È vero che ogni religione ha i suoi riti e le sue pratiche, che non esiste un credo che non si rivesta di determinate forme esteriori, che non esiste alcuna fede che non si esprima con la preghiera e con dei riti, senza i quali scadrebbe a un semplice atteggiamento di vaga religiosità. Nell'ebraismo, però, i riti e le pratiche quotidiane occupano un posto del tutto particolare.
Per la sua stessa natura la dottrina ebraica è essenzialmente pragmatica: Israele si autodefinisce il popolo servitore di Dio. Il suo dovere principale, se non esclusivo, è dunque quello di compiere la volontà divina. Questa volontà si esprime per mezzo della Torah, e per mezzo delle mitzvoth (i precetti) che essa prescrive.
L'ebraismo si fonda su un certo numero di verità metafisiche e pertanto la sua principale preoccupazione è quella di portare i fedeli a conformare le loro azioni ai precetti divini. La Torah scritta e orale dice a più riprese che l'amore e il timore di Dio si manifestano nella forma migliore mediante l'obbedienza ai comandamenti divini: "E ora Israele, cos'è che ti chiede il Signore se non di temere l'Eterno tuo Dio, di camminare nelle Sue strade, di servirLo con tutto il tuo cuore e la tua anima osservando i precetti e le Leggi di Dio..." (Deut. 10,12-13) o ancora: "Se ascolterai la voce del Signore Dio tuo osservando ed eseguendo i Suoi precetti... verranno su di te e ti raggiungeranno tutte queste benedizioni, se avrai dato ascolto al Signore Dio tuo" (Deut. 28,1-2). Questo concetto è ripetuto come un leitmotiv in tutto il Deuteronomio, e i Maestri a loro volta dicono: "la cosa più importante non è la speculazione, ma l'azione" (Avoth 1,17). Ritroviamo lo stesso concetto anche nel Rituale: "Padre nostro, Padre misericordioso, ispiraci affinché possiamo capire, ascoltare, studiare, insegnare, osservare e mettere in atto la Torah intera con amore".
Osservare la Torah e mettere in pratica le mitzvoth costituisce pertanto un dovere così intimamente connaturato all'anima di Israele da diventare tutta la sua vita. L'ebraismo è una dottrina dell'azione e questa azione è diretta a questo mondo, anticamera del mondo futuro.
All'uomo è stato dato il compito di completare e di perfezionare il mondo, lasciato volontariamente incompiuto, per mezzo dell'osservanza dei precetti che riguardano le leggi di giustizia, di amore, di santità. In questo modo l'uomo diviene il collaboratore di Dio per costruire la città terrestre secondo un modello ideale che Dio ha stabilito per lui.
I Maestri, commentando il versetto del Deuteronomio (7,11): "Tu osserverai la Legge, i decreti, gli statuti che Io oggi ti ordino di mettere in atto", affermano: "Oggi" si riferisce all'agire, ma non all'ottenimento della ricompensa. È stato scritto anche che la Torah fu data agli uomini e non agli angeli perché la Torah non potrebbe essere di nessuna utilità per quei puri spiriti.
Vediamo bene pertanto che non è possibile limitare l'ebraismo all'ambito puramente religioso e morale, ma che va infinitamente al di là di quei limiti che generalmente delimitano una religione per abbracciare tutti i momenti e i settori dell'attività umana. Esso regola non solo i doveri dell'uomo nei confronti di Dio e i rapporti interpersonali, ma anche il comportamento verso gli animali e la natura.
Sono regolati dalla legislazione della Torah sia la celebrazione dello Shabbath e delle feste quanto il diritto familiare (matrimonio e divorzio), il diritto civile e penale, le transazioni commerciali, i giuramenti; in breve possiamo affermare che non esiste aspetto della vita che non sia soggetto alle leggi della Torah.
È lecito affermare che per l'ebraismo non esistono atti non religiosi perché in ogni momento della sua vita l'ebreo osservante si deve domandare: "Come devo comportarmi per conformare la mia azione alla volontà divina?". Portando avanti il perfezionamento del mondo e santificandolo, l'uomo perfeziona e santifica se stesso realizzando così il fine per il quale è stato creato. Questo compito non va al di là delle sue forze; egli è libero e responsabile e tutto dipende da lui, il suo destino è nelle sue mani. Dalle sue azioni sgorga la fonte dei suoi meriti, esse sono la condizione stessa della sua salvezza. Tutto questo è espresso chiaramente nel famoso detto talmudico: "Il Santo, benedetto Egli sia, ha voluto procurare meriti a Israele ed ha pertanto moltiplicato per lui la Torah e le mitzvoth".
Del resto, quando parliamo di mitzvoth poco importa che si tratti di opere buone o di atti puramente religiosi senza un apparente significato morale. Tutte queste Leggi sono espressione della volontà divina e anche se il loro senso resta in parte incomprensibile, devono comunque essere rispettate. In questa prospettiva, santificare lo Shabbath è un dovere altrettanto importante di quello dell'assistenza ai poveri; l'osservanza delle regole alimentari stabilite dalla Torah ha un valore religioso pari ad un comportamento improntato alla giustizia.
La mitzvà, incarnando la volontà divina, acquisisce attraverso il suo valore assoluto una risonanza cosmica; essa santifica colui che la compie e accresce nello stesso tempo la santità del mondo.
Partendo da queste osservazioni è possibile iniziare a comprendere il ruolo preponderante che il rito occupa all'interno dell'ebraismo, la funzione che vi adempie. Si comprende anche che l'opposizione tra la fede e le opere, sottolineata se non addirittura concepita dalla teologia cristiana, è totalmente estranea allo spirito autentico dell'ebraismo. Questa opposizione è in realtà puramente artificiale. Fede e opere sono unite dallo stesso legame che unisce l'anima e il corpo. Inseparabili, indissolubilmente unite, esse si completano con una necessità assoluta; meglio ancora, le opere sono questa stessa fede che si fa azione.
È evidente che l'ebraismo contemporaneo non è l'opera di un giorno, ma il frutto di lunghi secoli. Ai riti che risalgono ai tempi più antichi si sono aggiunte istituzioni di carattere rabbinico e usanze consacrate dalla pratica di generazioni, i minhaghim, legittimate dall'autorità dei Maestri e divenute a loro volta Leggi, mentre altre nel corso dei secoli sono cadute in desuetudine. Queste usanze, nate dalla vita quotidiana, presentano varianti molto diverse da paese a paese e anche da comunità a comunità e molto spesso riguardano proprio le azioni più quotidiane. Pur nella loro diversità esse mantengono ugualmente un carattere omogeneo: nate dalla stessa sorgente di ispirazione, tutte quante costituiscono, pur nella loro varietà, una testimonianza visibile di devozione e di amore per Dio. Esse hanno lo scopo di trasfigurare la banalità quotidiana attraverso la loro forza di evocazione, di edificazione e il loro potere emotivo.
"I precetti dell'Eterno sono leggi, essi rallegrano il cuore; la mitzvà dell'Eterno è luminosa, essa rischiara gli occhi" (Salmo 19,9): queste parole del salmista nella loro semplicità sono sempre servite per esprimere la gioia, il rapimento, la felicità che procura al credente l'adempimento delle mitzvoth realizzato nella sua completezza.
I teologi cristiani ritengono che gli ebrei siano schiacciati dal peso mostruoso, dal fardello insopportabile del giogo della Legge; l'esistenza dell'ebreo praticante che si sottomette ai precetti e alle molteplici usanze tradizionali appare loro come una dimensione asfittica e costrittiva. Dal loro punto di vista esterno essi non possono comprendere che questo giogo è dolce da portare, essi non possono cogliere la gioia mistica dell'ebreo praticante che si sottomette a questa disciplina, essi non possono percepire cos'è la Simchà shel Mitzvà, la gioia della mitzvà, che è soddisfazione per aver compiuto il proprio dovere, ma anche atmosfera particolare fatta di serenità, di dolcezza, di rara gioia intima, di religiosa nobiltà; come scrive M. Vexler, la gioia del credente che vive pienamente la propria fede, cosciente dell'armonia totale realizzata tra le mille forze divergenti del suo essere. Armonia interiore, risultato della perfetta concordanza delle voci dell'uomo con quella di Dio; gioia, gioia piena, grande e definitiva, che è come l'espandersi di questa armonia in calore e luce (Foi et Réveil, 1913).