L'errore fondamentale di Kierkegaard risiede nell'aver concepito l'uomo già solo dinanzi al divieto divino; nella sua analisi fenomenologica dell'angoscia, mancano le figure interazionali di Dio e del serpente, riducendo il dramma della scelta a un solipsismo psicologico.

L'analisi kierkegaardiana è, dunque, parziale. Secondo il filosofo danese, lo stato di innocenza coincide con l'ignoranza. Tuttavia, bisogna intendersi sul significato dei termini: cosa si intende qui per ignoranza? Se per ignoranza si intende la mancanza di esperienza (conoscenza in senso biblico, intesa come relazione), allora il discorso ha un valore; se, invece, la si intende come mera assenza di calcolo o conoscenza razionale, la prospettiva cambia radicalmente.

Mi pare, inoltre, che il concetto di libertà in Kierkegaard sia troppo strettamente legato a quello di peccato, lasciando trasparire eccessivamente l'impronta del suo radicalismo protestante. L'innocenza non è, come vuole il teologo danese, ignoranza del bene e del male. La conoscenza dell'uno, infatti, presuppone quella dell'altro: se non so cos'è il bene, non posso identificare il male e viceversa. Lo stato adamico consiste invece nello "stare nel bene": questa è la condizione di innocenza in cui Dio aveva posto il primo uomo nel Gan Eden (Giardino dell'Eden).

L'uomo può soggiornare nel bene liberamente aderendo alla mitzvah (comandamento) divina. Il comando non limita la libertà dell'uomo, ma la esalta, anzi la rende possibile, la pone in essere. Senza mitzvah non c'è libertà, ma solo arbitrarietà. Un altro errore in Kierkegaard riguarda la figura di Abramo. Da moralista dell'Ottocento, egli guarda al Patriarca partendo dal suo concetto soggettivo di etica. La richiesta di salire sul monte Moriah per sacrificare Isacco è interpretata da Kierkegaard — e con lui dall'uomo post-cristiano — come una "sospensione teleologica dell'etico". Ma per la mentalità dei contemporanei di Abramo, il contesto era differente.

All'epoca era tragicamente normale sacrificare i figli alle divinità (si veda il sacrificio al dio Moloch). Qui il vero protagonista non è né Abramo né Isacco, ma Dio stesso (Hashem), che vuole mostrare ad Abramo la propria assoluta diversità rispetto agli dèi pagani. Hashem si presenta come il Dio della vita, sempre e comunque. Lo stadio religioso, quindi, non è una sospensione dell'etica, ma il suo inveramento: porre Dio al primo posto, anche rispetto al proprio sangue, è l'etica suprema.

Il compimento della mitzvah è l'unico criterio regolatore dell'agire umano. Ciò non è in contrasto con la ragione, se quest'ultima è illuminata dallo spirito divino. Al contrario, risulta assurdo per una "ragione senza Dio" che pone se stessa come unico idolo. Il rischio di una tale ragione è il monologo, anche quando simula il dialogo. Il dialogo socratico-platonico è, in fondo, un dialogo del Logos con se stesso, o meglio, di frammenti di logoi umani in cerca di unità.

Il vero dialogo implica invece non solo l'orizzontale (il rapporto con il "tu" umano), ma anche la dimensione verticale: il "TU" tra Dio e l'uomo. Di questo dialogo autentico Abramo è l'iniziatore: il primo uomo con cui ad Hashem sia riuscito di intessere una vera relazione dialettica, come insegna André Neher nella sua magistrale opera sul silenzio biblico.