenti afflizioni dell'umanità. Si è convenuto che si è trattato di un episodio biblico minore, al commento del quale per fortuna non ha affidato la sua fama Shadal.

Questo è quel che si è detto stamattina in Sinagoga; alla fine il minyan non si è raggiunto e non si è letta la Torah; il che significa che oggi abbiamo "studiato" anziché pregato.