Lo Shabbath è il cuore spirituale dell’ebraismo: giorno di riposo, libertà e santificazione. Heschel ne racconta il significato profondo, i riti, la poesia e la gioia familiare, tra legge, tradizione e rinascita dell’anima.

Il Sabato - Il suo significato per l'uomo moderno

di Abraham Joshua Heschel

La civiltà tecnica è la conquista dello spazio da parte dell'uomo. È un trionfo al quale spesso si perviene sacrificando un elemento essenziale dell'esistenza, cioè il tempo. Nella civiltà tecnica, noi consumiamo il tempo per guadagnare lo spazio. Accrescere il nostro potere sullo spazio è il nostro principale obiettivo. Tuttavia, avere di più non significa essere di più: il potere che noi conseguiamo sullo spazio termina bruscamente alla linea di confine del tempo: e il tempo è il cuore dell'esistenza.

Conseguire il controllo dello spazio è certamente uno dei nostri compiti. Il pericolo comincia quando, acquistando potere sullo spazio, rinunciamo a tutte le aspirazioni nell'ambito del tempo. Esiste un regno del tempo in cui la meta non è l'avere ma l'essere, non l'essere in credito ma il dare, non il controllare ma il condividere, non il sottomettere ma l'essere in armonia. La vita è indirizzata male quando il controllo dello spazio e la conquista delle cose dello spazio diventano la nostra unica preoccupazione.

Nulla è più utile del potere, nulla più temibile. Spesso abbiamo sofferto la degradazione che deriva dalla povertà; ora siamo minacciati dalla degradazione che viene dal potere. Vi è felicità nell'amore della fatica, vi è miseria nell'amore del guadagno. Molti cuori e molte secchie si infrangono alla fonte del profitto. Vendendosi alla schiavitù delle cose, l'uomo diventa un utensile che si infrange alla fonte.

La civiltà tecnica nasce principalmente dal desiderio dell'uomo di sottomettere e governare le forze della natura. La fabbricazione degli utensili, l'arte della filatura e della coltura agricola, la costruzione di case, il mestiere del navigare, tutto questo è svolto dall'uomo nell'ambito dello spazio. La preoccupazione per le cose dello spazio condiziona attualmente tutte le attività dell'uomo. Persino le religioni sono spesso dominate dalla nozione che la divinità risiede nello spazio, in località particolari come le montagne, le foreste, gli alberi o le pietre, che perciò vengono elette a luoghi sacri; la divinità è legata a una terra particolare; il sacro viene associato alle cose nello spazio, e l'interrogativo fondamentale è: Dov'è Dio?

Suscita molto entusiasmo l'idea che Dio sia presente nell'universo, ma con questa idea si intende generalmente indicare la Sua presenza nello spazio anziché nel tempo, nella natura anziché nella storia: come se Egli fosse una cosa, non uno spirito. Anche la filosofia panteistica è una religione dello spazio: l'Essere Supremo è concepito come lo spazio infinito. Deus sive natura ha come attributo l'estensione, ossia lo spazio, non il tempo; per Spinoza il tempo è soltanto un accidente del movimento, un modo di pensare. È il suo desiderio di sviluppare una filosofia more geometrico, secondo il metodo della geometria, che è la scienza dello spazio, è caratteristico della sua mentalità spaziale.

La mente primitiva trova difficile concepire una idea senza l'aiuto dell'immaginazione, e l'immaginazione agisce nel regno dello spazio. Degli dèi essa deve farsi un'immagine visibile: dove non c'è un'immagine, non c'è Dio. Il senso di riverenza per un'immagine sacra, per un monumento o un luogo sacro, non solo è innato nella maggior parte delle religioni, ma è stato persino coltivato da uomini di tutti i tempi, di tutte le nazioni, siano essi religiosi, superstiziosi, o anche antireligiosi; tutti continuano a tributare omaggio alle bandiere e ai vessilli, ai santuari nazionali, ai monumenti eretti in onore dei re e degli eroi.

Ovunque la dissacrazione dei luoghi santi è considerata un sacrilegio, e il santuario può divenire tanto importante da far dimenticare l'idea che esso rappresenta. Il monumento commemorativo diventa un ausilio all'amnesia; i mezzi offuscano il fine. Le cose dello spazio infatti sono alla mercé dell'uomo; troppo sacre per essere profanate, non sono troppo sacre per essere utilizzate a proprio vantaggio. Per conservare il sacro, per perpetuare la presenza di Dio, viene modellata una sua immagine. Ma un Dio che può essere modellato, un Dio che può essere delimitato, non è che un'ombra dell'uomo.

Noi siamo tutti infatuati dello splendore dello spazio, della grandiosità delle cose dello spazio. La cosa è una categoria che pesa gravemente sul nostro spirito, tiranneggiando ogni nostro pensiero. La nostra immaginazione tende a plasmare tutti i concetti a sua immagine. Nella nostra vita quotidiana noi badiamo anzitutto a quel che i sensi ci presentano: a quel che gli occhi percepiscono, a quel che le dita toccano. La realtà per noi è il mondo delle cose, costituito da sostanze che occupano uno spazio; perfino Dio viene considerato da molti come una cosa.

Questo nostro legame con le cose ci rende ciechi a ogni realtà che non si presenti come una cosa, come un dato di fatto. Ciò risulta chiaro nel modo in cui intendiamo il tempo, il quale, non essendo una cosa o una sostanza, ci appare privo di ogni realtà. Noi sappiamo, infatti, che cosa fare con lo spazio ma non sappiamo che cosa fare con il tempo, salvo porlo al servizio dello spazio. La maggior parte di noi sembra affaticarsi per amore delle cose dello spazio. Di conseguenza, soffriamo di un profondo terrore del tempo e rimaniamo atterriti quando siamo costretti a guardarlo in faccia.

Il tempo per noi è sarcasmo, un viscido mostro traditore che nella sua bocca da fornace incenerisce momento per momento la nostra vita. Per non dover affrontare il tempo, noi cerchiamo rifugio nelle cose dello spazio. Le intenzioni che non riusciamo a realizzare, le collochiamo nello spazio; i possessi diventano i simboli delle nostre repressioni, giubilei di frustrazioni. Ma le cose dello spazio non sono a prova di fuoco: esse non fanno che aggiungere combustibile alle fiamme.

La gioia del possesso è forse un antidoto al terrore del tempo che cresce fino a diventare terrore della morte inevitabile? Le cose, quando vengono magnificate, sono le contraffazioni della felicità, una minaccia per la nostra stessa vita: noi siamo più tormentati che sostenuti dai Frankenstein delle cose spaziali. L'uomo non può sottrarsi al problema del tempo. Quanto più meditiamo, tanto più constatiamo che non possiamo conquistare il tempo attraverso lo spazio. Possiamo dominare il tempo soltanto nel tempo.

La meta più alta del vivere spirituale non è accumulare una ricchezza di informazioni, ma affrontare i momenti sacri. In una esperienza religiosa, per esempio, si impone all'uomo non una cosa, ma una presenza spirituale.

Ciò che resta nell'anima è quel momento di intuizione più che il luogo dove l'atto si è svolto. Un momento d'intuizione è una fortuna che ci trasporta oltre i confini del tempo misurato. La vita spirituale comincia a decadere quando non riusciamo più a sentire la grandiosità di ciò che è eterno nel tempo.

Non è mia intenzione condannare lo spazio. Denigrare lo spazio e la benedizione delle cose dello spazio sarebbe denigrare le opere della creazione, le opere che Dio contemplò e vide che "erano buone". Il mondo non può essere visto esclusivamente sub specie temporis. Tempo e spazio sono fra loro correlati; trascurare l'uno o l'altro significa essere parzialmente ciechi. Noi ci opponiamo invece alla sottomissione incondizionata dell'uomo allo spazio, il suo asservimento alle cose. Non dobbiamo dimenticare che non è la cosa che conferisce significato a un momento: è il momento che conferisce significato alle cose.

La Bibbia si interessa più del tempo che dello spazio. Essa vede il mondo nella dimensione del tempo, e dedica maggiore attenzione alle generazioni, agli eventi, che ai paesi, alle cose; si interessa più alla storia che alla geografia. Per comprendere l'insegnamento della Bibbia, bisogna accettarne la premessa che il tempo ha per la vita un significato almeno pari a quello dello spazio; che il tempo ha un significato e una sovranità propri.

Nell'ebraico biblico non esiste un equivalente della parola "cosa". La parola davar, che nell'ebraico posteriore è venuta a indicare la cosa, nell'ebraico biblico significa: discorso, parola, messaggio, resoconto, notizia, consiglio, richiesta, promessa, decisione, sentenza, tema, storia, detto, espressione, affare, occupazione, atti, buone azioni, eventi, modo, maniera, ragione, causa: non significa mai "cosa". È un segno di povertà linguistica o non piuttosto l'indizio di una visione del mondo non distorta, cioè del non identificare la realtà (derivata dalla parola latina res, cosa) con il mondo delle cose?

Uno dei fatti più importanti nella storia della religione è stata la trasformazione delle festività agricole in commemorazioni di avvenimenti storici. Le festività dei popoli antichi erano intimamente legate alle stagioni. Esse celebravano quello che avveniva in natura nelle varie stagioni. Perciò il valore del giorno festivo dipendeva dalle cose che la natura produceva o non produceva.

Nell'ebraismo la Pasqua (Pesach), in origine festa della primavera, divenne celebrazione dell'esodo dall'Egitto; la Festa delle Settimane (Shavuot), un'antica festività della mietitura alla fine del raccolto del grano (chag ha-kazir, Es. 23, 16; 34, 22), divenne celebrazione del giorno in cui fu data la Torà sul Sinai; la Festa delle Capanne (Sukkot), un'antica festività della vendemmia (chag ha-asif, Es. 23, 16), commemora il soggiorno degli Israeliti nelle capanne durante la loro permanenza nel deserto (Lev. 23, 42 ss.). Per Israele gli eventi straordinari della loro storia erano spiritualmente più significativi che non i processi ricorrenti del ciclo della natura, anche se da quest'ultimo dipendeva il loro sostentamento fisico.

Mentre le divinità degli altri popoli erano associate a luoghi o a cose, il Dio d'Israele era il Dio degli eventi: il Liberatore dalla schiavitù, il Rivelatore della Torà, che si manifestava negli eventi storici anziché nelle cose o nei luoghi. Era nata la fede nell'incorporeo, nell'inimmaginabile. L'ebraismo è una religione del tempo che mira alla santificazione del tempo. A differenza dell'uomo, la cui mente è dominata dallo spazio, per cui il tempo è invariato, iterativo, omogeneo, per cui tutte le ore sono uguali, senza qualità, gusci vuoti, la Bibbia sente il carattere diversificato del tempo: non vi sono due ore uguali; ciascuna ora è unica, la sola concessa in quel momento, esclusiva e infinitamente preziosa.

L'ebraismo ci insegna a sentirci legati alla santità nel tempo, ad essere legati ad eventi sacri, a consacrare i santuari che emergono dal grandioso corso di un anno. I Sabati sono le nostre grandi cattedrali; e il nostro Santo dei Santi è un santuario che né i Romani né i tedeschi sono riusciti a bruciare, un santuario che neppure l'apostasia può facilmente distruggere: il Giorno dell'Espiazione (Yom Kippur). Secondo gli antichi rabbini, non è l'osservanza del Giorno dell'Espiazione, ma il Giorno stesso, l' "essenza del Giorno" che, con il pentimento dell'uomo, espia le colpe di quest'ultimo.

Il rituale ebraico può essere caratterizzato come l'arte delle forme significative nel tempo, come architettura del tempo. La maggior parte delle sue osservanze — il Sabato, la Luna Nuova, le feste, l'anno sabbatico e l'anno del giubileo — sono connesse a una certa ora del giorno o ad una stagione dell'anno. Per esempio, l'invito alla preghiera è legato alla sera, alla mattina o al pomeriggio. I principali temi della fede sono nell'ambito del tempo; noi ricordiamo il giorno dell'esodo dall'Egitto, il giorno in cui Israele si fermò al Sinai; la nostra speranza messianica è l'attesa di un giorno, della fine dei giorni.

In un'opera d'arte rettamente ideata, un'idea di particolare importanza non viene introdotta a caso ma, come un re a una cerimonia ufficiale, essa è presentata in un momento e in un modo tali da mettere in luce la sua autorità e il suo ruolo di guida. Nella Bibbia le parole sono adoperate con cura squisita, specialmente quelle che, come colonne di fuoco, indicano la via nel vasto sistema dei significati biblici. Una delle parole più eminenti della Bibbia è qadosh, santo; una parola che più di ogni altra rappresenta il mistero e la maestà del divino. Ora, che cosa è stato il primo oggetto santo nella storia dell'universo? È stata una montagna? È stato un altare?

La eminente parola qadosh viene usata per la prima volta nel libro del Genesi alla fine della storia della creazione, ed è estremamente significativo che essa venga applicata al tempo: "E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò". Nel racconto della creazione, a nessun oggetto nello spazio viene attribuito il carattere della santità. Qui ci allontaniamo radicalmente dal pensiero religioso abituale. Lo spirito mitico si aspetterebbe che, dopo aver fondato il cielo e la terra, Dio creasse un luogo sacro — una montagna o una fonte sacra — sul quale erigere un santuario. Invece sembra che per la Bibbia conti più di tutto la santità nel tempo, il Sabato.

Agli albori della storia vi era soltanto una santità nel mondo: la santità nel tempo. Quando sul Sinai stava per essere pronunciata la parola di Dio, fu elevata una invocazione alla santità nell’uomo: "Voi sarete per me un popolo santo". Soltanto dopo che il popolo cedette alla tentazione di adorare un oggetto, un vitello d'oro, fu ordinata l'erezione di un Tabernacolo, la santità nello spazio. Prima venne la santità del tempo, poi la santità dell'uomo, ed infine la santità dello spazio. Il tempo è stato santificato da Dio; lo spazio e il tabernacolo sono stati consacrati da Mosè.

Mentre le festività celebrano gli eventi che si sono verificati nel tempo, la data del mese fissata per ogni festività è determinata dalla vita della natura. La Pasqua e la Festa delle Capanne, per esempio, coincidono con la luna piena, e la data di tutte le festività è un giorno del mese, e il mese è il riflesso di ciò che si svolge periodicamente nel regno della natura, giacché il mese ebraico comincia con la luna nuova, col riapparire della luna nel cielo della sera. Il Sabato invece è completamente indipendente dal mese e non ha relazione con la luna; la sua data non è determinata da alcun evento della natura ma dall'atto della creazione. L'essenza del Sabato è assolutamente al di fuori dello spazio.

Il Sabato è fatto per celebrare il tempo, non lo spazio. Per sei giorni alla settimana noi viviamo sotto la tirannia delle cose dello spazio; il Sabato ci mette in sintonia con la santità nel tempo: in questo giorno siamo chiamati a partecipare a ciò che è eterno nel tempo, a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione; dal mondo della creazione alla creazione del mondo. Chi desidera entrare nella santità del giorno deve prima deporre la profanità e il chiasso del commercio, il giogo della fatica. Deve allontanarsi dallo stridore dei giorni dissonanti, dal nervosismo e dalla furia dell'acquisire e dal tradimento perpetrato nel prevaricare sulla sua stessa vita.

Egli deve prendere congedo dal lavoro manuale e imparare a comprendere che il mondo è già stato creato e sopravviverà anche senza l'aiuto dell'uomo. Per sei giorni della settimana noi lottiamo con il mondo, spremendo profitto dalla terra; il Sabato ci interessiamo con cura speciale dei semi di eternità piantati nella nostra anima. Al mondo diamo le nostre mani, ma la nostra anima appartiene a Qualcun Altro. Per sei giorni della settimana noi cerchiamo di dominare il mondo, nel settimo giorno cerchiamo di dominare il nostro io.

Quando i Romani notarono con quale intransigenza gli Ebrei osservavano la legge di astenersi dal lavoro nel giorno di Sabato, la loro unica reazione fu il disprezzo. Secondo Giovenale, Seneca ed altri, il Sabato era un segno dell'indolenza giudaica. In difesa del Sabato, Filone afferma: "In questo giorno ci viene comandato di astenerci da ogni lavoro, non già perché la legge inculchi la rilassatezza [...] Il suo obiettivo è invece di sollevare un po' l'uomo dalla continua e incessante fatica e, ristorando il suo corpo, di farlo ritornare rinnovato alle sue precedenti attività".

Qui il Sabato è presentato non secondo la Bibbia ma secondo Aristotele, il quale dice: "Noi abbiamo bisogno di rilassarci, perché non possiamo lavorare di continuo. Il riposo, dunque, non è un fine". Nello spirito biblico, invece, la fatica è un mezzo per il fine, e il Sabato in quanto giorno di riposo dal lavoro non è stato creato per far recuperare le energie perdute: esso è stato creato per amore della vita. L'uomo non è una bestia da soma, e il Sabato non serve ad accrescere la sua efficienza sul lavoro. "Ultimo nella creazione, primo nell'intenzione", il Sabato è "il fine della creazione del cielo e della terra".

Il Sabato non è a servizio dei giorni feriali; sono invece i giorni feriali che esistono in funzione del Sabato. Esso non è un interludio, ma il culmine del vivere. Tre atti di Dio caratterizzarono il settimo giorno: Egli riposò, benedisse e santificò il settimo giorno (Gen. 2, 2-3). Alla proibizione del lavoro si aggiunge perciò la benedizione della gioia e l'enfasi della santità. Non soltanto le mani dell'uomo celebrano il giorno, ma anche la lingua e l'anima osservano il Sabato: in esso non si parla come nei giorni feriali; dovrebbe essere evitato persino il pensiero degli affari o del lavoro.

Il lavoro è un mestiere, ma il riposo perfetto è un'arte, il risultato di un'armonia tra il corpo, la mente e l'immaginazione. Il settimo giorno è un palazzo che noi costruiamo nel tempo. È fatto di anima, di gioia e di reticenze. Nella sua atmosfera, la disciplina ricorda la vicinanza con l'eternità. Lo splendore di questo giorno è espresso in termini di astensioni, così come il mistero di Dio è reso via negationis. Queste restrizioni sono canti per coloro che sanno vivere in un palazzo insieme con una regina.

Vi è un'espressione che viene usata di rado per designare una emozione così profonda da essere incomunicabile: l'amore del Sabato. Per più di duemila anni l'emozione ha riempito i nostri canti e le nostre anime. Era come se un intero popolo fosse innamorato del settimo giorno. Il contributo ebraico all'idea dell'amore è nell'amore del Sabato, nell'amore di un giorno, dello spirito in forma di tempo. Che cosa vi può essere di tanto luminoso in un giorno? La ragione è che il settimo giorno è una miniera nella quale si può trovare il prezioso metallo dello spirito con cui costruire il palazzo nel tempo, una dimensione in cui l'umano si sente a proprio agio con il divino; una dimensione in cui l'uomo aspira a raggiungere la somiglianza con il divino.

La somiglianza con Dio può essere trovata nel tempo, che è eternità mascherata. L'arte di osservare il settimo giorno è l'arte di dipingere sulla tela del tempo la misteriosa grandiosità del culmine della creazione: come Egli ha santificato il settimo giorno, così faremo noi. Amare il Sabato è amare quello che abbiamo in comune con Dio. Il mondo senza il Sabato sarebbe un mondo che ha conosciuto solo se stesso; sarebbe scambiare Dio per una cosa; un mondo senza una finestra che dall'eternità si apra sul tempo. Lo spirito del Sabato deve essere sempre legato ad atti concreti, ad azioni e astensioni ben precise. Il reale e lo spirituale sono una cosa sola, come il corpo e l'anima nell'uomo vivo. Spetta alla legge preparare il sentiero; spetta all'anima sentire lo spirito.

Gli antichi rabbini intuirono che il Sabato richiede tutta l'attenzione dell'uomo, il servizio e la devozione assoluta di un amore totale. La logica di una siffatta concezione li portò ad ampliare continuamente il sistema delle leggi e delle regole da osservare. Il loro intento era di nobilitare la natura umana e di renderla degna di arrivare a questo giorno regale.

Tuttavia, non sempre la legge e l'amore, la disciplina e la gioia si fondevano tra loro. Nel timore di dissacrare lo spirito di questo giorno, gli antichi rabbini stabilirono un livello di osservanza che è sì alla portata delle anime più alte ma non di rado supera le capacità degli uomini comuni. La glorificazione di questo giorno, l'insistenza sull'osservanza stretta non condusse però i rabbini a deificare la legge: "Il Sabato è stato dato a voi, non voi al Sabato". Essi sapevano che la religiosità esagerata può mettere in pericolo il compimento dell'essenza della legge: "Nulla è più importante, secondo la Torà, che salvare la vita umana. Anche quando vi è soltanto la minima probabilità che una vita sia in gioco, si può trascurare ogni proibizione della legge".

Si devono sacrificare le mitzvoth per amore dell'uomo anziché sacrificare l'uomo per amore delle mitzvoth. Lo scopo della Torà è di "recare la vita ad Israele, in questo mondo e nel mondo futuro".

Se una continua austerità può seriamente smorzare lo spirito di questo giorno, la leggerezza lo distruggerebbe. Non è possibile correggere una preziosa filigrana con una lancia o fare operazioni al cervello con un vomere. Bisogna sempre ricordare che il Sabato non è un'occasione per svaghi o frivolezze; non è un giorno da dedicare ai fuochi d'artificio o alle capriole, ma un'occasione per rappezzare la nostra vita sbrindellata; per raccogliere il tempo, non per dissiparlo. Il lavoro privo di dignità è causa di miseria; il riposo privo di spirito è fonte di depravazione. Le proibizioni sono servite a impedire che si sciupasse la grandiosità di questo giorno.

Due cose il popolo romano desiderava ardentemente: il pane e i giochi del circo. Ma l'uomo non vive solo di pane né di giochi. Chi gli insegnerà a desiderare ardentemente lo Spirito di un giorno sacro? Il Sabato è il dono più prezioso che l'umanità abbia ricevuto dal tesoro di Dio. Durante tutta la settimana noi pensiamo: "Lo spirito è troppo lontano" e soccombiamo all'indifferenza spirituale; oppure, nella migliore delle ipotesi, preghiamo: "Concedici un po' del Tuo spirito". Al Sabato invece lo spirito ci prega: "Accetta da me ogni perfezione...".

Eppure, ciò che lo Spirito ci offre è spesso troppo augusto per la nostra mente grossolana. Noi accettiamo sì l'agio e il ristoro del Sabato, ma ci sfuggono le sue ispirazioni, la sua origine e il suo significato. Questo è il motivo per cui nella nostra preghiera chiediamo: "Possano i Tuoi figli intendere e capire che il loro riposo proviene da me". Osservare il Sabato significa celebrare l'incoronazione di un giorno in uno spirituale Paese delle Meraviglie che è il tempo, la cui aria noi respiriamo quando "lo chiamiamo una delizia".

Il Sabato è una delizia: una delizia per l'anima e una delizia per il corpo. Poiché da tanti atti ci si deve astenere nel settimo giorno, "voi potreste pensare che io vi abbia dato il Sabato per il vostro dispiacere; io invece vi ho dato il Sabato per il vostro piacere". Santificare il settimo giorno non significa: "Mortificherai te stesso", ma, al contrario, santificarlo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutti i sensi. "Santificate il Sabato con piatti scelti, con splendidi indumenti; rallegrate l'anima vostra con il piacere, ed io vi ricompenserò per questo stesso piacere".

A differenza del Giorno dell'Espiazione, il Sabato non ha finalità esclusivamente spirituali. È un giorno dell'anima come del corpo; il benessere e il piacere sono parte integrante dell'osservanza del Sabato. La sua benedizione deve comprendere l'uomo nella sua interezza, con tutte le sue facoltà.

Una volta un principe fu mandato in cattività e costretto a vivere in incognito tra gente rozza e incolta. Passarono gli anni ed egli si struggeva di nostalgia per il re suo padre e per la sua terra natia. Un giorno gli giunse un messaggio segreto in cui il padre gli prometteva di riportarlo al palazzo e lo esortava a non dimenticare la sua educazione principesca. Grande fu la gioia del principe, ansioso di festeggiare quel giorno. Ma nessuno può fare festa da solo. Egli allora invitò la gente nella taverna del paese e ordinò cibo e bevande copiose per tutti. Fu una festa sontuosa, e tutti erano colmi di gioia: la gente per le bevande e il principe pregustando il suo ritorno al palazzo. L'anima non è in grado di celebrare da sola: anche il corpo deve essere invitato a partecipare alla gioia del Sabato.

"Il Sabato è un ricordo dei due mondi: questo mondo e il mondo futuro; esso è un esempio di entrambi i mondi. Il Sabato infatti è gioia, santità e riposo; la gioia è parte di questo mondo, la santità e il riposo sono del mondo futuro".

Osservare il settimo giorno non significa soltanto obbedire strettamente a un comando divino: significa celebrare la creazione del mondo e creare ogni volta di nuovo il settimo giorno, la maestà della santità nel tempo, "un giorno di riposo, un giorno di libertà", un giorno che è come "signore e re di tutti gli altri giorni, signore e re nel regno del tempo".

Come possiamo valutare la differenza tra il Sabato e gli altri giorni della settimana? In un giorno come il mercoledì le ore sono vuote e rimangono prive di carattere se non si conferisce loro un significato. Le ore del settimo giorno invece sono significative per se stesse; il loro contenuto e la loro bellezza non dipendono dal lavoro, profitto o progresso che ci possono portare. Esse hanno la bellezza della grandiosità: "Bellezza della grandiosità, una corona di vittoria, un giorno di riposo e di santità..., un riposo nell'amore e nella generosità, un vero e genuino riposo, un riposo che largisce pace e serenità, tranquillità e sicurezza, un perfetto riposo del quale Tu ti rallegri".

Il tempo è come una terra deserta: possiede grandiosità ma non bellezza. La sua strana, terribile potenza è sempre temuta, ma di rado bene accolta. Ma poi arriva il settimo giorno, il Sabato, col suo carico di felicità che incanta l'anima, che si insinua nei nostri pensieri con vivificante attrazione. È un giorno in cui le ore non s'incalzano l'una con l'altra; è un giorno che riesce a lenire ogni tristezza.

Nessuno, neppure l'uomo incolto e rozzo, può restare insensibile alla sua bellezza. "Anche l'uomo incolto sente il timore reverenziale di questo giorno". I vecchi rabbini credevano virtualmente impossibile dire una bugia nel sacro giorno del Sabato. Che cosa significa la parola "Sabato"? Secondo taluni è il nome del Santo. Poiché la parola Shabbath è un nome di Dio, essa non dovrebbe essere pronunciata in luoghi impuri, là dove non possono essere proferite le parole della Torà. Taluni furono attenti a non nominarla invano.

Il settimo giorno è come un palazzo nel tempo con un regno per tutti. Non è una data ma un'atmosfera. Non è un diverso livello di coscienza ma un clima diverso; è come se in qualche modo fosse cambiato l'aspetto di tutte le cose. La prima consapevolezza è il sentirci nel Sabato più che sentire il Sabato in noi. Possiamo anche non sapere se il nostro giudizio è corretto o se i nostri sentimenti sono nobili, ma l'aria di questo giorno ci circonda come la primavera, che si diffonde sulla terra senza il nostro aiuto o la nostra consapevolezza.

"Com'è meravigliosa la Festa delle Capanne! Quando dimoriamo nella Capanna, anche il nostro corpo si sente circondato dalla santità della Mitzvà", disse una volta un rabbino a un suo amico. Al che questi osservò: "Il Giorno del Sabato è ancora più di questo. Durante la Festa tu puoi anche lasciare per un momento la Capanna; il Sabato invece ti circonda ovunque tu vada".

La differenza tra il Sabato e gli altri giorni non si può riscontrare nella struttura fisica delle cose, nella loro dimensione spaziale: le cose non cambiano in quel giorno. Vi è soltanto una differenza nella dimensione del tempo, nel rapporto dell'universo con Dio. Il Sabato precedette la creazione e il Sabato completò la creazione: esso è il massimo di spirito che il mondo possa portare. Il Sabato nobilita l'anima e rende saggio il corpo.

Un esempio servirà a chiarire questo fatto. Una volta un rabbino fu murato dai suoi persecutori in una caverna, dove nessun raggio di luce poteva giungere fino a lui a rivelargli quando fosse giorno e quando notte. Nulla lo tormentava quanto il pensiero di essere impedito di celebrare il Sabato con il canto e la preghiera. Inoltre un desiderio quasi incontenibile di fumare lo fece molto soffrire. Si tormentava e si rimproverava per non esser capace di dominare questa passione, quando tutt'a un tratto si accorse che questa era sparita; una voce interna gli disse: "Ora è venerdì sera! Questa infatti è sempre stata l'ora in cui regolarmente mi abbandonava il desiderio di ciò che è proibito di Sabato". Gioiosamente egli si alzò e ringraziò Dio a voce alta e benedisse il giorno del Sabato. Così continuò da una settimana all'altra: il suo insistente bisogno di fumare scompariva regolarmente all'arrivo del Sabato.

Il Sabato è una delle più alte ricompense della vita, una fonte di forza e di ispirazione per sopportare gli affanni, per vivere nobilmente. Il lavoro dei giorni feriali e il riposo del settimo giorno sono tra loro correlati. Il Sabato è l'ispiratore, gli altri giorni sono da esso ispirati. Le parole: "Il settimo giorno Dio terminò la Sua opera" (Gen. 2, 2) sembrano un enigma. Gli antichi rabbini ne conclusero che ovviamente vi fu un atto di creazione al settimo giorno: il cielo e la terra furono creati in sei giorni, la menuchà fu creata di Sabato. "Dopo i sei giorni della creazione, che cosa mancava ancora nell'universo? La menuchà. Venne il Sabato, venne la menuchà, e l'universo fu completo".

Menuchà, che generalmente si traduce con "riposo", qui ha significato più ampio che astensione dal lavoro: è qualcosa di reale e di intrinsecamente positivo. "Che cosa è stato creato il settimo giorno? La tranquillità, la serenità, la pace e il riposo". Nello spirito biblico menuchà è sinonimo di felicità e silenzio, di pace e armonia. L'essenza di una vita retta è menuchà: "Il Signore è il mio pastore, io non mancherò di nulla. Egli mi fa riposare sui verdi pascoli. Egli mi conduce in riva alle acque tranquille" (le acque di menuchoth). Più tardi, menuchà divenne sinonimo della vita nel mondo futuro, della vita eterna.

Per sei sere della settimana noi preghiamo: "Proteggi la nostra uscita e la nostra entrata"; il venerdì sera invece noi preghiamo: "Accoglici sotto la tenda della Tua pace". Tornando dalla sinagoga, intoniamo il canto: "La pace sia con voi, Angeli della Pace". Il settimo giorno canta.

Un'antica allegoria racconta: "Quando Adamo vide la maestà del Sabato, la sua grandezza e la sua gloria, e la gioia che conferiva a tutti gli esseri, intonò un canto di lode come per esprimere gratitudine al giorno del Sabato. Allora Dio gli disse: Tu elevi un canto di lode al giorno del Sabato, e non canti per Me, il Dio del Sabato? Allora il Sabato si alzò dal suo seggio e si prosternò davanti a Dio, dicendo: È cosa buona esprimere gratitudine al Signore. E tutto il creato aggiunse: E cantare lode al Tuo Nome, o Altissimo".

"Gli angeli hanno sei ali, una per ogni giorno della settimana, con cui cantano la loro lode; ma essi rimangono silenziosi il Sabato, poiché è il Sabato stesso che eleva un inno a Dio. Il Sabato ispira tutte le creature a inneggiare al Signore". Così dice la liturgia per il mattino del Sabato: "A Dio che riposò da ogni atto il settimo giorno e ascese sul Suo trono di gloria. Egli ha rivestito di bellezza il giorno del riposo; Egli ha chiamato il Sabato una delizia. Questo è il canto e la lode del settimo giorno, in cui Dio si riposò dalla Sua opera".

Il settimo giorno è di per sé un'espressione di lode. Un canto del giorno di Sabato: "È giusto esprimere gratitudine al Signore!". Perciò, tutte le creature di Dio Lo benedicono. Il Sabato insegna a tutti gli esseri chi bisogna lodare.

La civiltà tecnica è il prodotto del lavoro, del potere che l'uomo esercita per guadagnare e per produrre i beni. Essa ha inizio quando l'uomo, non pago di quanto è disponibile in natura, ingaggia una lotta con le forze della natura per migliorare la propria sicurezza e accrescere il proprio benessere. Secondo il linguaggio della Bibbia, compito della civiltà è sottomettere la terra, acquisire il dominio sulle bestie.

Siamo spesso orgogliosi delle vittorie conseguite nella guerra contro la natura, orgogliosi della moltitudine di strumenti che siamo riusciti a inventare, dell'abbondanza di cose utili che siamo stati capaci di produrre. Tuttavia, le nostre vittorie sono giunte a un punto tale da sembrare sconfitte. Nonostante i nostri trionfi, siamo caduti vittime del lavoro delle nostre mani; è come se le forze che abbiamo dominato avessero dominato noi.

La nostra civiltà conduce forse al disastro, come molti sono inclini a credere? La civiltà è forse essenzialmente cattiva, tale da essere rifiutata e condannata? La fede dell'ebreo non è una via per uscire dal mondo ma un modo per esservi entro e al di sopra; una via che non porta a rifiutare la civiltà ma a superarla. Il Sabato è il giorno in cui impariamo l'arte di superare la civiltà.

Adamo fu posto nel Giardino dell'Eden "per coltivarlo e custodirlo" (Gen. 2,1). Il lavoro non è soltanto il destino dell'uomo: esso ha una dignità divina. Ma, dopo aver mangiato il frutto dell'albero della conoscenza, egli fu condannato alla fatica, non soltanto al lavoro: "Nella fatica mangerai... tutti i giorni della tua vita" (Gen. 3,17). Il lavoro è una benedizione, la fatica è la miseria dell'uomo.

Il Sabato, quale giorno di astensione dal lavoro, non è deprezzamento ma valorizzazione del lavoro, una divina esaltazione della sua dignità. "Ti asterrai dal lavoro il settimo giorno", è il seguito del comandamento: "Per sei giorni lavorerai, e farai tutta l'opera tua". Come ci viene comandato di osservare il Sabato, così ci viene comandato di lavorare: "Amate il lavoro". Il dovere di lavorare per sei giorni fa parte del patto di Dio con l'uomo quanto il dovere di astenersi dal lavoro nel settimo giorno.

Riservare un giorno della settimana alla libertà, un giorno in cui non si usino gli strumenti che tanto facilmente sono stati trasformati in armi di distruzione, un giorno per essere noi stessi, un giorno di distacco dalla volgarità, di indipendenza dagli obblighi esteriori, un giorno in cui smettiamo di adorare gli idoli della civiltà tecnica, un giorno in cui non facciamo uso del denaro, un giorno di tregua nella lotta economica con i nostri simili e con le forze della natura: esiste forse un'altra istituzione che offra una maggiore speranza di progresso per l'uomo? La soluzione del problema più tormentoso dell'umanità non si troverà rinunciando alla civiltà tecnica, ma conquistando un certo grado di indipendenza da essa.

Per ciò che riguarda i doni esterni, il possesso esteriore, il solo atteggiamento giusto è questo: possedere, ma essere anche capaci di farne a meno. Nel giorno di Sabato noi viviamo, per così dire, indipendenti dalla civiltà tecnologica: ci asteniamo principalmente da ogni attività che si proponga di ricostruire o rimodellare le cose dello spazio. Il privilegio regale dell'uomo di conquistare la natura è sospeso nel settimo giorno.

Quali tipi di lavoro non devono essere eseguiti di Sabato? Secondo gli antichi rabbini, tutti gli atti che erano stati necessari per la costruzione e l'allestimento del Santuario nel deserto. Il Sabato stesso è un santuario che noi costruiamo, un santuario nel tempo. Una cosa è essere presi nella corsa o esservi sospinti dalle vicissitudini che incombono sulla vita, un'altra è arrestarsi per fare nostra la presenza di un momento eterno.

Il settimo giorno è l'armistizio nella lotta crudele che l'uomo conduce per l'esistenza, una tregua in tutti i conflitti individuali e sociali, la pace tra uomo e uomo, tra l'uomo e la natura, la pace all'interno dell'uomo; un giorno in cui è considerato un sacrilegio maneggiare soldi, in cui l'uomo manifesta la sua indipendenza da quello che è il massimo idolo del mondo. Il settimo giorno è l'esodo dalla tensione, la liberazione dell'uomo dal suo stesso fango, l'insediamento dell'uomo quale sovrano del tempo.

Nell'oceano tumultuoso del tempo e della fatica vi sono isole di tranquillità dove l'uomo può trovare rifugio e ricuperare la propria dignità. Questa isola è il settimo giorno, il Sabato, un giorno di distacco dalle cose, dagli strumenti e dagli affari pratici e di attaccamento allo spirito. Il Sabato deve essere trascorso tutto "nell'incanto, nella grazia, nella pace e in grande amore... poiché in esso persino il malvagio nell'inferno trova pace". È perciò doppiamente peccato la collera di Sabato. "Non accenderete il fuoco nelle vostre dimore nel giorno del Sabato" (Es. 35,3) viene interpretato: "Non accenderete il fuoco della controversia né il calore dell'ira", non accenderete alcun fuoco, nemmeno quello della giusta indignazione.

Dal fondo dei giorni in cui lottiamo e della cui bruttezza soffriamo, noi guardiamo al Sabato come alla nostra patria, come alla nostra sorgente e al nostro punto d'arrivo. In questo giorno lasciamo da parte le occupazioni volgari per ritrovare la nostra condizione autentica, in questo giorno possiamo essere partecipi di una benedizione che ci fa essere ciò che siamo, indipendentemente dalla nostra istruzione, dal nostro successo nella carriera: il Sabato è un giorno di indipendenza dalle condizioni sociali.

Tutta la settimana possiamo meditare e tormentarci se siamo ricchi o poveri, se abbiamo successo o meno nel nostro lavoro. Ma chi potrebbe sentirsi afflitto nel contemplare i bagliori spettrali dell'eternità, senza sentirsi sbigottito per la vanità stessa di questa sua afflizione? Il Sabato non è tempo di ansia o preoccupazione personale, di qualunque attività che possa smorzare lo spirito della gioia. È un giorno fatto per la lode, non per le suppliche. Il digiuno, il lutto, le manifestazioni di dolore sono proibiti. Il periodo di lutto viene interrotto dal Sabato. E quando si visita un malato nel giorno di Sabato, si deve dire: "È Sabato, non ci si deve lamentare; presto sarai guarito".

Perché le Diciotto Benedizioni non vengono recitate il Sabato? Appunto perché il Sabato ci è stato dato da Dio per la gioia, per il riposo, e non deve essere sciupato da contrarietà o dolori. Qualora vi fosse un malato in famiglia, ricordandocene diventeremmo tristi nel giorno del Sabato. Per questa stessa ragione introduciamo la preghiera "che non vi sia tristezza né pena nel giorno del nostro riposo". Essere tristi al Sabato è un peccato.

Il Sabato è un giorno d'armonia e di pace, pace tra uomo e uomo, pace nel cuore dell'uomo, e pace con tutte le cose. Nel settimo giorno l'uomo non ha il diritto di interferire nel mondo di Dio, di alterare lo stato delle cose fisiche. È un giorno di riposo per l'uomo come anche per l'animale.

Un giorno Rabbi Salomone di Radomsk arrivò in una cittadina dove viveva una vecchia che aveva conosciuto il celebre Rabbi Elimelech. Essa raccontò: "Durante la settimana le fantesche bisticciavano spesso fra loro. Ma il venerdì, quando stava per arrivare il Sabato, nella cucina regnava un'atmosfera come alla vigilia del Giorno dell'Espiazione. Tutte eravamo sopraffatte dal bisogno di domandarsi perdono l'un l'altra". Il Sabato è perciò più di un armistizio: è una profonda e cosciente armonia tra l'uomo e il mondo. Tutto ciò che nel mondo è divino viene posto in comunione con Dio. Questo è il Sabato; la vera felicità dell'universo.

"Per sei giorni lavorerai e farai l'opera tua" (Es. 20,8). Riposa il Sabato come se tutta la tua opera fosse compiuta. Riposa anche dal pensiero del lavoro. Una volta, durante il Sabato, un uomo pio vide una breccia nello steccato del suo vigneto e si propose di ripararlo. Al termine del Sabato egli decise: dato che il pensiero di ripararlo mi è venuto di Sabato, non lo riparerò mai.


Interpretazione allegorica di un antico dibattito

Il tempo: intorno all'anno 130. Il luogo: la Palestina. La gente presente: tre eminenti studiosi (Rabbi Giuda ben Ilai, Rabbi Giosuè e Rabbi Simeone ben Jochai) e un profano, sotto il dominio dell'impero romano.

Rabbi Giuda aprì la conversazione dicendo: "Come sono belle le opere di questo popolo! Hanno fatto strade e mercati, hanno costruito ponti, hanno eretto bagni pubblici". Rabbi Giosuè rimase silenzioso. Allora Rabbi Simeone ben Jochai replicò: "Tutto quel che hanno costruito, lo hanno fatto per se stessi. Hanno fatto strade per mettervi le meretrici; hanno costruito ponti per riscuotere il pedaggio; hanno eretto i bagni per deliziare i propri corpi".

Le autorità romane decretarono: "Giuda che ci ha magnificato sarà magnificato; Giosuè che è rimasto silenzioso andrà in esilio; Simeone che ha vilipeso la nostra opera sarà messo a morte". Rabbi Simeone e suo figlio Rabbi Eliezer si nascosero in una caverna per dodici anni. Si verificò un miracolo: un albero di carrube crebbe all'interno e un pozzo d'acqua si aprì. Passavano tutto il giorno studiando la Torà immersi nella sabbia per non logorare i vestiti.

Dopo dodici anni, il profeta Elia annunciò che l'imperatore era morto. Uscendo dalla caverna, videro la gente arare i campi ed esclamarono: "Questa gente rinuncia alla vita eterna ed è impegnata soltanto nella vita temporale!". Una voce dal cielo li richiamò: "Siete riapparsi per distruggere il mio mondo? Tornate nella vostra caverna!".

Vi rimasero altri dodici mesi. Quando uscirono di nuovo, era la vigilia del Sabato. Videro un vecchio che portava due fasci di mirto. "A che cosa servono?", domandarono. "Sono in onore del Sabato", rispose il vecchio. Allora Rabbi Simeone disse a suo figlio: "Osserva bene quanto sono cari a Israele i comandamenti di Dio...". Fu in quel momento che entrambi ritrovarono la tranquillità dell'anima.

Questa storia simbolica ci racconta come Rabbi Simeone sia giunto a riconciliarsi con il mondo. Non si trattava solo di opporsi a una civiltà particolare, ma a ogni civiltà che dimentica l'eternità. Roma era all'apice della gloria, con i suoi fori e acquedotti "ammirati persino dagli dèi". I Romani chiamavano la loro città "Eterna", credendo che i monumenti sarebbero durati per sempre. Ma per Rabbi Simeone, l'eternità non risiedeva nello spazio costruito, ma nel tempo santificato. Egli fuggì dal mondo in cui l'eternità era l'attributo di una città, e andò in una caverna, dove trovò il modo di dare alla sua vita un marchio di eternità vera.

In un appello al Senato affinché ai soldati della Legione Marziana caduti in battaglia "fosse innalzato un monumento della più nobile forma possibile", Cicerone disse: "Breve è la vita che ci è assegnata dalla natura; ma il ricordo di una vita nobilmente conclusa dura in eterno... Perciò si dovrebbero innalzare molte opere d'arte ed incidervi un'iscrizione". Rivolgendosi ai soldati caduti, aggiunse: "In tal modo, in cambio della condizione mortale della vita, vi sarete conquistati l'immortalità".

In verità, fu proprio l'intuizione di ciò che significa eternità a determinare in Rabbi Simeone la decisione di ritirarsi da questo mondo. Le ricompense che i più ambiscono avevano un valore minimo per lui. Egli non era prigioniero delle cose terrene: "Ogni carne è come l'erba, e tutta la sua grazia è come un fiore del campo. L'erba si secca, il fiore appassisce; ma la parola del nostro Dio dura in eterno".

Il mondo è transitorio, ma la parola di Dio, dalla quale è stato creato, è eterna. All'eternità si perviene dedicando la propria vita allo studio della Torà. Proprio per il dono di percepire nella dedizione alla Torà il sapore dell'eterno noi ringraziamo dicendo: "Benedetto sii Tu... che ci hai dato la Torà... e hai piantato in noi la vita eterna". Per Rabbi Simeone l'eternità non era conquistata da coloro che barattavano il tempo con lo spazio, ma da coloro che sapevano colmare il loro tempo con lo spirito.

Un contemporaneo di Rabbi Simeone, il famoso eretico Elisha ben Abuyà, predicava il concetto opposto, sollecitando gli allievi a occupazioni pratiche: "Fuori, oziosi, smettete di sprecare i vostri giorni. Date inizio a un lavoro da uomini: tu, diventa fabbro, e tu muratore, tu sarto, e tu pescatore". Rabbi Simeone, che rifiutava questo mondo, ed Elisha, che ne era infatuato, rappresentavano i due estremi.

Il mite Rabbi Giuda ben Ilai suggeriva invece la via del mezzo: "La vita è paragonabile a due strade: una di fuoco e l'altra di ghiaccio. Se si cammina sulla prima, ci si brucia, e se si cammina sulla seconda, ci si congela. Bisogna camminare nel mezzo". Ma Rabbi Simeone insisteva: se l'uomo dedica tutto il suo tempo ad arare, seminare e trebbiare, "che ne sarà della Torà?".

In questo racconto Rabbi Simeone e suo figlio appaiono agli antipodi di Prometeo. Se Prometeo rubò il fuoco agli dèi per darlo agli uomini (la tecnica), Rabbi Simeone tentò di togliere il fuoco agli uomini (l'affanno terrestre) per riportarli al cielo. La soluzione finale al problema della civiltà giunse però attraverso l'incontro con il "vecchio" che portava due fasci di mirto in onore del Sabato.

Il mirto era il simbolo dell'amore e della promessa sposa. Il vecchio personificava Israele che dà il benvenuto al Sabato come a una sposa. Questa è la risposta: non fuggire dallo spazio, ma essere innamorati dell'eternità. Le cose sono i nostri attrezzi; l'eternità, il Sabato, è l'oggetto del nostro amore.

Secondo un'allegoria, al principio il tempo fu diviso in sette giorni. Ogni giorno aveva un compagno tranne il settimo. Dio disse al Sabato: "La comunità d'Israele sarà il tuo compagno". La parola ebraica le-kadesh (santificare) significa anche consacrare una donna, fidanzarsi con essa. Il destino di Israele è sposare il settimo giorno.

Rabbi Simeone apparteneva a una generazione che aveva visto il Santuario nello spazio (il Tempio) cadere in rovina. Egli proclamò che Israele non sarebbe rimasto solo, perché consacrato a un santuario nel tempo. In un'epoca di deificazione degli imperatori, egli esaltava la più astratta delle cose: il settimo giorno.

Verso la metà del secolo terzo, illustri sapienti iniziarono a parlare del Sabato come di una presenza viva, un ospite. Si racconta che Rabbi Yannai indossasse gli abiti da cerimonia alla vigilia dicendo: "Vieni, mia sposa, vieni, mia sposa". E Rabbi Chanina il Grande esclamava danzando: "Venite, usciamo ad accogliere la Regina Shabbath".

Due sono gli aspetti del Sabato, come due sono gli aspetti del mondo. Il Sabato ha significato per l'uomo ed ha significato per Dio. Esso è un segno del patto stretto fra loro. Dio ha santificato questo giorno, e l'uomo deve continuare a santificarlo e illuminarlo con la luce della propria anima. Il Sabato è santo per grazia di Dio, ma ha ancora bisogno di tutta la santità che l'uomo è in grado di conferirgli.

Il mondo non sarebbe compiuto se i sei giorni non culminassero nel Sabato. Geniba e i rabbini discussero su questo argomento. Egli disse: "Lo si potrebbe paragonare a un re il quale ha allestito la camera nuziale, abbellendola; che cosa poteva mancare ancora? Che vi entrasse la sposa. Analogamente, che cosa mancava ancora all'universo? Il Sabato". I rabbini aggiunsero l'immagine di un re che si sia fatto fare un anello: "Che cosa poteva mancare ancora? Il sigillo. Analogamente, che cosa mancava all'universo? Il Sabato".

Il Sabato è una sposa, e la sua celebrazione è come uno sposalizio. Dal Midrash apprendiamo che, come una sposa va incontro al suo sposo soave e adorna, così il Sabato viene incontro a Israele. Nel testo biblico, dopo il riferimento al riposo divino, si legge: "...e diede a Mosè kekallotò"; questa parola significa "quando aveva finito", ma può essere letta anche come "sua sposa" (kallà).

A questo alludono le preghiere del Sabato:

  • Nel servizio del venerdì sera diciamo: "Tu hai santificato" (Kiddashtà), termine che richiama la santificazione delle nozze.
  • Nella preghiera del mattino diciamo: "Mosè si rallegrò del dono", come lo sposo con la sposa.
  • Nell'ultima ora diciamo: "Tu sei uno", a simboleggiare l'unione totale.

Chiamare il Sabato regina o sposa non significa personificarlo in senso materiale. Non vi è alcuna iconografia visiva nella mente dei rabbini. Al contrario, personificare ciò che è spiritualmente reale potrebbe significare sminuirlo. Parlare del Sabato come di una sposa serve a illustrare il bisogno che Dio ha dell'amore umano; il Sabato non rappresenta una sostanza, ma la presenza di Dio e la Sua relazione con l'uomo.

L'idea del Sabato come sposa è il tema dell'inno Lechà Dodì ("Vieni, mio diletto") cantato nella sinagoga. Anche il desinare del sabato sera è chiamato "la scorta della regina" (Melavè Malkà), per esprimere il rimpianto nel veder partire questo ospite sacro.

L'espressione Kabbalath Shabbath ha un duplice significato: Kabbalà denota l'atto di assumere un obbligo legale (riposare), ma significa anche "ricevere", dare il benvenuto a una persona. Accettare il Sabato significa dunque accettare la sua sovranità e, al tempo stesso, porgere il saluto alla sua presenza.

Per sei giorni l'uomo è assediato dalle preoccupazioni e non fa attenzione alla bellezza eterea. Ma il sesto giorno sorge il desiderio di essere pronti. Anche chi ha mille servitori dovrebbe affaccendarsi personalmente nei preparativi, come se stesse per ricevere una regina sotto il proprio tetto. Rabbi Giuda ben Ilai, la vigilia, si lavava e sedeva avvolto in vesti di lino: appariva come un angelo del Signore.

Quando ogni lavoro si arresta, vengono accese le candele. Come la creazione ebbe inizio con la luce, così la celebrazione della creazione inizia con l'atto di accendere le luci. È la donna che introduce questa gioia nella casa. Il mondo diventa allora un luogo di riposo, un attimo di risurrezione per lo spirito. Rinfrescati e rinnovati, molti leggono il Cantico dei Cantici: un canto d'amore per Dio, di passione e di tenera esaltazione.

"Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; poiché l'amore è forte come la morte... Molte acque non riescono a spegnere l'amore. Né possono i flutti soffocarlo". Un pensiero ha spazzato via il nostro mercato, c'è canto nel vento e gioia negli alberi. Arriva il Sabato nel mondo e diffonde il suo canto nel silenzio della notte: l'eternità esprime un giorno.

Noi tutti usciamo per dare il benvenuto alla regina, per offrire una serenata alla promessa sposa: "Vieni, amato, incontro alla sposa! Andiamo ad accogliere il Sabato!". Sion è in rovina, Gerusalemme giace nella polvere. Durante tutta la settimana vi è soltanto la speranza della redenzione; ma quando il Sabato entra nel mondo, l'uomo è toccato da un momento di vera redenzione, è come se per un attimo lo spirito del Messia fosse sulla faccia della terra.

"O scrigno del Re, città regale, sorgi! Esci dalle tue rovine... Il tuo Dio si rallegrerà di te come lo sposo si rallegra della sposa". Prima dell'ultimo verso, la congregazione si leva e si volge verso l'occidente come per dare il benvenuto all'ospite invisibile. Tutti chinano il capo per porgergli il saluto: "Vieni in pace, corona di Dio... Vieni, amato, incontro alla sposa".

Il Sabato giunge come una carezza, spazzando via paura e dolore. È già sera quando ha inizio la gioia, quando un sovrappiù dell'anima (neshamà yeterà) visita il nostro corpo mortale. Sentiamo le parole di Mosè che ci incitano a corrispondere all'amore divino: "Amerai il Signore, Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza...".


Il Sabato come "Esempio del Mondo Futuro"

Che Sabato ed eternità siano della medesima essenza è un concetto antico. Una leggenda racconta che Dio disse a Israele: "Il Sabato è un esempio del mondo futuro". Secondo il Talmud, il Sabato è me-en olam ha-ba, ovvero simile all'eternità. Questa idea che in una settima parte della nostra vita si possa fare esperienza del paradiso è una rivelazione.

Per Rabbi Chajm di Krasne, il Sabato è la sorgente stessa dell'eternità. Se non avremo appreso a gustare il sapore del Sabato in questo mondo, non potremo godere della vita eterna nel mondo futuro. La vita eterna non si svolge lontana da noi, ma "è piantata in noi stessi". Come nel sogno del rabbino che vide i sapienti in paradiso: "I Tannaim non sono nel paradiso, è il paradiso che è nei Tannaim".

Per la religiosità ebraica la suprema dicotomia non è tra spirito e materia, ma tra sacro e profano. Il bene è la base, il sacro è la sommità. Le cose create in sei giorni furono considerate "buone", ma il settimo giorno fu reso "santo".

  • Nello spazio: apparteniamo alla natura e alla finitudine.
  • Nel tempo: partecipiamo all'eternità e allo spirito.

Di solito crediamo che la terra sia nostra madre, che il tempo sia denaro e che il profitto sia il nostro compagno. Il settimo giorno ci fa ricordare che Dio è nostro padre, che il tempo è la vita e che lo spirito è il nostro compagno.

L'ebraismo insegnò a trasferire il concetto della santità dalla sfera dello spazio a quella del tempo. Il mondo fisico restò spoglio di ogni santità intrinseca; per essere sacra, una cosa deve essere consacrata da un atto conscio dell'uomo. Per i profeti, il "giorno del Signore" è più importante della "casa del Signore". Il Sabato è il culmine di questa visione: l'insediamento dell'uomo come sovrano del tempo e l'inizio della pace universale.

Nei Dieci Comandamenti non si fa alcun accenno a un luogo sacro. Al contrario, dopo l'evento sul Sinai, a Mosè viene detto: "In qualunque luogo permetterò che venga ricordato il Mio nome, verrò a te per benedirti" (Es. 20, 24). La consapevolezza che il sacro non è legato a un luogo particolare ha reso possibile il sorgere della sinagoga. Il tempio esisteva soltanto a Gerusalemme, mentre vi era una sinagoga in ogni villaggio. Per la preghiera sono stabiliti dei tempi, non dei luoghi.

Nella Bibbia nessuna cosa, nessun luogo della terra è sacro di per sé. Persino il posto dove nella Terra Promessa doveva essere eretto l'unico santuario non viene mai chiamato santo nel Pentateuco, né esso è stato determinato o specificato all'epoca di Mosè. Più di una ventina di volte vi si fa riferimento come al "luogo che sarà scelto dal Signore vostro Dio".

Per molte generazioni questo luogo rimase sconosciuto. Ma re Davide nutrì l'aspirazione di erigere un tempio per il Signore. "E avvenne che, quando il re dimorava nella sua casa e il Signore gli aveva concesso tregua da tutti i nemici intorno a lui, il re si rivolse al profeta Natan con queste parole: Ora guarda: mentre io abito in un palazzo di legno di cedro, l'arca di Dio dimora tra tendaggi".

Ed è dell'ardore di Davide che il Salmista dice nel suo cantico: "O Signore, ricorda a Davide tutte le sue tribolazioni; come egli giurò al Signore e fece voto al Potente di Giacobbe: No, non entrerò nel riparo della mia casa. Non salirò sul letto preparato per me; non concederò sonno ai miei occhi né riposo alle mie palpebre, finché non abbia trovato un luogo per il Signore, una dimora per il Potente di Giacobbe".

Proprio per esaudire la preghiera di Davide venne rivelato il luogo destinato alla costruzione del tempio. "Poiché il Signore ha scelto Sion, l'ha desiderata come Sua dimora: È il luogo dove riposerò per sempre. Qui risiederò; perché l'ho desiderato".

Il luogo fu scelto non perché fosse dotato di un qualsiasi attributo soprannaturale, autoctono, inerente al suolo, ma perché l'uomo lo aveva chiesto e Dio lo desiderava. Il tempio divenne un luogo sacro; ma questa sua sacralità non si era autogenerata: essa fu stabilita, ma ciononostante per i profeti una santità nello spazio fu sempre un paradosso.

Il pio popolo d'Israele soleva cantare: "Andiamo dunque alla Sua dimora; prostriamoci dinanzi al Suo sgabello"; ma il profeta proclamava: Così dice il Signore: "Il cielo è il Mio trono, e la terra è lo sgabello dei Miei piedi; qual è la casa che voi potreste costruirmi? E qual è il luogo che potreste destinare perché in esso io Mi posi?".

Se Dio è dappertutto, Egli non può essere in un luogo preciso. Se Dio ha creato tutte le cose, come può l'uomo fabbricare una cosa per Lui? Nella liturgia dello Shabbat noi recitiamo tuttora: "La Sua gloria riempie l'universo. I Suoi angeli si chiedono l'un l'altro: Dov'è il luogo della Sua gloria?".

Gli antichi rabbini distinguevano questi tre aspetti della santità: la santità del Nome di Dio, la santità dello Shabbat e la santità del popolo d'Israele. La santità dello Shabbat precedette quella d'Israele. La santità della terra d'Israele deriva dalla santità del popolo d'Israele; questa terra non era sacra ai tempi di Terach e nemmeno all'epoca dei Patriarchi, ma fu santificata dal popolo allorché entrò in quella terra sotto la guida di Giosuè. La terra fu santificata dunque dal popolo, lo Shabbat fu santificato da Dio.

La santità dello Shabbat non è pari a quella delle altre festività, poiché quest'ultima dipende da un intervento dell'uomo; infatti è l'uomo che fissa il calendario, determinando così in quale giorno della settimana dovrà capitare una festività. Qualora la gente non riuscisse a stabilire l'inizio del nuovo mese, non si potrebbe celebrare la Pasqua ebraica. Questo non vale però per lo Shabbat; anche se gli uomini trascurassero lo Shabbat, la sua santità rimarrebbe ugualmente intatta. Eppure, tutti gli aspetti della santità sono fra loro misteriosamente correlati.

Il senso della santità nel tempo si manifesta nel modo in cui viene celebrato lo Shabbat. Per osservare il settimo giorno non occorre alcun oggetto rituale, contrariamente alla maggior parte delle festività, in cui sono essenziali alcuni oggetti, come per esempio il pane non lievitato (Pesach), lo Shofar, il Lulav e l'Etrog o la Sukkah.

Nel giorno dello Shabbat si è dispensati dall'uso dei filatteri (il simbolo del Patto), che vengono usati in tutti i giorni della settimana. I simboli sono superflui: lo Shabbat è di per sé un simbolo. "Lo Shabbat è tutto santità". Per osservarlo, niente è essenziale se non avere un'anima nella quale ricevere ancora più anima. Poiché lo Shabbat "sostiene tutte le anime" ed è realmente il mondo delle anime: lo spirito sotto forma di tempo.

Come ci informa il Talmud, tutti i saggi concordano nel dire che la prima Festa delle Settimane in cui fu data la Torah cadde di Shabbat. Questo infatti è l'unico giorno nel quale si potesse dare all'uomo la parola di Dio.

Ogni settimo giorno avviene un miracolo: la risurrezione dell'anima: dell'anima dell'uomo e dell'anima di tutte le cose. Un saggio del medioevo spiegava: Il mondo che era stato creato in sei giorni era privo di anima; fu nel settimo giorno che al mondo venne data un'anima. Ed è per questo che è detto: "...e nel settimo giorno Egli riposò vayinnafash" (Es. 31,17); nefesh significa anima.

La santità di questo giorno eletto non è qualcosa da contemplare e dinanzi a cui ci si debba ritrarre in umiltà. È santo, ma non lontano da noi; bensì in noi e per noi. "Osserverete dunque lo Shabbat, poiché esso è cosa santa per voi" (Es. 31, 14); "Lo Shabbat aggiunge santità ad Israele".

Lo Shabbat conferisce all'uomo qualcosa di reale, quasi percepibile, per così dire una luce che splende dal suo intimo e che si irradia luminosa dal suo volto. "Dio benedisse il settimo giorno" (Gen. 2, 3): "Egli lo benedisse con la luce che si diffonde sul volto dell'uomo: infatti, la luce sul volto dell'uomo non è la stessa durante la settimana e nel giorno dello Shabbat". Questa è una constatazione fatta da Rabbi Shimon bar Yochai.

Qualcosa accade all'uomo nel giorno dello Shabbat: alla vigilia dello Shabbat il Signore conferisce all'uomo neshamah yeterah, e al termine dello Shabbat gliela riprende, dice Rabbi Shimon ben Lakish. Neshamah yeterah significa spirito supplementare, e viene generalmente tradotto "anima supplementare". Ma qual è il senso preciso di questo termine?

Alcuni pensatori considerarono il termine neshamah yeterah come un'espressione figurativa per indicare una spiritualità, un riposo, una serenità accresciuti. Altri credevano, invece, che un'entità spirituale effettiva, una seconda anima, s'incarnasse nell'uomo il settimo giorno. "In quel giorno l'uomo riceve un'anima supplementare celeste, un'anima che è tutta perfezione, secondo il modello del mondo futuro". È "lo spirito santo che aleggia sull'uomo ornandolo di una corona simile a quella degli angeli" e che viene accordato a ogni individuo secondo i suoi meriti.

È per uno scopo spirituale, insegna lo Zohar, che le anime celesti lasciano la loro sfera per entrare per un giorno nella vita degli uomini mortali. Ogni volta che si conclude lo Shabbat le anime celesti ritornano nella loro sfera e si raccolgono alla presenza del Santo Re, il quale domanda a tutte le anime: Quale intuizione nuova nella sapienza della Torah avete conseguito durante la vostra permanenza nel mondo inferiore? Beata l'anima in grado di riferire in presenza di Dio una nuova intuizione a cui l'uomo è giunto durante il settimo giorno. In realtà, deve sentirsi imbarazzata l'anima che comparendo dinanzi a Dio rimane muta, poiché non ha nulla da riferire.

Secondo un'antica leggenda, la luce creata all'inizio del mondo non fu la stessa che viene emessa dal sole, dalla luna e dalle stelle. Questa luce del primo giorno era tale che avrebbe permesso all'uomo di scorgere il mondo con uno sguardo solo, da un estremo all'altro. Poiché l'uomo non era degno di godere la benedizione di una simile luce, Dio la nascose; tuttavia, nel mondo futuro, essa splenderà dinanzi agli uomini giusti in tutta la sua pristina gloria. Qualcosa di questa luce si riflette sui santi e sugli uomini che agiscono in modo giusto, nel settimo giorno: e questa luce è chiamata l'anima supplementare.

Si racconta anche che Rabbi Loew di Praga (morto nel 1609) sia stato chiamato "l'alto Rabbi Loew" perché nel giorno dello Shabbat sembrava più alto di una testa rispetto agli altri sei giorni della settimana. Chiunque osservasse di Shabbat Rabbi Chajim di Cernovitz (morto nel 1813), così è stato tramandato, poteva scorgere una rosa sulla sua guancia. Lo stesso Rabbi Chajim scrive: "Abbiamo visto con i nostri stessi occhi quale terribile cambiamento comporti la santità dello Shabbat nella vita di un santo. La luce della santità gli brilla nel cuore come lingue di fuoco, ed egli si sente sopraffatto dal rapimento e dalla brama di servire Dio... tutta la notte e tutto il giorno...". Appena egli ha terminato i preparativi in onore dello Shabbat, "il fulgore della santità dello Shabbat illumina il suo volto. Tanto luminosa è l'espressione del suo viso che si ha timore ad accostarglisi".

Ma lo Shabbat, così come si realizza nell'esperienza dell'uomo, non può vivere in esilio, come uno straniero solitario in mezzo a giorni profani: esso ha bisogno dell'amicizia di tutti gli altri giorni, i quali devono perciò accordarsi spiritualmente con il Giorno dei Giorni. Tutta la nostra vita deve essere un pellegrinaggio verso il settimo giorno; il pensiero e l'apprezzamento di ciò che questo giorno può apportarci dovrebbe essere sempre presente alla nostra mente. Lo Shabbat infatti è il contrappunto del nostro vivere, è la melodia continua attraverso tutte le agitazioni e vicissitudini che incombono sulla nostra coscienza; è la consapevolezza che Dio è presente nel mondo.

Quello che noi siamo dipende da ciò che lo Shabbat è per noi. Per la vita spirituale, la legge dello Shabbat è ciò che per la natura è la legge della gravità. Niente è così difficile da sopprimere quanto il desiderio di essere schiavi della nostra meschinità. L'uomo deve coraggiosamente, incessantemente, serenamente lottare per la propria libertà interiore, la quale si realizza sottraendosi sia al dominio delle cose sia a quello della gente. Molti hanno raggiunto un alto grado di libertà politica e sociale, ma pochissimi non sono schiavi delle cose. Il nostro problema è proprio questo: come vivere con gli uomini e restare liberi; come vivere con le cose e restare indipendenti.

In un momento d'eternità, quando il sapore della redenzione era ancora fresco in coloro che da poco non erano più schiavi, al popolo d'Israele furono date le Dieci Parole, i Dieci Comandamenti. Il Decalogo inizia e termina parlando della libertà dell'uomo. La prima Parola: "Io sono il Signore tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa di schiavitù", gli ricorda che la sua libertà esteriore gli fu data da Dio, e la decima Parola, "Non desiderare!", gli ricorda che la libertà interiore deve conquistarsela da solo.

Oggi, se vogliamo conferire particolare importanza a una parola, la sottolineiamo oppure la stampiamo in corsivo. Nella letteratura antica, invece, l'enfasi veniva espressa mediante la ripetizione diretta (epizeuxis), ripetendo cioè una parola senza l'intromissione di altre. La Bibbia per esempio dice: "La giustizia, la giustizia seguirai" (Deut. 16, 20); "Consolate, consolate il Mio popolo" (Is. 40, 1). Di tutti i Dieci Comandamenti, soltanto uno viene proclamato due volte, cioè l'ultimo: "Non desiderare... Non desiderare...". È evidente che questa ripetizione vuole sottolinearne la straordinaria importanza. L'uomo viene esortato a non desiderare la casa del vicino, la moglie del vicino, né il suo servo né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né qualunque cosa gli appartenga.

Noi sappiamo che non si può dominare una passione con un decreto. La decima ingiunzione sarebbe perciò praticamente vana se non vi fosse il "comandamento" che riguarda lo Shabbat, al quale è dedicato un terzo del testo del Decalogo, e che costituisce il riassunto di tutti gli altri comandamenti. Dobbiamo cercare un rapporto tra questi due "comandamenti". Non desiderare nulla di ciò che appartiene al tuo vicino; Io ti ho dato qualcosa che appartiene a Me. Che cos'è questo qualcosa? Un giorno.

L'ebraismo propugna una visione della vita intesa come pellegrinaggio verso il settimo giorno; l'aspirazione allo Shabbat durante tutti i giorni della settimana esprime l'aspirazione allo Shabbat eterno durante tutti i giorni della nostra vita. Esso cerca di tramutare il nostro desiderio per le cose dello spazio in desiderio per le cose del tempo, insegnando all'uomo a desiderare il settimo giorno durante tutta la settimana. Dio stesso desiderava quel giorno chiamandolo Chemdath Yamim, un giorno desiderabile. È come se al comando: "Non desiderare le cose dello spazio", corrispondesse: "Tu desidererai le cose del tempo".

I pagani proiettavano la loro consapevolezza di Dio in una immagine visibile o l'associavano a un fenomeno della natura, a un oggetto dello spazio. Nei Dieci Comandamenti, invece, il Creatore dell'universo si identifica con un evento storico, che si verifica nel tempo (la liberazione dall'Egitto) e proclama: "Non ti farai alcuna immagine scolpita né alcuna raffigurazione di ciò che esiste in alto nel cielo o sulla terra o nelle acque al di sotto della terra".

La cosa più preziosa che sia mai esistita sulla terra sono le Due Tavole di pietra che Mosè ha ricevuto sul Sinai, di valore incomparabile. Egli era salito sul monte per prenderle in consegna; lì si nascose per quaranta giorni e quaranta notti senza toccare né pane né acqua. E il Signore gli consegnò le Due Tavole di pietra, sulle quali erano scritti i Dieci Comandamenti, le parole dette dal Signore al popolo d'Israele sul monte in mezzo al fuoco. Ma quando, al termine di quaranta giorni e quaranta notti, Mosè con in mano le Due Tavole discese dal monte e vide il popolo danzare intorno al Vitello d'Oro, gettò le tavole e le spezzò dinanzi ai loro occhi.

"Ogni importante centro di culto in Egitto sosteneva la propria supremazia asserendo di essere il luogo della creazione". Il libro della Genesi invece parla dei giorni e non del luogo della creazione. Le narrazioni mitologiche non accennano al tempo della creazione; la Bibbia invece narra la creazione dello spazio nel tempo.

Ognuno ammetterà che il Grand Canyon è più maestoso di una trincea; ognuno conosce la differenza che passa tra un verme e un'aquila. Ma quanti di noi posseggono un uguale senso di discernimento della diversità del tempo? Lo storico Ranke sosteneva che ogni epoca è ugualmente vicina a Dio. La tradizione ebraica sostiene invece che all'interno del tempo esiste una gerarchia di momenti e che perciò non tutte le epoche si equivalgono. L'uomo può, sì, pregare Dio nella medesima maniera in tutti i luoghi, ma Dio non si rivolge all'uomo nello stesso modo in tutti i tempi. Così ad un certo momento, per esempio, lo spirito profetico abbandonò Israele.

Il tempo per noi è uno strumento di misurazione anziché un regno in cui dimoriamo. Ne acquistiamo coscienza quando cominciamo a paragonare due eventi e a osservare che uno di essi è posteriore all'altro; quando ascoltando una melodia avvertiamo che una nota segue l'altra. Fondamentale per la nostra consapevolezza del tempo è la distinzione tra il prima e il poi.

Ma il tempo è solamente una relazione tra eventi nel tempo? Il momento presente non ha alcun significato al di là del suo rapporto con il passato? Inoltre, conosciamo forse soltanto ciò che è nel tempo, i soli eventi che esercitano un impatto sulle cose dello spazio? Se non avvenisse nulla che fosse in relazione con lo spazio, il tempo non esisterebbe?

Occorre una particolare intelligenza per scoprire il significato ultimo del tempo. Noi lo viviamo e vi ci identifichiamo tanto da vicino che non riusciamo ad accorgercene. Il mondo dello spazio, che circonda la nostra esistenza, non è se non una parte del nostro vivere: il resto è tempo. Le cose sono le sponde, ma il viaggio si svolge nel tempo.

L'esistenza non è mai spiegabile in se stessa, ma solamente attraverso il tempo. Quando chiudiamo gli occhi, nei momenti di concentrazione spirituale noi riusciamo ad avere il tempo senza lo spazio, mentre non possiamo mai avere lo spazio senza il tempo. Per l'occhio spirituale lo spazio non è che tempo congelato, tutte le cose sono eventi pietrificati.

Si può considerare il tempo da due punti di vista: da quello dello spazio e da quello dello spirito. Guardando dal finestrino di un treno che si muove velocemente, noi abbiamo l'impressione che sia il paesaggio a muoversi mentre noi stiamo fermi. Analogamente, quando guardiamo la realtà con l'anima in balia dello spazio, il tempo sembra essere in continuo movimento. Ma allorché impariamo a comprendere che in effetti sono le cose dello spazio che costantemente si esauriscono, allora ci accorgiamo che ciò che non finisce è il tempo, e che è il mondo dello spazio che ruota attraverso l'infinita distesa del tempo. Così la temporalità può essere definita come la relazione dello spazio con il tempo.

L'entità sconfinata, ininterrotta, ma al tempo stesso vuota, che viene realisticamente chiamata spazio, non è la forma ultima della realtà. Il nostro è un mondo dello spazio che si muove attraverso il tempo, dall'Inizio alla Fine dei Giorni.

Per il senso comune, essenza del tempo è l'evanescenza, la temporalità. Ma la verità è che il fatto dell'evanescenza ci balena in mente quando meditiamo sulle cose dello spazio. È il mondo dello spazio che ci comunica questo senso del temporale. Il tempo, ciò che è oltre e indipendente dallo spazio, è sempiterno; è invece lo spazio che perisce. Le cose periscono nel tempo; ma il tempo in sé non cambia. Non dovremmo parlare del fluire o trascorrere del tempo, ma del fluire o trascorrere dello spazio attraverso il tempo. Non è il tempo che muore; è il corpo umano che muore nel tempo. La temporalità è un attributo dello spazio, delle cose dello spazio. Il tempo, che è oltre lo spazio, trascende ogni divisione in passato, presente e futuro.

I monumenti di pietra sono destinati a scomparire; i giorni dello spirito non svaniscono mai. Sull'arrivo del popolo sul Sinai leggiamo nel libro dell'Esodo: "Nel terzo mese dopo l'uscita dei figli d'Israele dalla terra d'Egitto, in questo giorno essi arrivarono nel deserto del Sinai" (ibid 19,1). Questa espressione stupiva gli antichi rabbini, ed essi si domandarono: perché "in questo giorno" invece di "in quel giorno"? Soltanto perché il giorno in cui fu consegnata la Torah non può diventare mai un giorno del passato: quel giorno è questo giorno, ogni giorno. La Torah, in qualunque momento la studiamo, deve essere sentita "come se fosse stata data a noi, oggi stesso".

E ciò vale anche per il giorno dell'esodo dall'Egitto: "In ogni epoca l'uomo deve considerarsi come se fosse egli stesso uscito dall'Egitto".

Il valore di un grande giorno non si misura dallo spazio che occupa nel calendario. Rabbi Akiba esclamava: "Tutto il tempo non vale il giorno in cui a Israele fu dato il Cantico dei Cantici, poiché tutti i cantici sono santi, ma il Cantico dei Cantici è il più santo dei santi".

Nel regno dello spirito non vi è differenza tra un secondo e un secolo, tra un'ora e un'epoca. Rabbi Giuda il Patriarca affermava: "Vi sono coloro che si guadagnano l'eternità nel corso di tutta una vita, e altri che se la guadagnano in un breve attimo". Una sola ora buona può valere quanto tutta una vita; un istante di ritorno a Dio può restituire ciò che si è perduto in anni di distacco da Lui. "È meglio un'ora di pentimento e di atti buoni in questo mondo che tutta la vita nel mondo futuro".

In ciò che facciamo o che omettiamo siamo di solito condizionati dalle cose dello spazio. Noi consideriamo la materia come l'unica realtà al di là di noi stessi, e le cose dello spazio come i dati ultimi dell'esperienza. Il tempo è un luogo comune, come l'aria che respiriamo; soltanto lo spazio è oggetto della nostra attenzione.

Il tempo è sentito come un vuoto o nella migliore delle ipotesi come una specie di binario, sul quale scorre il treno delle cose dello spazio. Di esso noi abbiamo solo la sensazione che sia come un'ombra passeggera delle cose che veramente contano. Privo di ogni realtà, esso si presenta alla nostra attenzione come il momento trascorso, come passato, mentre in quanto presente è usato come occasione per occuparci dello spazio.

Ciò che in primo luogo impedisce all'uomo di prendere Dio sul serio è la sua convinzione di essere lui il padrone delle cose dello spazio. Prendere Dio sul serio significherebbe mettere in crisi il proprio orgoglio e lasciare da parte la propria presunzione. E in realtà, vi è forse qualcosa che impedisca all'uomo di acquistare potere nel regno dello spazio? Fra non molto potremo ricostruire Las Vegas su Marte o Montecarlo sulla luna, mentre le stelle resteranno silenti.

Un'unica entità si erge a confutare il falso senso di sovranità dell'uomo: il Tempo. Le tecnologie di tutti gli imperi messe insieme non possono riconquistare l'attimo trascorso. Questo è il motivo per cui preferiamo non pensare al tempo. Il tempo è trascendente e rimane intatto, sacro: non può essere frantumato. L'uomo può distruggere la terra, ma il tempo andrà avanti ugualmente.

Il tempo è qualcosa che non potrà mai diventare un idolo; è una realtà che noi affrontiamo, ma non possediamo. Le cose dello spazio le possediamo, i momenti del tempo li condividiamo. Di fronte al tempo siamo tutti umili.

La civiltà tecnica è il trionfo dell'uomo sullo spazio; ma il tempo gli resta inaccessibile. Noi possiamo dominare le distanze ma non possiamo riconquistare il passato, né scavare nel futuro. L'uomo trascende lo spazio, ma è trasceso dal tempo. Il tempo è la più grande sfida all'uomo. Noi tutti partecipiamo a una processione interminabile, che passa attraverso il suo regno, ma non riusciamo a prendervi piede. La sua realtà è separata e lontana da noi. Lo spazio è sottoposto al nostro volere; infatti possiamo formare e trasformare le cose dello spazio a nostro piacimento. Il tempo, invece, è al di là della nostra portata, al di là del nostro potere. È contemporaneamente vicino e lontano, intrinseco ad ogni esperienza, eppure trascendente. Esso appartiene esclusivamente a Dio.

"È impossibile meditare sul tempo e sul trascorrere creativo della natura senza essere pervasi da una irresistibile emozione di fronte ai limiti dell'intelligenza umana".

"Allora, che cosa è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so... ma quando mi provo a spiegarlo a qualcuno che me lo domanda, non lo so".

"Tempo, mostrami la tua gloria".

"Non puoi vedere il mio volto, perché l'uomo non potrà vedermi e vivere... Vedrai la mia schiena, ma il mio volto sarà invisibile".

In nessuna circostanza l'uomo è in grado di percepire un momento a faccia a faccia. La percezione, la consapevolezza seguono invece il tempo, afferrando soltanto quello che è stato un momento fa. L'attimo presente svanisce prima che venga compreso. Il pensiero di un momento e il momento stesso non sono mai simultanei.

Il tempo è dunque diversità, un mistero che aleggia su tutte le categorie. È come se il tempo e lo spirito formassero un mondo a parte. Eppure è soltanto all'interno del tempo che si attua la comunanza e l'unione di tutti gli esseri.

Il tempo è dunque un'illusione, un inganno? Nel mondo occidentale l'idea che il tempo sia fallace e irreale è stata rafforzata dalla concezione eleatica che vede l'essere come qualcosa che rimane immobile, inalterato. Poiché tutte le cose nel tempo sono soggette a cambiare, non vi è un vero essere nel tempo. Il tempo è quindi ciò che priva le cose dell'essere.

Ora, se il tempo è capace di esercitare su tutte le cose un simile potere distruttivo, come è possibile considerarlo un mero inganno, qualcosa che non esiste? Inoltre, se il tempo è qualcosa che inganna, come possiamo dire che esso non esiste? Oppure dovremmo dire che il tempo è un'illusione dovuta a qualcosa che è al di là del tempo? L'atto che provoca in noi questo inganno è dunque reale. Saremmo perciò costretti a ritenere che vi è un atto reale capace di creare il tempo. Saremmo, inoltre, indotti a credere che "la potenza" capace di creare il tempo è attiva e che di conseguenza il tempo non è l'immagine mobile di un'eternità immobile, bensì il prodotto dell'eternità in azione, ossia dell'eternità in movimento. In realtà, il Dio della Bibbia è il Dio del pathos, dell'interessamento, e il tempo non è l'immagine mobile dell'eternità ma l'eternità in movimento.

Il tempo non è la realtà ultima. Contrariamente a quanto pensa Bergson, il tempo non è creativo in sé; il tempo è creato, viene creato, è cioè creazione continua. Non si deve considerare il tempo come un immenso tappeto arrotolato che viene aperto, oppure che si srotola da sé, che si genera da sé.

Ognuno di noi occupa una parte di spazio ed è il solo ad occuparla; la porzione di spazio che il mio corpo occupa è presa da me soltanto, e ne viene escluso chiunque altro. Ma nessuno possiede il tempo: non vi è alcun momento che sia esclusivamente mio. Questo stesso momento, come appartiene a me, appartiene a tutti gli uomini viventi. Noi condividiamo il tempo, ma possediamo lo spazio. Possedendo lo spazio, sono rivale di tutti gli altri esseri: vivendo nel tempo, sono loro contemporaneo. Noi attraversiamo il tempo, ma occupiamo lo spazio. È facile cedere all'illusione che lo spazio sia stato creato per noi, per l'uomo, ma per quanto riguarda il tempo, siamo immuni da una siffatta illusione.

Immensa è la distanza che separa Dio e una data cosa. Una cosa infatti è ciò che ha un'esistenza separata o individuale, e distinta dalla totalità degli esseri. Vedere una cosa significa vedere qualcosa di staccato e di isolato. Una cosa inoltre è, o può diventare, un possesso dell'uomo. Il tempo invece non concede a nessun istante di esistere in sé e per sé. Il tempo è tutto o è niente. Non può essere diviso se non nella nostra mente. Rimane per noi inafferrabile. È quasi sacro.

L'attimo presente, dov'era un momento fa? Non lo si può trovare in un ordine prestabilito, poiché non si deve considerare la totalità del tempo alla stregua di una pellicola cinematografica sulla quale tutte le scene esistono simultaneamente ma ognuna viene alla realtà quando passa davanti alla lampada di proiezione. I momenti esistono come eternità nel segreto della libertà Divina.

Senza Dio il tempo è una illusione, un concetto vuoto, al quale non corrisponde niente al di fuori di noi; non è altro che un ausilio dell'immaginazione che ci permette di figurare la durata delle cose. Per la nostra comprensione immediata non vi è né passato né futuro: vi è soltanto il momento attuale, il presente. Ma l'attimo presente non è niente: esso scompare prima ancora che noi ce ne possiamo accorgere. Il tempo è la presenza di Dio nello spazio. Il momento presente è la presenza di Dio. È facile non avvedersi del grandioso spettacolo del tempo eterno.

Secondo il libro dell'Esodo, Mosè ebbe la sua prima visione "in un fuoco che si sprigionò da un roveto: ed egli guardò, ed ecco che il roveto ardeva, eppure non veniva consumato" (3, 2). Il tempo è come un eterno roveto in fiamme. Anche se ogni istante deve svanire per aprire la strada all'istante successivo, il tempo in sé non si consuma mai.

Il tempo ha un significato ultimo indipendente; esso possiede più maestà e incute persino più timore reverenziale di un cielo cosparso di stelle. Col suo dolce scorrere nel più antico di tutti gli splendori, esso esprime molto più di quanto non riesca a trasmettere lo spazio nel suo linguaggio frammentario delle cose, componendo sinfonie con gli strumenti di esseri isolati, dischiudendo la terra e facendo che ogni cosa accada.

Il tempo è il processo della creazione, e le cose dello spazio ne sono il risultato. Contemplando lo spazio, vi scorgiamo i prodotti della creazione; intuendo il tempo, percepiamo il processo stesso della creazione. Le cose dello spazio esibiscono una indipendenza ingannevole: ostentano la vernice di una permanenza limitata. Le cose create nascondono il Creatore. È nella dimensione del tempo che l'uomo incontra Dio e diventa cosciente che ogni istante è un atto di creazione, un Inizio, che schiude nuove vie per le realizzazioni ultime. Il tempo è la presenza di Dio nello spazio, ed è nel tempo che noi possiamo sentire l'unità di tutti gli esseri.

Il vero modo di sentire il tempo è essere consapevoli che la creazione è in atto. Anziché rimpiangere il momento passato, dobbiamo imparare a celebrare l'arrivo del momento seguente. Il tempo non deve essere visto come una dimensione dello spazio, come una grandezza statica: esso è il processo di creazione di tutte le cose, materiali e spirituali, del treno e del binario. Lo spazio è una dimensione del tempo. Il tempo non è semplice divenire, ma lo scaturire del mondo dalla potenza di Dio.

Che cosa fa sì che il mondo duri? Che cosa fa sì che le cose durino? Per la mente comune il segreto dell'essere sta nell'inerzia; ma il segreto dell'inerzia è la creazione. La creazione, ci viene insegnato, non è un atto avvenuto in passato, una volta per sempre. L'atto di far esistere il mondo è un processo continuo. Dio creò il mondo, e questa creazione continua. Il momento presente esiste perché Dio è presente.

Ogni istante è un atto di creazione. Un momento non è un punto d'arrivo ma un lampo, il segnale dell'Inizio. Il tempo è perpetua innovazione, è sinonimo di continua creazione. Il tempo è il dono che Dio fa allo spazio. Il tempo non è nemico dello spazio, distruttore delle cose, ma è, al contrario, responsabile della loro realizzazione. Il tempo non è un "continuo perire" ma un continuo essere creato. Il tempo ha avuto origine con l'inizio della creazione e prosegue come creazione continua, rendendo durevole il mondo dello spazio.

Non è che ogni evento abbia un significato perenne. Come esistono falsi profeti, così esiste anche una falsa storia. Vi sono due tipi di storia: una, in cui la silenziosa onnipotenza di Dio viene resa vana dalla presunzione dell'uomo; l'altra, che è la storia di Dio e dell'uomo. "Insegnaci a contare i nostri giorni", invoca il Salmista (90, 12). Vivendo più nel tempo che nello spazio, dobbiamo imparare a contare i nostri giorni in termini di atti ed eventi anziché di luoghi e di cose. La nostra patria imperitura si trova nel tempo di Dio e noi vi entriamo attraverso la porta degli atti sacri. Le azioni, gli atti che santificano il tempo, sono l'ancestrale terreno su cui noi Lo incontriamo sempre e di nuovo.

Il nostro compito è questo: imparare a comprendere che il tempo non esiste in funzione dello spazio, ma che lo spazio esiste in funzione del tempo. La materia è ricordo di momenti, è tempo accumulato, congelato. Così la fede è il concretizzarsi di tanti momenti di meraviglia. Vivere in modo spirituale, creativo è convertire le cose dello spazio in momenti del tempo.

La gente conosce il tempo dal punto di vista professionale, ma non lo conosce intimamente. Dobbiamo decidere se accogliere un giorno come una sposa o come un servo; come una regina o come una strega. L'ebraismo accoglie la settima parte del tempo come una regina e come una sposa, insegnandoci a celebrare questo giorno al pari di una festa nuziale. Negli altri sei settimi del tempo regna quell'atmosfera che esiste durante i preparativi per lo sposalizio. Stiamo per fidanzarci.

Come concludere? È necessario giudicare lo spazio dal punto di vista del tempo. Noi travisiamo l'esistenza quando sentiamo il tempo soltanto come un'occasione per ostentare le cose dello spazio. Il problema non è come resistere al passare del tempo, ma come resistere alla dittatura delle cose dello spazio. Sono io forse perduto nella temporalità? Devo scomparire nell'incessante flusso del tempo?

Quando consideriamo il tempo secondo l'angolo di visuale dello spazio, ne sentiamo soltanto l'evanescenza. Ma a questa impressione giungiamo non perché il tempo sia effettivamente evanescente ma perché sono tali le cose nel tempo. Dobbiamo arrivare a distinguere tra il tempo e ciò che esiste nel tempo, così come distinguiamo tra spazio e ciò che esiste nello spazio. Il tempo è traditore nei confronti delle cose. I possedimenti nello spazio vanno e vengono; le conquiste nel tempo, nessuno le può togliere.

La temporalità è uno sprofondare nel nulla oppure un entrare nella pienezza del tempo. L'eternità è il tempo che torna alla propria Sorgente. Un momento può essere la porta che conduce all'eternità, ma può essere anche una trappola che non conduce in nessun posto. La pace è il sentiero, e l'amore è la porta. Guardando il tempo nella prospettiva di Dio, nulla è mai perduto. Le cose svaniscono, ma il loro valore per Dio è sempre rapportato a Lui e da Lui ricordato. Le cose muoiono, ma in Dio il tempo non muore mai. Ciò che è duraturo risiede nel tempo di Dio, non nello spazio. È impossibile infatti sentire la realtà del tempo senza essere consapevoli dell'unità che esiste tra il passato, il presente ed il futuro nell'eterna consapevolezza di un Creatore.

Noi tutti viviamo in due tempi: nella temporalità e nell'eternità, nel tempo dell'uomo e in quello di Dio. Se viviamo soltanto nella temporalità, la nostra vita è breve e frammentaria; se realizziamo la volontà di Dio, rimaniamo duraturi nella Sua memoria. L'eternità è però qualcosa di più dell'insieme del tempo; non è soltanto la somma di tutti i momenti: è il tempo indiviso. Perciò, a differenza del tempo relativo, l'eternità non è scissa in passato, presente e futuro, ma è tempo senza alcuna suddivisione.

Il tempo in quanto temporalità è una solida linea verticale di momenti successivi fissati per sempre. Il tempo eterno invece è fluido e perfettamente elastico, così da poter essere esteso, deviato, contratto o invertito. Nell'eternità, passato e futuro non sono separati; il qui è ovunque, e il momento presente continua per sempre. L'opposto dell'eternità è la diffusione, non il tempo. L'eternità non comincia quando il tempo finisce. Il tempo è l'eternità che si infrange nello spazio come un raggio di luce si riflette sullo specchio dell'acqua.

Dio non è soggetto alla temporalità né è confinato nell'eternità. Un momento del Suo tempo può coincidere con la nostra temporalità e può anche continuare per sempre. Quello che Dio fa per l'uomo accade sia nel tempo sia nell'eternità. Egli non ha parlato in un momento che è poi svanito. Quel momento è ora, sempre. Vista da noi, una cosa è avvenuta una volta, ma vista da Lui, avviene sempre.

I momenti del tempo sono raggi dell'eternità. Il tempo è la luce dell'eternità che si rifrange nello spazio. Di solito, è nel bagliore di un momento luminoso, di un momento non intaccato dalla nostra bramosia per le cose dello spazio, che sentiamo infrangersi nella nostra vita la luce eterna. Nella luce infranta del tempo noi cerchiamo di conquistare lo spazio, mentre nei momenti in cui ci accorgiamo della sorgente ci sforziamo di santificare il tempo. Coloro che sanno che i momenti non sono dei fuggitivi ma gli inviati dell'eternità, si sforzano di ristabilire l'unità del tempo infranto, di vivere nell'integrità.

Qual è il segreto dell'integrità? È il sentire nel momento presente la realtà ultima, la sua unicità sacra, il suo essere una-volta-e-per-sempre, che ci permette di impegnare tutta la nostra forza nel santificare un istante compiendo ciò che è sacro senza pensare a quanto potrebbe o non potrebbe succederci nel momento successivo. L'uomo che è conscio del tempo cerca di non lasciare che questo si disperda ma si sforza di plasmarlo. La sua meta non è l'atemporalità ma la perseveranza, la pienezza del tempo.

Un mondo senza tempo sarebbe un mondo senza Dio, un mondo che esistesse in sé e per sé, senza rinnovamento, senza un Creatore. Un mondo nel tempo è invece un mondo che procede attraverso Dio; la realizzazione di un disegno infinito. Assistere all'eterna meraviglia della creazione del mondo significa sentire in ciò che è dato la presenza del Donatore, significa comprendere che la sorgente del tempo è l'eternità.

Il problema del tempo può essere risolto soltanto con la santificazione del tempo. Per gli uomini soli il tempo è fuggevole; per gli uomini con Dio il tempo è eternità mascherata. Nell'ebraismo gli unici simboli di Dio ammessi sono momenti nel tempo, immagini sotto forma di un atto, i momenti in cui si compie il sacro. Siamo chiamati ad essere un'immagine nel tempo, a vivere come immagine ed esempio di Dio, non a fare di Lui un'immagine nello spazio.

La Sua presenza non è una cosa dello spazio, ma la continuità stessa per cui io sono. Egli non è soltanto di fronte a me, ma è il mio stesso essere come continuo essere creato. Ogni momento presente è vicinanza a Dio, è presenza di Dio. Il presente in quanto presenza di Dio rifiuta ogni oggettivazione. Non posso mai cogliere la presenza come un fatto presente, perché questo, appena colto, è già un momento del passato.

La caratteristica del tempo è la inderogabilità. Ogni momento è impregnato di eternità e capace di supremo compimento. L'uomo può essere ritenuto responsabile dei momenti che vive, come è responsabile delle cose che possiede. Il problema è come non essere assenti quando il tempo è presente. Esistere significa assistere insieme con il mondo allo svolgersi del tempo, significa essere testimoni della creazione del mondo.

Ogni momento è un nuovo arrivo; ed un arrivo ha bisogno di essere accolto, di essere salutato. Il tempo è breve; devo essere pronto a liberarmi di ogni mia presunzione. Il tempo non mi aspetta; devo tenermi pronto. Ogni momento è un nuovo arrivo della presenza di Dio nel mondo. Questo arrivo chiede di essere salutato, chiede che l'umano abbracci il divino. Il tempo è breve, e perciò devo essere pronto a vivere il torrente della meraviglia. Non devo perdere ciò che non si ripeterà mai più.

Invero, è proprio l'apertura al presente quello che noi dobbiamo conseguire. Non dobbiamo lasciarci sfuggire il momento, anzi dobbiamo riempirlo di un significato. "Fermati e guarda!". Il tempo non è perso quando sai esaltare la coincidenza del tuo essere con tutti gli esseri. Esso è invece offensivo quando non riusciamo a sentire la grazia del rinnovamento o del ripristino. La meraviglia si scopre negli atti di santificazione.

Chi vive nella consapevolezza di questa Presenza sa che invecchiare non significa perdere tempo ma piuttosto guadagnare tempo. E sa anche che lo scopo principale di tutti gli atti umani è di santificare il tempo. Tutto quello che occorre per santificare il tempo è un'anima, e un momento. E questi tre elementi ci sono sempre.

Un requisito importante per essere capaci di affrontare e accogliere il presente è il senso di anticipazione, il cui opposto è, invece, l'evasione e il timore dei momenti futuri. L'uomo agisce e reagisce nei confronti di quel che incontra o conosce, cioè degli esseri che gli sono concomitanti, che gli stanno di fronte. Ma stabilisce un rapporto anche con ciò che non è ancora entrato nell'esistenza. Egli infatti progetta, spera, teme, prevede ciò che potrà avvenire in futuro: è in anticipo sul tempo. In altre parole, l'uomo si rapporta tanto a ciò che esiste quanto a ciò che potrà o non potrà esistere. Pertanto i due modi fondamentali con cui egli si pone in rapporto con le cose sono il confronto e l'anticipazione.

La benedizione dell'esistenza si rivela nella facoltà di anticipare il futuro. Non possiamo amare senza anticipazione; non possiamo venerare senza preparazione. L'esistenza comporta la visione, la speranza, la capacità di attendere. La violenza è dovuta alla perdita della speranza, alla paura del tempo.

Negli atti che scaturiscono dal confronto con le cose l'uomo reagisce; nei suoi atti di anticipazione, invece, deve essere responsabile. Il senso di responsabilità conferisce durata al tempo interiore dell'uomo; esso ricollega i momenti distinti nell'ambito del tempo di una persona; il passato è contenuto nel futuro. Ciò che si svolge nel tempo continua per tutto il tempo. La materia si dissolve, ma un atto non muore mai. Non esiste un passato morto. Il tempo è una spirale, non una linea retta; ed è anche reversibile: il passato può divenire futuro.

La psicanalisi riduce il tempo dell'uomo al passato coercitivo; nel presente non vi è alcuna novità né esiste alcuna possibilità di anticipare i momenti futuri. Le giustificazioni desunte dal passato, per quanto plausibili e persuasive, possono essere deleterie quando limitano la possibilità dell'uomo di creare gli eventi. Nel tempo fisico, il presente è passato pietrificato, una semplice eco. Nel tempo umano, il presente è un distillato del passato e, al tempo stesso, un "essere gravidi" di futuro, un'anticipazione. L'uomo è in certo senso conscio delle cose del passato, ma è anche spinto a preoccuparsi delle cose future. Egli è responsabile del suo futuro.

Nello spirito dell'insegnamento ebraico, solo l'uomo peccaminoso si trova intrappolato nel passato, oppresso com'è dal giogo dei momenti trascorsi. Il pentimento è seguito dal perdono divino, che muta il passato trasformando l'errore in acquisizione, la colpa in merito. Quindi il futuro, anche se assente, sembra influenzare il presente. Questo futuro, cioè il momento a venire, non è una mera possibilità. Il passato è un ricordo per me, mentre il futuro — così sembra — non mi è indifferente. Il mio atteggiamento nei confronti del futuro non si esaurisce nell'anticipazione di quanto il futuro può arrecarmi, ma comprende anche una preparazione per ciò che io stesso potrò arrecare al futuro.

La responsabilità si estende anche alle cose che ci circondano, alle realtà dello spazio che sono a nostra disposizione. La terra è in nostro potere, le cose sono affidate alla nostra cura, e la nostra volontà può accrescere o diminuire l'abbondanza che vi regna. Io sono qui non soltanto per ottenere, per prendere, ma anche per concedere, per offrire; non soltanto per ricevere, ma anche per ricambiare.

Dal punto di vista del potere che cerca di sottomettere ciò che ci circonda, il mondo appare sottomesso; ma dal punto di vista della meraviglia e del supremo stupore, esso è un'allusione a ciò che trascende l'essere. Come esistono i crimini contro l'uomo, così vi sono crimini contro la natura. Come vi sono certi atti riprovevoli, così certi oggetti sono impuri e non si deve permettere che esistano. Anche "la più pulita" bomba nucleare è impura, immorale, maligna.

Il nostro senso di responsabilità non fa che sottolineare la necessità di decidere come liberare le forze a nostra disposizione e come utilizzarle, quando esibirle e quando inibirle. Esso incute in noi la paura di violare ciò che è umano, di sfidare ciò che è puro, di trasgredire ciò che è giusto. La creazione è il linguaggio di Dio, e il Tempo è il Suo canto, mentre le cose dello spazio ne costituiscono le consonanti. Santificare il tempo significa cantare le vocali all'unisono con Lui. Questo è il compito dell'uomo: conquistare lo spazio e santificare il tempo.

Dobbiamo conquistare lo spazio per santificare il tempo. Lungo tutto l'arco della settimana siamo sollecitati a santificare la nostra vita impiegando le ore dello spazio. Nel giorno dello Shabbat ci è dato di partecipare alla santità che è nel cuore del tempo. Anche quando l'anima è indurita, anche quando dalla nostra gola rinsecchita non esce alcuna preghiera, il riposo pulito e silenzioso dello Shabbat ci conduce a un regno di infinita pace, o alla fonte della consapevolezza di ciò che significa l'eternità. Nel mondo del pensiero vi sono pochi concetti dotati di tanta forza spirituale quanto quello dello Shabbat. In un futuro incommensurabilmente lontano, quando molte delle nostre teorie predilette saranno ridotte a frammenti, quel meraviglioso arazzo cosmico splenderà ancora. L'eternità esprime un giorno.

"Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so... ma quando cerco di spiegarlo a qualcuno che me lo domanda, non lo so". Così scriveva Agostino più di quindici secoli fa. Alfred North Whitehead ritenne "impossibile meditare sul tempo e sul trascorrere creativo della natura senza essere pervaso da una irresistibile emozione di fronte ai limiti dell'intelligenza umana".

Parlando di una illustre scuola di pensatori arabi, Maimonide afferma: "Essi non hanno capito nulla dell'essenza del tempo. E questo è naturale: se i più grandi filosofi si sono sentiti in difficoltà nell'investigare l'essenza del tempo... che cosa ci si può aspettare da coloro che non indagano sulla natura delle cose?". Eppure oggi, a quanto pare, per molta gente il tempo è una cosa assolutamente chiara e semplice: "una dimensione dello spazio". Tutto qui: l'enigma è sparito, lo ha risolto Einstein, una volta per sempre. È vero tutto questo?

Cito dal saggio di Albert Einstein, Fisica e realtà: "Una proprietà importante delle nostre esperienze sensoriali è il suo ordine di tipo temporale. Questo genere di ordine conduce alla concezione mentale di un tempo soggettivo, di uno schema che dia ordine alla nostra esperienza". Tuttavia per la scienza è stato importante conseguire "la nozione del tempo oggettivo per gli avvenimenti che hanno luogo in ogni punto dello spazio, perché soltanto questa nozione ha permesso al concetto del tempo locale di estendersi a quello del tempo nella fisica".

La relatività della simultaneità di eventi separati dalla distanza acquista particolare importanza per l'osservatore astronomico. Seguendo Minkowski, Einstein riduceva lo spazio e il tempo a un continuo di spazio-tempo. Spazio e tempo non sono più considerati come classi differenti di concetti-oggetti fisici; il mondo è un insieme quattro-dimensionale, e tutti gli eventi fisici devono essere caratterizzati dalle coordinate di spazio-tempo.

È abbastanza curioso che questo procedimento abbia sollevato grande sorpresa e sgomento. Parecchi lettori hanno pensato che esso abbia trasformato lo spazio da una struttura a tre dimensioni ad una di quattro. La teoria della relatività non ha mai sostenuto nulla del genere. Essa sostiene semplicemente che il tempo dovrebbe essere aggiunto allo spazio come tempo: e questa è una cosa ben diversa.

È stato affermato che "grazie a Leibniz, Planck ed Einstein, spazio e tempo sono ora riconosciuti come virtualmente identici". Questa nozione avrà sicuramente sorpreso lo stesso Einstein. La teoria della relatività non elimina affatto la distinzione tra spazio e tempo, né toglie al tempo il suo particolare carattere temporale. Lo stesso Einstein ha così asserito: "La non divisibilità del continuum quattro-dimensionale degli eventi non comporta però l'equivalenza delle coordinate dello spazio con quelle del tempo. Al contrario, dobbiamo tener presente che la coordinata del tempo è definita fisicamente in maniera del tutto diversa dalle coordinate dello spazio".

L'esame filosofico della teoria della relatività effettuato nel corso dei tre ultimi decenni ha dimostrato che il tempo è qualcosa di ancora più profondo dello spazio. L'insigne astronomo A.S. Eddington, che così prontamente ha rivelato l'importanza della teoria della relatività, ammette il proprio imbarazzo. "Il tempo", egli dice, "che è... il Cielo soltanto sa che cosa sia".

La nostra conoscenza delle relazioni spaziali — così continua il suo discorso — è indiretta, come del resto quasi tutto ciò che sappiamo del mondo esterno: è una questione di inferenza e di interpretazione delle impressioni che ci giungono attraverso i nostri organi sensoriali. Analogamente abbiamo una conoscenza indiretta delle relazioni temporali che esistono tra gli eventi del mondo a noi esterno; ma, in più, abbiamo l'esperienza diretta delle relazioni temporali attraverso cui noi stessi passiamo. Questa infatti è una conoscenza del tempo che non ci giunge attraverso gli organi sensoriali esteriori, ma arriva per una scorciatoia alla nostra coscienza. Quando chiudo gli occhi e mi ritiro nel mio intimo, mi sento durevole, non mi sento esteso. Lo spazio, invece, viene sempre considerato come qualcosa di esterno.

Appunto per questo, il tempo ci appare tanto più misterioso dello spazio. Non conosciamo la natura intrinseca dello spazio, e perciò è assai facile per noi essere soddisfatti dell'idea che ce ne facciamo. Abbiamo invece una conoscenza intima della natura del tempo, e così esso elude la nostra comprensione. Si tratta qui dello stesso paradosso per cui siamo convinti di comprendere l'essenza di un semplice tavolo mentre l'essenza della personalità umana rimane misteriosa. Abbiamo una conoscenza diretta del tempo e dello spirito umano che ci fa respingere come inadeguata la concezione puramente simbolica del mondo.

Vi sono concetti che sono presupposti dalla scienza ma che nessun ramo della scienza sottopone ad analisi. Tra questi va posto il tempo così come viene inteso dai fisici. Ciò che il tempo significa come concetto che ha una sua funzione nella scienza è una cosa, e ciò che significa per la coscienza dell'uomo che mediti sulla propria esistenza fugace, è tutt'altra cosa. Quello che il fisico chiama "spazio" e "tempo" rappresenta per lui un insieme concreto misurabile; per il filosofo, invece, spazio e tempo significano i presupposti di questa stessa coordinazione.

Riassumendo, la teoria della relatività riguarda un problema matematico e fisico, e precisamente la misurazione degli eventi nel tempo e nello spazio. Appena noi lasciamo il regno della fisica, tutti i nostri concetti assumono un aspetto e un significato diversi. Spazio e tempo hanno nella filosofia e nella religione un significato del tutto diverso da quello che hanno nella fisica.

L'uomo biblico vedeva la potenza di Dio dietro tutti i fenomeni e si preoccupava più di conoscere la volontà di Dio che governava la natura che di conoscere l'ordine della natura in se stessa. Per quanto importante e impressionante questa gli apparisse, Dio lo era enormemente di più. Perciò il Salmo 104 è un inno a Dio più che un'ode al cosmo.

L'idea del cosmo inteso come spazio costituisce uno dei contributi più straordinari della filosofia greca, ed è ovvia la ragione per cui una simile concezione non sia emersa nel pensiero ebraico. Infatti l'idea di un cosmo, di una totalità delle cose compiuta in se stessa, implica il concetto di una norma immanente della natura. Ora, l'uomo biblico era naturalmente cosciente di un ordine nella natura, ma quell'ordine era conferito alla natura dal volere di Dio e rimaneva costantemente dipendente da Lui.

Non era quindi una legge immanente, bensì un decreto divino a dominare ogni cosa. L'esistenza perpetua del mondo era garantita dalla fedeltà di Dio a questo patto. "Così dice il Signore: Se Io non avessi stabilito il Mio patto con il giorno e con la notte..." (Ger. 33, 25). Il mondo non era una necessità ontologica. Infatti, il cielo e la terra possono anche non durare in eterno: "Tu da principio fondasti la terra / e i cieli son opera delle Tue mani. / Essi periranno ma Tu rimani..." (Sal. 102, 26-28).

La concezione ebraica è stata caratterizzata da A.N. Whitehead come dottrina della legge imposta, in contrasto con quella della legge immanente sviluppata dalla filosofia greca. La dottrina della legge imposta porta alla concezione monoteistica secondo cui Dio è essenzialmente trascendente; mentre la dottrina della legge immanente porta alla dottrina panteistica.

Nell'antico Israele non esisteva una parola unica per descrivere quello che è chiamato "mondo" o "universo". Quando gli autori della Bibbia volevano indicare l'insieme del creato, parlavano di "cielo e terra". Veniamo ora al termine olam. È evidente che nella Bibbia esso non assume mai il significato di "mondo" (spazio), ma esprime sempre una concezione del tempo. Olam significa tempo distante del passato, antichità, o un futuro indefinito o eterno. Soltanto nella letteratura postbiblica la parola olam venne ad assumere anche il significato di mondo inteso come spazio.

La concezione biblica della creazione non inizia con il caos. Al contrario, essa colloca il caos sulla terra dopo che questa è stata creata. E, molto significativamente, la parola con cui comincia la Bibbia nel narrare l'atto della creazione non esprime un inizio materiale ma temporale (reshit).

Che Dio trascenda la categoria dello spazio è una verità evidente nella letteratura ebraica. Saadia sottolinea la non spazialità di Dio. Maimonide mette in luce il fatto che Dio è distaccato dall'universo, e non una potenza che ne fa parte. Nell'antica letteratura rabbinica si trova il termine makom ("luogo") quale sinonimo di Dio. "Perché Lo chiamiamo 'Il luogo'? Perché Egli è il Luogo del mondo". Si deduce che Egli è il luogo del Suo mondo, mentre il Suo mondo non è il Suo luogo.

Nella corrente principale della tradizione ebraica la Presenza di Dio nel mondo non è pensata come un fatto statico ancorato allo spazio, ma come un fatto libero e condizionato dall'atteggiamento dell'uomo. "Perché Egli viene chiamato makom? Perché ovunque ci sono zaddikim (giusti), Dio è presente con loro". Dipende da ciò che l'uomo fa, se la Presenza di Dio è con lui o lontana da lui.

Dio non possiede un indirizzo geografico né una residenza permanente; Egli appare negli eventi, negli atti, nel tempo, nella storia, anziché nelle cose. "Se Lo cerchi, Egli si lascerà cercare da te; ma, se Lo abbandoni, Egli ti rigetterà in perpetuo" (1 Cron. 28, 9).

Nell'ebraico biblico chefetz significa "provare piacere o gioia", ma mai "cosa". Soltanto nell'ebraico della Mishnah chefetz assume il significato di "cosa". Non ho mai inteso fornire "la prova del disdegno che l'ebraismo nutre per lo spazio". In realtà, ho detto proprio il contrario: denigrare lo spazio sarebbe denigrare le opere della creazione. La risposta ebraica al problema della civiltà è di "non fuggire dal regno dello spazio, lavorare con le cose dello spazio, ma essere innamorati dell'eternità".

Questo è il mio punto di vista.