Tutti noi sappiamo, grandi e piccoli, dotti e indotti, vecchi e giovani, tutti noi sappiamo che cosa siano i dieci comandamenti. Quando un ebreo dice: Aseret ha-dibberot (i dieci comandamenti), dice la Torah; dice quello che il babbo o la mamma gli hanno insegnato, dice quello che i maestri gli hanno illustrato, sa di dire l'essenza, lo spirito della Torah.

Tutti noi sappiamo questo, eppure ogni volta che torniamo su questa pagina, ogni volta che la meditiamo, avvertiamo come un senso di sgomento dinanzi alla maestà del racconto biblico, sentiamo di essere troppo piccoli dinanzi a questa sconfinata grandezza, sentiamo che il nostro animo si smarrisce come nella vastità di un orizzonte senza limiti. Proprio come dinanzi all'infinità del cielo e del mare o alla profondità di un firmamento stellato, noi avvertiamo in questa pagina la presenza e la grandezza di D-o.

È la parola di D-o che ci sta dinanzi ed essa è immensa e infinita come e più delle creazioni di D-o nel mondo della natura. Forse perciò quella parola è risuonata nel deserto, in un paesaggio rupestre e desolato: perché solo la maestà delle montagne sinaitiche o la sconfinata grandezza dei deserti potevano essere degna cornice a un evento di tanta grandezza. Il Midrash, anzi, dice di più: dice che la parola di D-o fu proclamata nel deserto perché potesse essere egualmente retaggio di tutti gli uomini, di tutti i popoli; non fu annunciata nel territorio di alcuno Stato perché nessuna gente ostentasse l'orgoglio di averla per sé sola posseduta o creata! A conferma di questo valore universale della Torah, il Midrash aggiunge che la parola dei divini comandamenti miracolosamente risuonò e si diffuse nell'aria, da un estremo all'altro della terra, nelle settanta lingue del mondo allora conosciute, sicché ogni popolo avrebbe potuto udirla direttamente.

Ma perché proprio a Israele doveva essere direttamente rivelata la parola di D-o? Perché questa schiera di liberti, or ora usciti da un regime di schiavitù, doveva avere il privilegio o forse l'onere di ascoltarla per primi in mezzo alla tempesta di fuoco dei cieli e della terra? È qui che sta forse il mistero, il segreto o l'insondabile destino d'Israele. Fra i popoli della terra uno ve ne doveva pur essere che avrebbe accettato d'essere custode e depositario di quella parola: quell'uno doveva essere Israele che portava nel suo stesso nome il segno di questa incomparabile missione; doveva essere quell'Israele che si era formato dal nucleo di una gente che il nome di D-o e la vocazione dell'Uno aveva sempre sentito nelle proprie vene e nel proprio sangue.

Così nacque la cosiddetta elezione d'Israele o la sua autoelezione al servizio di D-o. Essa nacque quando nell'immensa distesa del deserto un popolo volle consacrarsi a un'idea e quella volle servire per tutti i tempi. Quell'idea era l'idea dell'Uno, era l'idea di D-o, l'idea dell'assoluto da realizzarsi sulla terra; era un popolo che nei dieci comandamenti prendeva nelle sue mani la consegna di quell'idea per sé e per gli uomini. L'aspirazione e il sogno, il desiderio e la nostalgia di far regnare l'assoluto in mezzo agli uomini, di far scendere sulla terra un raggio della gloria divina, mediante la santificazione della vita e la proclamazione dell'amore di D-o tra gli uomini, questo doveva essere il programma che il popolo d'Israele si proponeva di tradurre in realtà. Fuori di quel programma, la vita d'Israele non avrebbe avuto significato.

I dieci comandamenti segnano le linee maestre di quel programma, sono dieci parlate, ma sono una sola, sono dieci comandi, ma scendono da un principio e conducono a una meta, sono una sintesi, sono, come tutta la Torah, una via: la via dell'Uno.

Se gli uomini hanno troppo spesso dimostrato di dimenticare quel supremo insegnamento che hanno ricevuto da D-o e da Israele, se gli uomini hanno ripagato con l'odio il debito che avevano verso Israele, ciò non significa altro che gli uomini e i popoli sono ancora lontani, troppo lontani da quell'insegnamento.

Non per questo Israele verrà meno al suo mandato, non per questo abbasserà la sua insegna che è sempre quella ove sta scritto in eterno la parola di D-o, parola di amore e di fratellanza: in quella parola Israele troverà sempre ragione di vita per sé e per gli uomini.

Rav Riccardo Pacifici