La radice della parola shalom (pace) è shalem, che significa compiuto, integro, perfetto. Il Maharal di Praga (1512-1609; cfr. il suo Netivot Olam II) osserva che soltanto Dio è la pace: il Suo nome è Shalom, Pace, che non è un Suo attributo, ma la Sua stessa essenza. In un mondo lacerato dai conflitti, dove non c'è pace, non vi può essere compiutezza.

La pace, infatti, non è un valore di natura che l'uomo trova a sua disposizione, bensì è un valore che egli deve conquistare e coltivare con amore e attenzione.

Del concetto di lacerazione e dei tentativi per ricomporre le fratture determinate dalla guerra si parla in maniera significativa nella Torah, nel capitolo 17 dell'Esodo, quando viene descritto l'attacco proditorio di Amalek al neonato popolo ebraico.

L'aggressione di Amalek è la prima esperienza di guerra del popolo ebraico all'indomani dell'uscita dall'Egitto. È una vittoria così importante che a Mosè fu comandato di scriverla nel suo Libro affinché diventasse un momento paradigmatico dell'esperienza storica dell'ebraismo.

Questa guerra assurge però a qualcosa di più di un semplice conflitto armato. Amalek e il suo popolo diventano un archetipo: la memoria perenne della valenza disgregatrice della guerra. Per ricollegarci all'etimologia di shalom/shalem, Amalek è non solo la negazione della pace, ma soprattutto la negazione della compiutezza.

La tradizione ebraica vede in Amalek l'archetipo dell'antiebraismo gratuito e irrazionale di tutte le generazioni. L'ammonimento — Ricorda ciò che ti ha fatto Amalek — (Deuteronomio 25, 17) è annoverato fra i 613 precetti (mitzvot) della vita ebraica.

Rashi si chiede: — In quale particolare momento della storia appare Amalek? — Egli appare quando il popolo si lascia cogliere dal dubbio sulla propria identità. Amalek è la conseguenza di una contestazione: dopo l'ennesimo scontento per la mancanza di acqua, il popolo sfida Dio chiedendo: — Il Signore è in mezzo a noi o no? — (Esodo 17, 7).

L'Amalek interiore, che è il dubbio stesso, si proietta nel reale e si materializza in un Amalek esteriore che tende ad annientare Israele. Non a caso, in base alla Ghematriah (valore numerico delle lettere), il valore di Amalek (עֲמָלֵק) è 240, esattamente lo stesso della parola Safeq (סָפֵק), che significa appunto "dubbio".

Il Keli Jakar osserva che le lettere della parola Refidim (luogo dell'attacco) sono le stesse di peridim, che significa "disgiunti", a ribadire che la scissione è la causa dell'avvento di Amalek. Aman, discendente di Amalek nella storia di Purim, descrive infatti Israele come un popolo "disperso e scisso" (Ester 3, 8).

Questa divisione si riflette specularmente in una incompiutezza di Dio. Al verso 16 è detto: — La mano del Signore fu elevata verso il Suo Trono (Kes) per giurare che vi sarà guerra contro Amalek —. Rashi nota che il Trono è scritto Kes anziché Kisse, privo della lettera Alef. Anche il Nome di Dio è troncato in Yah (metà del Tetragramma). Dio ha giurato che il Suo Nome non sarà completo e il Suo Trono saldo finché non sarà distrutto il nome di Amalek.

Amalek provoca una frattura che solo un saldo ricongiungimento può ricomporre. Se il pensiero disgiuntivo (dal greco dia-ballein, da cui "diavolo") separa, il pensiero simbolico (dal greco sun-ballein, "mettere insieme") unisce. Il simbolo è lo strumento per contrapporsi alla disgregazione. Al Trono di Dio manca la Alef, la lettera dell'Unità e dell'Unicità.

Ma qual è la risposta pratica alla disgregazione? Nell'attacco, Mosè dice a Giosuè: — Scegli per noi (lanu) degli uomini —. Ponendo il discepolo sul suo stesso piano, Mosè insegna una Halakhah fondamentale: — Ti sia caro l'onore del tuo discepolo come il tuo — (Pirqè Avot 4, 13).

Solo un rapporto di coesione tra Maestro e allievo può sconfiggere Amalek. La Mishnah dice: — Fatti un Maestro e allontanati dal dubbio —. Il dialogo ordinato e il rispetto reciproco (Kavod) sono gli unici antidoti al disordine distruttivo. Le mani di Mosè, per restare alzate e garantire la vittoria, hanno bisogno del sostegno di Aronne e Chur, che utilizzano una pietra (even).

La parola Even (אֶבֶן, pietra) contiene in sé le parole Av (padre) e Ben (figlio). Solo dalla fusione di queste due figure deriva la stabilità. La battaglia contro Amalek inizia tra le mura domestiche, attraverso l'unione di padre e figlio che permette a Dio di vincere "di generazione in generazione".

La nostra possibilità di restituire a Dio la Sua compiutezza dipende dalla forza di questi legami. Malachì, l'ultimo dei profeti, vede in questo la pace messianica: — E ricondurrò il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri — (Malachì 3, 24).

Rav Roberto Della Rocca