L'ebraismo si è continuamente confrontato con i problemi posti dallo sviluppo tecnologico e scientifico, discutendone e regolandone l'impatto sociale, sulla base della propria tradizione etica e giuridica. Oggi la maggioranza delle questioni all'ordine del giorno sono, almeno quantitativamente, di ordine medico, sia per l'enorme sviluppo tecnologico di questa materia, che per l'interesse immediato e diretto che ogni problema medico ha sull'uomo.
Il confronto tra una tradizione che ha almeno trenta secoli di storia e le novità tecnologiche può sembrare a prima vista assurdo: com'è possibile che problemi nuovi e tecniche appena messe a punto siano valutate sulla base di una tradizione molto più antica, che è stata elaborata quando determinate possibilità non erano neppure concepibili?
Lo scopo di questo articolo è di mostrare i ragionamenti e le tecniche che la Halakhà usa per risolvere questo tipo di problemi, in un esempio preso da un settore di rapida evoluzione tecnica e di grande impatto bioetico, quello della fecondazione artificiale.
In condizioni naturali, come è ben noto, l'ovulo prodotto dall'ovaio femminile penetra nella tuba, dove viene fecondato dallo spermatozoo, e quindi si dirige nell'utero ove si impianta. Nelle tecniche di fecondazione artificiale l'ovulo viene prelevato dal corpo materno, e l'incontro tra l'ovulo e lo spermatozoo avviene in un ambiente diverso da quello naturale; l'ovulo fecondato viene quindi inserito in un utero adatto a consentirgli la crescita, fino al momento del parto.
Le indicazioni per questo tipo di procedure sono varie; la più importante è l'assenza o la chiusura delle tube; e ancora la presenza di anticorpi femminili contro il seme maschile. In questi due casi si tratta generalmente di un problema di sterilità che si risolve internamente alla coppia: l'ovulo e l'utero sono quelli materni e il seme è quello del partner maschile.
Esistono tuttavia indicazioni e possibilità che allargano gli orizzonti di queste tecniche: come la sterilità femminile, limitata alla incapacità di produrre ovuli; oppure la presenza nella donna di una malattia genetica, che sconsiglia l'uso dell'ovulo; in questi casi si ricorre alla donazione dell'ovulo di un'altra donna. Oppure, se la donna manca dell'utero, l'ovulo fecondato dal partner viene inserito nell'utero di un'altra donna. Da questi presupposti le combinazioni si allargano, perché anche in condizioni di normalità la gravidanza potrebbe essere condotta nell'utero di una donna diversa, preso, come si dice comunemente, "in affitto".
Ogni combinazione particolare può sollevare un distinto problema Halakhico; ma è possibile comunque formulare dei concetti introduttivi comuni. Il primo è che non esiste un'obiezione di fondo nel pensiero ebraico contro l'uso della tecnologia medica, né una distinzione tra ciò che potrebbe essere "naturale" e "non naturale" (il concetto stesso di "natura" è estraneo all'ebraico biblico, che lo sostituisce con quello di "creato"). L'uomo è considerato partner del Creatore nel controllo, nel mantenimento e nel miglioramento del creato.
Pertanto, in linea di massima, non vi è una opposizione di principio all'uso di tecniche nuove per risolvere dei problemi che affliggono l'uomo. Nel problema particolare che stiamo considerando, a questa considerazione preliminare si aggiungono due dati di valore opposto. Il primo, negativo, nasce dalla preoccupazione che lo sviluppo di queste tecniche possa portare a una aberrante tecnologia della riproduzione, con un sistema diffuso di gravidanze "mercenarie" e selezioni genetiche. Lo scenario fantastico previsto da "Il nuovo mondo" di A. Huxley appare oggi in qualche modo realizzabile. D'altra parte, esistono istanze positive che l'ebraismo valuta con attenzione, come il desiderio della maternità e della paternità, e il mantenimento dell'armonia coniugale.
Dopo queste considerazioni di carattere generale l'analisi giuridica deve anche esaminare tutti gli aspetti particolari delle tecniche, per verificare se ognuno di questi sia lecito secondo l'Halakhà: il prelievo dell'ovulo, la loro conservazione, il prelievo del seme maschile, l'incontro tra seme e ovulo, la gestione dell'embrione e l'inserimento nell'utero.
L'orientamento delle autorità rabbiniche tiene conto di tutti questi aspetti. Una prima distinzione essenziale viene fatta tra fecondazione artificiale nell'ambito della coppia, e fecondazione con donatore esterno. Il primo caso è relativamente più semplice. Un primo gruppo di maestri (tra i quali Ovadia Yosef e A. Neventzal) ritiene che la procedura sia permessa, se è l'unica possibile, purché sia sicuro che si usi esclusivamente seme del marito. Altri assumono una posizione negativa, fondata più su preoccupazioni generali di ordine morale. Altri infine (come Rav Eliezer Waldenberg) assumono una posizione di principio rigoristica basata su considerazioni giuridiche.
Diverso è il caso quando si parla di fecondazione con donatori esterni. Bisogna infatti tener presente che uno degli interessi fondamentali nel diritto matrimoniale ebraico è quello della definizione dello Jochas, cioè dello stato giuridico della persona in rapporto ai suoi genitori. La questione ha implicazioni in vari campi: obbligo di riproduzione, doveri dei figli, eredità, levirato, divieto di incesto e lo status di Israel, Levì o Kohen, oltre allo status del Mamzer.
Le procedure di fecondazione artificiale possono sollevare complicati problemi su ognuno di questi aspetti. Un problema del tutto particolare è quello posto dall'utero "in affitto". Se una donna dà l'ovulo, e un'altra donna porta avanti la gravidanza, chi è la madre secondo l'Halakhà? La madre genetica, la partoriente, o entrambe? Come si diventa madri secondo la legge ebraica: con l'ovulazione o con il parto?
In favore della madre genetica si sono espresse autorità come Rav Goren e Rav Warhaftig, basandosi sul Talmud (Niddah 31a) secondo cui "vi sono tre compartecipi nella creazione dell'essere umano". In favore della madre partoriente si cita spesso un Midrash sullo scambio di feti tra Rachele e Lea (nascita di Josef e Dina), sebbene l'uso di fonti Aggadiche sia molto discusso nel ragionamento legale.
Va infine segnalato che la mancanza attuale di una definizione più precisa della materia potrebbe avere anche un'altra motivazione, legata al problema della Mamzeruth. Evitando di esprimere opinioni definitive si può lasciare qualche spazio libero per la soluzione accomodante di problemi che coinvolgono la trasmissione di questo status quando la fecondazione avviene al di fuori della coppia.
Nota bibliografica
Questo articolo si basa essenzialmente su: Avraham Steinberg, Encyclopedia of Jewish Medical Ethics, vol. 2, Jerusalem 1991, s.v. "Hafraja' chutz gufit". Sono state inoltre consultati: Avraham-Sofer Avraham, Nishmath Avraham; Moshe Herschler, "Test tube babies according to Halakha", 1980; Avraham Steinberg, "Tinoq mavchena", Assia, vol. 2.