Alla benedetta memoria di mio padre e maestro Emilio Marco Avraham Mordechai Ben Alfredo Michael Rabello (traduzione e note a cura di Alfredo Mordechai Rabello, Jerushalaim).

La Mishnah tratta del problema della lingua e dei caratteri in cui debbono essere scritti il Sefer Torah, i Tefillin e la Mezuzah per permetterci d'uscire dall'obbligo della lettura della Torah o di legare i Tefillin o di avere una Mezuzah sulle nostre porte. I caratteri che vengono ritenuti validi a tal proposito sono quelli che vengono usati ancor oggi nei nostri Bate' Keneset e nelle nostre case; la Ghemarah apre tuttavia una discussione sulla possibilità di usare un Sefer Torah scritto in altra lingua o almeno in greco, lingua che occupava un posto particolare con la traduzione dei Settanta e quella di Aquilas il proselita. Oggi comunque tutti usano solo i caratteri ebraici. La Ghemarah prende spunto da questa discussione per riportarci l'episodio della traduzione dei Settanta, particolarmente gradita agli ebrei d'Egitto nel periodo ellenistico.

Talmud Bavli', Meghillah 8b, ultima parte della pagina:

Mishnah: Non vi è differenza fra i Sefarim (libri) e i Tefillin e le Mezuzoth se non che i libri possono essere scritti in qualsiasi lingua, mentre i Tefillin e le Mezuzoth soltanto in caratteri ebraici (ashurit). Rabban Shimon Ben Gamliel dice: anche per i libri non hanno permesso che siano scritti altro che in greco.

Ghemarah: Si osserva: per quanto riguarda la cucitura con tendini e la impurità delle mani, l'uno e l'altro sono uguali. I libri possono essere scritti in qualsiasi lingua ecc. Eppure abbiamo studiato che un brano di Torah (in ebraico) che hanno scritto in aramaico, oppure un brano in aramaico che è stato scritto in ebraico o un Sefer che è scritto in caratteri ebraici antichi non rende impure le mani fino a che non sia stato scritto con scrittura ashurit, su fogli di pelle tirata (klaf) e con inchiostro. Ha detto Rava: la cosa non è difficile.

(fine dalla pagina 8b)

Meghillah 9a

Qui nei nostri caratteri qui nei loro caratteri. Gli ha detto Abajé: come hai spiegato questo? Nei loro caratteri! Perché proprio discute specificatamente un testo biblico ebraico che hanno scritto in aramaico o un testo aramaico che hanno scritto in ebraico? Perfino un testo biblico in ebraico che hanno scritto in ebraico e un testo aramaico che hanno scritto in aramaico! Che ha studiato lì: fino a che non sia stato scritto ashurit su pergamena e con inchiostro! Ma non è difficile: questa è secondo l'opinione dei chachamim, questa secondo l'opinione di Rabban Shimon Ben Gamliel. Se Rabban Shimon Ben Gamliel, anche in greco! Ma non è difficile: qui nei Sefarim, qui nei Tefillin e Mezuzoth. Tefillin e Mezuzoth per quale ragione? Dato che è scritto riguardo a loro: Vehaiu (e saranno): debbono rimanere come sono.

Quale (possibilità vi è riguardo a un testo) aramaico che hanno scritto in ebraico che si trovi qui? È certo che nella Torah vi sono le parole aramaiche yegar sahadutha', ma qui quali parole aramaiche vi sono? Non è difficile: qui nella Meghillah, qui nei Sefarim. La Megillah, per quale motivo?

Perché vi è scritto: kichtavam vekilshonam (secondo la loro scrittura e la loro lingua), ma qui quali parole aramaiche scritte in ebraico vi sono? Ha detto Rav Papa: venishma' pitgam hamelech (e viene ascoltato il decreto del re); Rav Nachman Bar Izhak ha detto: vechol hanashim ittenu iekar lebaalehen (e tutte le donne faranno onore ai loro mariti). Rav Ashi ha detto: quando si è appreso quella, essa riguarda gli altri libri ed è di Rabbì Jehudah, come è stato insegnato: Tefillin e Mezuzoth non si scrivono altro che in ashurit, e i nostri maestri hanno permesso il greco.

Eppure è scritto: vehaiu, ma bisogna dire così: i libri si scrivono in ogni lingua e i nostri maestri hanno permesso il greco. Hanno permesso?! Se ne dedurrebbe che il primo tana' ha proibito... ma bisogna dire in questo modo: i nostri maestri non hanno permesso che sia scritto se non in greco. E abbiamo appreso: ha detto Rabbì Jehudah: anche quando i nostri maestri hanno permesso il greco, non l'hanno permesso altro che per il Sefer Torah e ciò per quanto è accaduto con il re Tolomeo.

Come abbiamo appreso accadde con il re Tolomeo che riunì settantadue saggi e li mise in settantadue case, senza dir loro per cosa li aveva riuniti. Andò da ognuno di loro separatamente dicendo loro: — Scrivetemi la Torah di Moshé vostro maestro. — E il San-o, benedetto egli sia, diede a ciascuno un consiglio (nel cuore di ognuno di loro), e tutti arrivarono a una stessa opinione.

Ed hanno tradotto: Il Sig-ore creò all'inizio; farò l'uomo a immagine e somiglianza; e completò nel sesto giorno e si riposò nel settimo giorno; uomo e donna lo creò e non scrissero li ha creati; scenderò e confonderò la loro lingua; e sorrise Sarah fra i suoi parenti; che nella loro ira hanno ucciso un toro e nella loro calma hanno sradicato una mangiatoia; e prese Moshé sua moglie e i suoi figli e li fece andare su una bestia che porta uomini; la dimora dei figli d'Israele in Egitto e negli altri paesi quattrocento anni; e incaricò i zaatuté dei figli di Israele e i zaatuté non li colpì.

(fine di Meghillah, 9a)

Meghillah 9b

Io non ho mai preso un loro oggetto caro; che il Sig-ore tuo D-o ha diviso per illuminare tutti i popoli; e vada a servire altri dei che io non ho comandato di servire; e gli scrissero la creatura corta di gambe e non tradussero: e la lepre perché la moglie di Tolomeo si chiamava lepre, perché non dicesse: — Gli ebrei mi hanno preso in giro, ed hanno introdotto il nome di mia moglie nella Torah. —

Rabban Shimon Ben Gamliel dice: anche per i libri non hanno permesso che siano scritti altro che in greco. Ha detto Rabbì Abbahu a nome di Rabbì Jochanan: la Halachah è secondo Rabban Shimon Ben Gamliel. E ha detto Rabbì Jochanan: qual è il motivo dell'opinione di Rabban Shimon Ben Gamliel? Ha detto la Torah: possa D-o far stendere Jefet e abiti nelle tende di Scem — le parole di Jefet siano nelle tende di Scem. Ma potresti dire gomer o magog? Rabbì Chiya Bar Abba dice: questa è la ragione, perché è scritto: possa D-o concedere la bellezza a Jefet; la bellezza di Jefet sia nelle tende di Scem.

Conclusione

Si chiude così la discussione talmudica, che ha visto trattare, come al solito, problemi di Halachah e di Haggadah. Il problema centrale che è stato qui trattato è quello dell'importanza della lingua ebraica, l'unica con cui, alla fine della lunga discussione nel corso dei secoli, si può uscire d'obbligo per il Sefer Torah, i Tefillin e la Mezuzah. Rimane il ruolo importantissimo avuto dalla lingua greca su buona parte dell'ebraismo ellenistico nel corso dei secoli.

È interessante notare a proposito l'atteggiamento avuto dai saggi di Israele; se da un lato proprio nel passo che abbiamo esaminato abbiamo potuto apprendere del carattere miracoloso che ebbe questa traduzione dei settanta, dall'altro i maestri hanno stabilito un giorno di digiuno, il 10 di tevet, per commemorare proprio questa stessa traduzione, non potendosi apprendere il vero spirito della Torah altro che nella sua stessa lingua. Improvvisamente la discussione talmudica ci ha portato dal problema della lingua a quello più vasto della cultura; fino a che punto è lecito inserire il bello di Jefet, la cultura occidentale in genere, nelle tende di Scem? Su questo problema si sono cimentati i maestri di ogni generazione, e in particolare quelli a noi più vicini nel tempo, quando incominciarono a sgretolarsi le mura dei ghetti, e tutto sembrava permesso alla mente assetata di conoscenza.

Il vero problema, come hanno sottolineato il Rav Shimshon Refael Hirsh nella Golah di Ashkenaz, e il Rav Avraham Izhak Hacohen Kook in Erez Israel, il vero problema non è tanto accogliere il bello di Jefet, quanto avere prima delle salde tende di Scem, cioè a dire avere una saldissima preparazione di Torah, di Talmud Torah che ci permetta di poter prendere dall'esterno insegnamenti che si fonderanno con quelli tradizionali e ne diventeranno parte integrante. Normalmente non vi è problema a fare nostri gli insegnamenti scientifici; il mondo della Halachah dei nostri tempi è pieno di discussioni su come risolvere problemi scientifici e medici alla luce della Halachah, e spesso siamo sorpresi dalla liberalità delle soluzioni offerteci.

Più difficile è il cimentarsi con problemi di valori, con problemi filosofici; qui si incomincia perfino ad aver timore di non essere compresi da chi ci legge, fino ad arrivare al punto di introdurre cambiamenti nella traduzione della Torah. Ma è proprio il cimentarci con questi problemi, l'alternarsi di chiusura e apertura verso il mondo esterno, che è segno della vitalità delle tende di Scem, tende che hanno saputo resistere ai forti venti delle persecuzioni, e ai venti apparentemente dolci dell'assimilazione, che ci invitavano a mettere da parte le nostre stesse tende; l'insegnamento dei maestri è che è possibile apprendere, a patto di essere te stesso, di non perdere anzi di rafforzare le tende di Scem, di accogliere in queste tende i nostri figli e i nostri nipoti, non in forma passiva, bensì come costruttori e rinforzatori delle tende della Torah: Al tikré banaik ella bonaich... allora senz'altro potremo auspicare che la bellezza di Jefet sia nelle tende di Scem.

Note:

  1. Per le regole riguardanti in particolare la lingua (e i caratteri) in cui vanno scritti. In realtà i decisori delle ultime generazioni fanno osservare che vi sono altre differenze, ma la Mishnah è qui interessata a questi problemi soltanto. Per esempio il Meiri fa presente che non è stato trattato, neppure nella Ghemarah qui sotto, il problema se la conciatura della pelle di un animale puro debba essere fatta per la Mizvah (lishmah): la cosa è discussa per il Sefer Torah e i Tefillin, mentre non è richiesta per la Mezuzah.
  2. Sulla Mizvah di scrivere un Sefer Torah v. Shulchan Aruch, Yore' De'ah, 74 a.
  3. Cioè il Sefer Torah; Torah, profeti e agiografi (Rashi').
  4. Ci si riferisce ai brani di Torah che sono riportati nei Tefillin e nelle Mezuzoth.
  5. I Tefillin, o filatteri che si legano come un segno sul braccio in corrispondenza del cuore e sulla fronte, come segnali fra i tuoi occhi, in corrispondenza del cervello (come apprendiamo, fra l'altro, dai brani che leggiamo nello Scema'), consistono in scatolette di pelle munite di un passante della stessa materia nella quale è infilata una cinghia anch'essa di pelle; contengono scritti della Torah su pergamena, appositamente conciata, e con inchiostro nero preparato a questo scopo.(E. S. Artom, La vita di Israele; D. Piazza a cura di, Legarsi alla Mitzva'. I Tefillin, con regole pratiche a cura di Rav David Yosef, ed. Morasha'; http://morasha.it). Ha il dovere di scrivere i Tefillin solo chi ha il dovere di metterli, onde per esempio le donne non possono scrivere Tefillin (Tossafot in Talm. Bab., Menachot, 32a). Siccome non può scrivere quelli, in base a una interpretazione della nostra Mishnah ritiene Rav Zvi' Yehudah Hacohen Kook, che una donna non possa scrivere neppure un Sefer Torah e una Mezuzah (note a Da'at Cohen, art. 169 p.448 e Tov Roi', Meghillah, in loco).
  6. Consiste in un pezzo di pelle appositamente conciata (pergamena) nel quale sono scritti, con inchiostro preparato a questo scopo, i due passi della Torah in cui è riportato il precetto della Mezuzah.
  7. Cioè in qualsiasi lingua e in qualsivoglia caratteri usati da qualunque popolo (Rambam e Bertinoro in loco).
  8. In lingua santa e in caratteri santi (Rashi') cioè ci si riferisce, per estensione, all'ebraico in carattere stampatello (rashba, ritba) come si usa oggi, e ciò base a quanto scritto nella Torah e saranno queste parole e viene inteso, che non cambino di caratteri e di lingua, come apprendiamo dalla Ghemarah qui di seguito. Nel linguaggio di Chazhal (= i saggi, il loro ricordo sia in benedizione) si chiama ashurit la scrittura ebraica quadrata (ktav ashuri) mentre l'antica scrittura ebraica, usata ancor oggi dai samaritani, si chiama ktav ivri'. Varie spiegazioni vengono date dai saggi al nome ashuri': secondo alcuni il nome si spiega dal fatto che gli ebrei portarono con sé questa scrittura di ritorno dall'esilio babilonese, mentre secondo altri esso ha preso questo nome da iashar, oppure da asher trattandosi di caratteri belli e diritti; essi hanno la proprietà che ogni lettera sta a sé e non è collegata ad altre, dal che risulta la sua chiarezza (Castiglioni, Steinsalz; vd. anche nota 20. Infra). Il Rambam fissa la Halachah: Tefillin e Mezuzoth si scrivono solo in ebraico. (Mishne' Torah, Sefer Hamada', Hilchot Tefillin, 1.19).
  9. Rabban Shimon Ben Gamliel secondo, patriarca, visse nel periodo della rivolta di Bar Kochvah e in quello seguente, amico degli allievi di Rabbì Akiva', difese strenuamente l'istituzione del patriarcato per salvare il popolo dalla divisione; fu capo del sinedrio a Usha in Galilea e padre di Rabbì Jehudah Hanassi', redattore della Mishnah. Ha stabilito alcune importanti norme sullo status della donna e sui suoi diritti nella famiglia. Nella Mishnah di Avot (1,18) è riportata la sua massima secondo cui il mondo poggia su tre cose: sulla norma, sulla verità e sulla pace.
  10. Oltre che in lingua e caratteri ebraici.
  11. In lingua e caratteri greci, per il motivo che verrà dato nella Ghemarah, qui di seguito. E così è stata fissata la Halachah, come risulta dalla Ghemarah stessa e dal Rambam (ivi). Secondo il Meiri è stato permesso soltanto scrivere in lingua ebraica, ma in caratteri greci. Il greco è considerata la lingua più bella dei Bene' Jefet (Bertinoro). Tuttavia il Rambam fa presente che oggi abbiamo perduto la lingua greca originale e che quindi anche il Sefer Torah si scrive solo in ebraico, in caratteri ebraici e libri che siano stati scritti in altra lingua non hanno la santità di Sefer Torah (così anche Meiri Bertinoro).
  12. Quando si cuce e si uniscono i pezzi di pelle (klaf) sia i Sefarim (libri) sia i Tefillin (sia Mezuzoth, aggiunge Rashi', v. però sotto nota 14) bisogna cucirli con filo di tendine di animale e non con altro materiale. (Steinsalz)
  13. Secondo la disposizione (ghezera') che i libri santi rendono impure le mani. Prima di tale disposizione infatti vi era chi metteva vicino ai libri sacri cibi nella santità di Trumah, onde tali libri si sporcavano e venivano rosi da topi. Paradossalmente proprio per causare maggiore rispetto verso tali libri i saggi di venerata memoria hanno stabilito che essi rendono impure le mani. L'espressione che un libro rende impure le mani significa quindi che si tratta di un libro santo.
  14. Cioè Sefarim, Tefillin e Mezuzoth. Tutti i Sefarim sono fatti di fogli di pelle di animale lavorata, pergamena. È una Halachah data a Mosé sul Sinai che Tefillin e Mezuzoth debbono essere cuciti con tendini. Per quanto riguarda il Sefer Torah c'è una divergenza di opinione (cfr. Talmud B., Maccot 11 a) essendovi chi permette di cucire con lino, opinione però non accolta nella Ghemarah in esame (Rashi'). dall'interpretazione di Rashi' si può dedurre che si possono cucire due pezzi di Mezuzah, ma la Halachah fisata dal Maimonide (Hilchot Tefillin 5:1) e dallo Shulchan Aruch (Yore' Deah 288:1) è che tale Mezuzah è invalida.
  15. È il passo della Mishnah che viene esaminato ora.
  16. In un'altra Mishnah, non inserita nella raccolta di Rabbì Yehudah Hanassi; tali Mishnaiot si chiamano Baraitot (o Baraita al singolare) cioè Mishnah esterna. cfr. anche la Mishnah, Yaddaim, 4,5, simile per contenuto alla Baraita qui in esame; la riportiamo nella traduzione di V. Castiglioni: I versi in lingua aramaica che vi sono nei libri di Esdra e di Daniele rendono impure le mani. Se questi passi aramaici che furono scritti in ebraico o squarci ebraici scritti con caratteri aramaici e la scrittura ebraica (antica) non rendono impure le mani, finché non sia stato scritto con carattere quadrato, sulla pelle e con inchiostro.
  17. Il nome targum significa traduzione, ma in molti luoghi viene adoperato, come qui, per indicare la lingua aramaica.
  18. Scritto cioè nel testo biblico originale in aramaico.
  19. Tradotto cioè dall'aramaico originale in ebraico.
  20. Apprendiamo nel Talmud Bab., Sanhedrin 21 b: Ha detto Rav Zutra e vi è chi dice che era Rav Ukma: in principio la Torah è stata data a Israel in ebraico (cioè nella scrittura antica) e in lingua santa. È stata data un'altra volta al tempo di Ezra in caratteri assiri e in lingua aramaica. Tossafot in loco riferendosi anche a Meghillah 18a cerca di spiegarsi come mai uno che sa solo una lingua straniera esce d'obbligo dalla lettura della Meghillah in tale lingua (naturalmente fatta su una Meghillah Kesherah) mentre una tale Meghillah (scritta cioè in lingua straniera) non rende impure le mani, e arriva alla conclusione che rende impure le mani solo quella Meghillah dalla cui lettura escono tutti d'obbligo (e non solo chi conosce quella lingua straniera). Il Maarsha' spiega ashurit: lingua e caratteri ebraici. I Piske' Tossafot spiegano ivri' che è passato, come Abramo, ad Ashur, per premiarlo per non aver partecipato alla rivolta della torre di Babele.
  21. E quindi non ha la santità di un Sefer Torah, ma semplicemente quella di un qualunque libro che contenga la Torah, per esempio un libro stampato.
  22. Cioè su pergamena e con inchiostro nero. I Tefillin sono scritti sulla pergamena dal lato della carne, mentre le Mezuzoth dal lato del pelo (Talmud B., Menachot, II, 36).
  23. Vi sarebbe quindi contraddizione con quanto abbiamo appreso nella Mishnah che stiamo esaminando, che permette di scrivere i Sefarim in qualunque lingua.
  24. Grande Amora', o maestro del Talmud, collega di Abajé. visse a Machoza e lì trasferì la Yeshivah della famiglia da Pumbedita.
  25. Cioè la apparente contraddizione fra il passo della Mishnah e quello della Baraita.
  26. Nel caso della nostra Mishnah, che stabilisce che i Sefarim si scrivono in qualsiasi lingua, la lingua straniera è trascritta... La Mishnah si riferisce quindi ai nostri segni di scrittura, all'ebraico come l'usiamo noi.
  27. Cioè in ashurit, e quindi i Sefarim (libri) hanno un carattere sacro e rendono impure le mani. Mentre...
  28. Nel caso della Baraita, che stabilisce che non rende impure le mani (cioè che non ha un carattere santo e non permette di uscire dall'obbligo della lettura della Torah) fino a che non sia scritto in Ashurit, la scrittura
  29. Che sono stranieri, diversi dai nostri e quindi non hanno un carattere sacro e non rendono impure le mani. Il Ritva ritiene che si tratti dell'ebraico antico. La Ghemara rigetta tuttavia questa spiegazione di Rava.
  30. A Rava.
  31. Altro grande maestro della Ghemarah o Amora', nella quarta generazione degli Amoraim babilonesi; contemporaneo appunto di Rava, le discussioni fra di loro riempiono la Ghemarah; insegnò l'amore per il prossimo, l'essere in pace con i propri parenti, con il proprio prossimo, con chiunque si trovi nel mercato (Berachot 17a); diede assai importanza alle vie della pace (Ghittin, 59b); ha insegnato: — Amerai il signore tuo D-o: che sia il nome del signore reso oggetto di amore per merito tuo. — (Joma, 86a).
  32. La Baraita. Come se si riferisse a quanto è scritto.
  33. v. supra nt. 29. E quindi... Cioè siccome è scritto nei loro caratteri, il Sefer non è valido.
  34. La Baraita.
  35. Il caso di.
  36. E che quindi non hanno il carattere di santità, non rendono impure le mani, non fanno uscire d'obbligo.
  37. Se scritto in caratteri stranieri.
  38. È Pasul, cioè invalido e non fa uscire d'obbligo qualora sia stato scritto con altri caratteri.
  39. Nella parte finale della Baraita.
  40. Il libro non è sacro...
  41. Vedi supra nota 8.
  42. Nero. v. supra note 22 e 23.
  43. Mentre tu, Rava, spieghi la Baraita come se si riferisse ai caratteri, piuttosto che alla lingua straniera, onde dovresti dichiarare invalidi anche libri scritti in lingua ebraica ma con caratteri non ebraici.
  44. Dobbiamo respingere la spiegazione precedente e cercarne una nuova. È sempre la lingua che rende invalido, e non la scrittura, e tuttavia — non è difficile — spiegare l'apparente contraddizione.
  45. Cioè si può spiegare l'apparente contraddizione fra Mishnah e Baraita.
  46. La Mishnah, che permette che i Sefarim con cui uscire d'obbligo siano scritti in ogni lingua.
  47. I maestri, che ritengono che i Sefarim siano sacri anche quando sono scritti in altre lingue.
  48. La Baraita, che sostiene che solo libri scritti in lingua ebraica siano sacri.
  49. Che sostiene un'opinione diversa dai maestri nella Mishnah (Rashi') e cioè non permette che siano scritti altro che in greco. Onde, secondo questa opinione, la Mishnah deve essere intesa nel suo senso semplice, e cioè per i rabbini (Tana Kamma) il Sefer è sacro anche se è scritto in una lingua straniera e con caratteri stranieri, mentre la Baraita riporta l'opinione di Rabban Shimon Ben Gamliel che rende invalido, dal punto di vista rituale, un Sefer se scritto in una lingua diversa dall'originale o se scritto in caratteri stranieri (cioè nell'ebraico antico) anche se si è conservata la lingua originale (così il Ritva; cfr. l'edizione del The art scroll series).
  50. Ma la Ghemarah respinge anche questa soluzione.
  51. La Baraita riportasse veramente l'opinione di...
  52. Lingua e caratteri in cui Rabban Shimon Ben Gamliel permette che siano scritti i Sefarim, come abbiamo appreso esplicitamente dalla nostra Mishnah; pertanto la Baraita che rende validi solo i libri scritti nel nostro ebraico non può appartenere a Rabban Shimon Ben Gamliel. La Ghemarah offre quindi una soluzione differente del problema.
  53. E la Ghemarah offre una nuova soluzione. Si tratta sempre dell'opinione dei Chachamim, sia nella Mishnah, sia nella Baraita.
  54. Nella Mishnah.
  55. Che sono quindi santi anche se scritti in un'altra lingua e in altri caratteri (ritva).
  56. Nella Baraita, in cui si stabilisce che deve essere in lingua ebraica e in carattere Ashurit, e quindi non si deve cambiare né la lingua, né i caratteri. E si prosegue a obiettare.
  57. E quindi Tefillin e Mezuzoth debbono essere scritti in ebraico ed Ashurit. Ne risulta che la Baraita potrebbe seguire l'opinione della Mishnah che pure prescrive l'ebraico e l'Ashurit per Tefillin e Mezuzoth (ritva).
  58. È proibito cambiare la lingua e i caratteri.
  59. Deuteronomio 6.6: vehaiu hadevarim haelle... (e saranno queste parole), come apprendiamo dal brano dello Shema', che si riferisce appunto a Tefillin e Mezuzoth.
  60. Cioè nella loro lingua e nei loro caratteri, che non possono essere cambiati. Tuttavia la Ghemarah prosegue a domandare.
  61. È di questo caso che parla la Baraita.
  62. Nei Tefillin e nelle Mezuzoth.
  63. Gen. 31,47. La Torah riferisce che Labano l'arameo, suocero di Yaakov, chiamò il mucchio di pietre eretto da lui e da Yaakov con il nome aramaico yegar sahadutha' (il mucchio è testimone) e Yaakov lo chiamò in ebraico galed. Tuttavia se uno scriba scrivesse l'aramaico in ebraico renderebbe invalido (pasul) il Sefer Torah. Vedi anche supra, note 17 e 18.
  64. Nei Tefillin e nelle Mezuzoth.
  65. Dato che non abbiamo parole aramaiche scritte nei brani biblici riportati nei Tefillin e nelle Mezuzoth dobbiamo arrivare alla conclusione che non è questa la soluzione del problema offertoci dalla Baraita, che si riferisce appunto a un testo aramaico scritto in caratteri ebraici. La Ghemarah ci offre quindi una ulteriore soluzione. È da osservare tuttavia che il Pene' Jehoshua fa presente che secondo alcuni maestri della Mishnah, o Tannaim, la parola Totafot che figura nello Shema', e che è riportata nei Tefillin e nelle Mezuzoth, è considerata una parola straniera, non ebraica, e quindi poteva essere usata la traduzione. (Steinsalz)
  66. Nella Baraita che stabilisce che deve essere scritto in lingua ebraica e in Ashurit.
  67. Mentre nella Mishnah si tratta dei Sifre' Torah che possono essere scritti anche in altre lingue e caratteri.
  68. Si prosegue a obiettare.
  69. E perché proprio la Meghillat Ester deve essere scritta nella lingua e caratteri originali?
  70. Ester, 8,9 il che implica che non bisogna cambiare la lingua e i caratteri. Tossafot fanno notare che in tal caso la Baraita non riporta certo l'opinione dei rabbini, dato che essi hanno stabilito esplicitamente una eccezione alla regola che permette l'uso di ogni lingua, soltanto per Tefillin e Mezuzoth (v. anche supra nota 20). Il Ritva ritiene invece che la Baraita sia conforme all'opinione dei rabbini, che permettono ogni lingua anche per la Meghillah: è però da osservare che mentre quando viene usato l'ebraico tutti possono uscire dall'obbligo della lettura della Meghillah, quando viene usata un'altra lingua possono invece uscire d'obbligo soltanto quelli che la conoscono; pertanto soltanto una Meghillah scritta in ebraico e in caratteri Ashurit rende impure le mani ed ha un carattere di santità (Talmud B., Meghillah', 18a; Tossafot in Meghilla' 8b e supra nt. 20).
  71. Nella Meghillat Ester.
  72. Da giustificare le parole della Baraita (riportate nel testo vicino alla nota 16), dato che sembrerebbe che tutta la Meghillah sia scritta in ebraico.
  73. Ester 1,20. La parola aramaica pitgam corrisponde all'ebraico davar.
  74. Ivi. La parola aramaica iekar corrisponde all'ebraico cavod. Pertanto la Baraita vuol dire che se uno usa le parole ebraiche corrispondenti a quelle aramaiche usate nell'originale, la Meghillah non ha un carattere di santità e non rende impure le mani. A questo punto sorge un altro problema: apprendiamo più avanti dalla Ghemarah (18b) che se uno legge da una Meghillah in cui manchino alcuni versetti e li reciti a memoria, esce ugualmente d'obbligo (si veda Shulchan Aruch, Orach Chaim, 690,3 riguardo a quante parole possono mancare per non rendere invalida la Megillah): come possiamo quindi interpretare la Baraita come se si riferisse all'invalidità della Meghillah qualora vengano usate delle parole in ebraico al posto di quelle in aramaico? Fra le risposte che sono state date: il ritva sostiene che la Ghemarah non ritenga che il testo della Meghillah (in cui sono state usate parole in ebraico al posto dell'originale aramaico) sia invalido, ma che tali parole vengano contate assieme alle omissioni che possono rendere, se superano un certo numero, la Meghillah invalida. Rashi' e Tossafot ritengono invece che una parola scritta sbagliata sia peggio di una parola omessa completamente (cfr. l'edizione del The art scroll series).
  75. Steinsalz fa osservare che è già stato notato che si poteva citare anche un versetto precedente, in cui è riportata la parola iekar (Ester 1,4); ma è stato obiettato che in quel versetto la parola iekar è usata nel suo significato ebraico, e non in quello aramaico.
  76. Il più grande Amora' di Babilonia nella sesta generazione; redattore del Talmud babilonese; allievo di Rav Kahana di Pum Naara; fu per sessant'anni a capo della Yeshiva' Meta Machsia, vicino a Sura; fu celebre per la sua umiltà e per l'attaccamento allo studio della Torah; la sua opera come redattore del Talmud, può essere paragonata a quella di Rabbì Yehudah Hanassi come redattore della Mishnah.
  77. Ha dato un'altra spiegazione. Vi è effettivamente contraddizione fra la Mishnah e la Baraita.
  78. Cioè la Baraita.
  79. Cioè i profeti e gli agiografi: vi è quindi una regola per il Sefer Torah e una regola per profeti e agiografi.
  80. Secondo l'insegnamento.
  81. Che così interpreta l'opinione di Rabban Shimon Ben Gamliel. Rabbì Jehudah ritiene che i Chachamim hanno permesso di scrivere in greco solo la Torah e non gli altri libri; la Ghemara riporta la Baraita in cui sono riportate le parole di Rabbì Jehudah, e incomincia una discussione sulla lingua della Baraita che non sembra essere quella originale, e si cerca di arrivare al testo esatto della Baraita, come doveva essere.
  82. Cioè Rabban Shimon Ben Gamliel.
  83. E ci si meraviglia per questo permesso. La Ghemarah interrompe la citazione della Baraita per discutere sulla validità della parte della Baraita or ora citata. (The art scroll series).
  84. A proposito di Tefillin e Mezuzot.
  85. V. supra nt. 59. Da qui abbiamo appreso che essi debbono essere scritti in lingua ebraica e in caratteri Ashurit; come potrebbero quindi i rabbini permettere l'uso del greco?
  86. La Ghemarah corregge quindi la Baraita come segue.
  87. Così si deve leggere il testo. I libri della scrittura...
  88. Cioè Rabban Shimon Ben Gamliel.
  89. E di nuovo ci si meraviglia per quanto è stato detto. E la Ghemarah discute sulla validità anche di questa versione della Baraita (The art scroll series).
  90. Mentre proprio questo Tana', cioè il Tana Kama, è quello che ha permesso in ogni lingua... (V. anche supra nt.7). La Ghemarah corregge quindi anche questa versione della Baraita come segue.
  91. Cioè Rabban Shimon Ben Gamliel.
  92. Dal seguito della Baraita.
  93. Cioè Rabban Shimon Ben Gamliel.
  94. E non per gli altri libri, cioè profeti e agiografi. Anche se la santità del Sefer Torah è superiore a quella degli altri libri, tuttavia siccome si è verificato un miracolo particolare proprio nella traduzione della Torah, hanno permesso di tradurla in greco, ma per gli altri libri che vengono tradotti in greco non vi è un carattere di santità (Steinsalz). Così quindi Rav Ashi attribuisce la Baraita a Rabban Shimon Ben Gamliel (come spiegata da Rav Jehudah) e cioè il greco è permesso solo per un Sefer Torah e non per le altre scritture; la Baraita si riferisce quindi alle altre scritture: la scrittura in ogni altra lingua, che non sia ebraico, li rende invalidi (The art scroll series).
  95. Re d'Egitto (Rashi'). Dato che vi è stato in questo un aiuto miracoloso, possiamo vedere in questo il consenso divino (Steinsalz).
  96. Da una Baraita, o Mishnah esterna, non compresa cioè nella Mishnah di Rabbì Jehudah Hanassi'.
  97. Si tratta del re d'Egitto Tolomeo (Ptolomaios) II, Filadelfos, che regnò in Egitto dal 285 al 246 a.e.v. dopo che ereditò da suo padre, Tolomeo I, Sotere (figlio di Lagos, generale di Alessandro) il regno, che comprendeva allora Erez Israel e parte del nord Africa, si dette da fare per consolidare il regno in diversi modi. È risaputo che era amatore delle scienze, e ai suoi tempi Alessandria iniziò a essere famosa come centro scientifico del mondo ellenistico. Nel Talmud, come nella lettera di Aristea, gli viene attribuito il proposito di far tradurre la Torah in greco (Traduzione dei settanta). Sembra che si sia interessato di Erez Israel e dei suoi abitanti ebrei, avendo un atteggiamento amichevole verso di loro. In suo nome sono state chiamate Filadelfia (Rabbat Amon) nella Giordania odierna e la città che fondò, Ptolomaios vicino ad Acco (Acri). Suo figlio porterà l'Egitto ellenistico all'apogeo del suo splendore.
  98. All'inizio.
  99. Traducete in greco.
  100. Aggiunta che troviamo nei manoscritti del Talmud.
  101. Indipendentemente l'uno dall'altro.
  102. Non solo essi tradussero bene, ma anche si allontanarono dal testo originale negli stessi punti (v. la nota seguente).
  103. Vengono riportati qui alcuni esempi in cui i saggi nella loro traduzione si sono allontanati dal testo originale per evitare fraintendimenti pericolosi da parte del re o di un lettore inesperto. Il miracolo consistette nel fatto che i passi furono tradotti tutti nella stessa maniera, indipendentemente l'uno dall'altro. È questo fatto che ha permesso a Rabbì Jehudah di sostenere che è permesso tradurre la Torah in greco, dato che vi era già stato un precedente al tempo del re Tolomeo.
  104. Anziché — all'inizio creò il Sig-ore — (Genesi, 1,1). Ciò per negare l'idea della preesistenza del mondo (Steinsalz); secondo Rashi' e Tossafot il motivo è di evitare l'opinione che vi siano due divinità, di cui una ha creato l'altra, potendosi ritenere erroneamente che la traduzione greca di bereshit (all'inizio) sia il nome di una divinità che avrebbe creato D-o; Tossafot e Maarsha' aggiungono che normalmente si suppone che il nome di D-o appaia per primo... il Targum Jerushalmi traduce bereshit con bechochmata (con saggezza).
  105. E non — faremo l'uomo a nostra immagine e somiglianza — (Gen. 1, 26), che poteva far pensare che vi siano più divinità e che D-o abbia un corpo, una immagine o forma. Il Midrash Bereshit Rabbah ci insegna che, nonostante il pericolo di una tale interpretazione, Idd-o benedetto ha voluto insegnarci la modestia: il plurale si riferisce infatti, secondo questa interpretazione, a un consulto che vi sarebbe stato con esseri inferiori quindi a D-o, volendo egli, benedetto sia, insegnarci l'umiltà (Rashi').
  106. Invece di — e completò il Sig-ore l'opera che fece nel settimo giorno e si riposò — (Gen. 2,2), che poteva far pensare che parte dell'opera della creazione fosse proseguita anche nel settimo giorno.
  107. Gen. 5,2; ciò per evitare contraddizione tra i versetti, dato che una volta dice che l'ha creato solo, un'altra volta uomo e donna.
  108. Anziché — scenderemo e confonderemo la loro lingua — (Gen. 11,7), per evitare che si dicesse che vi sono più divinità.
  109. Anziché — e sarah rise dentro di sé — (Gen. 18,12), perché altrimenti sarebbe difficile spiegare il perché della differenza fra Avraham e Sarah, dato che anche Avraham ha sorriso quando gli è stato comunicato che avrebbe avuto un figlio (Gen. 17.17). Con tale cambiamento la differenza è spiegata dal fatto che Avraham avrebbe sorriso in cuor suo, privatamente, mentre Sarah avrebbe riso in pubblico (Rashi'). La vera ragione della differenza è che il sorriso di Avraham era dovuto a gioiosa speranza, mentre quello di Sarah a incredulità (Targum e Rashi in loco); i saggi temevano che il Tolomeo non avrebbe capito la differenza fra i due sorrisi (maarshah).
  110. Invece di — perché con la loro ira uccidono un uomo, quando son calmi tagliano i garetti ai buoi — (Gen. 49.6): il verso si riferisce alle parole di Jaakov verso i figli Shimon e Levi, riguardo al massacro di Shechem. I saggi volevano evitare che Tolomeo reputasse i figli di Israel come omicidi, ritenendo che non avrebbe compreso quali era stato il movente che aveva spinto i due fratelli ad agire in quel modo, dopo il ratto e la seduzione della sorella dina.
  111. Anziché — li fece montare sull'asino — (Esodo, 4,20); i saggi non volevano che Tolomeo pensasse che Moshe' era ridotto in condizioni tali da non avere un cavallo o un cammello su cui trasportare i suoi cari, dovendo invece trasportarli su un asino (Rashi); d'altro lato non si voleva dire una cosa inesatta, e pertanto si è usata una espressione neutrale.
  112. Invece di — la dimora che fecero i figli d'Israele in Egitto fu di quattrocento trent'anni — (Esodo, 12,40), e ciò dato che il conto fino ai quattrocentotrent'anni sarebbe stato troppo complicato; infatti Tolomeo avrebbe potuto interpretare il verso alla lettera, mentre è palese che i figli d'Israele non rimasero in Egitto tutti quegli anni. È da tener presente, tuttavia, che secondo un'altra versione, riportata al lato della pagina dell'edizione di Vilna, è stato tradotto quattrocentotrent'anni, e il cambiamento si riferirebbe quindi soltanto a altri paesi oltre all'Egitto... Il decreto dell'esilio è calcolato dal patto fra D-o e Avraham: — sappi che i tuoi discendenti dimoreranno stranieri, in un paese non loro, che li asserviranno e li opprimeranno per quattrocento anni. —
  113. Anziché — i giovani — (Esodo, 24,5), che sembra avere meno importanza; il versetto parla dell'incarico dato ai giovani ebrei di offrire sacrifici in occasione della rivelazione; i saggi tradussero con zaatute' per evitare che Tolomeo accusasse gli ebrei di aver inviato persone di poca importanza ad accogliere la maestà divina (Rashi'). In realtà i giovani si riferisce ai primogeniti, che erano incaricati del servizio divino prima che esso passasse ai leviti (targum). Osserva Rav Steinsalz che in realtà i settanta traducono neaniskos (che significa appunto uomo giovane). È probabile che zaatute' sia una parola semitica (dalla radice zut, piccolo); nel Talmud è riportato che vi era un Sefer Torah in cui vi era questa espressione, zaatute' al posto di giovani. Vi è chi ritiene invece che tale parola derivi dal greco zetetes, che significa ricercatore.
  114. Allo stesso modo cambiarono anche il verso Esodo 24.11, usando anziché l'espressione — nobili — (che si riferiva agli stessi giovani del verso 5) la stessa espressione zaatute', per evitare di usare una espressione troppo precisa (Rashi'). Tossafot si pone il problema perché i saggi non hanno usato in tutti e due i casi l'espressione nobili che avrebbe risolto il problema dei giovani; essi rispondono che in tal caso si sarebbe usata una traduzione apertamente falsa, mentre il termine zaatute' è più neutrale, dando al tempo stesso un senso di importanza, onde Tolomeo avrebbe potuto interpretare rettamente il verso.
  115. Anziché — un loro asino — (Numeri, 16,15), perché Tolomeo non potesse pensare che Moshe' non aveva preso sì un asino, ma aveva preso un altro oggetto che poteva desiderare (Rashi'). Moshe' usa questa espressione come esempio, per alludere che anche quando avrebbe potuto farsi pagare, non lo fece.
  116. Anziché — poiché il Sig-ore tuo D-o li ha assegnati a tutti gli altri popoli che abitano sotto tutti i cieli — (Deut. 4,19), per evitare che fosse inteso che il sole, la luna e le stelle erano state date ai popoli perché ne fossero oggetto di culto.
  117. Invece di — e vada a servire altri dei, prostrandosi a essi, contrariamente a quanto io ho comandato — (Deut. 17,3), perché fosse chiaro che il comandamento era di non servire gli astri come divinità ed evitare l'interpretazione che il Sig-ore non aveva comandato che fossero creati gli altri, ma essi furono creati indipendentemente dal suo volere.
  118. Nella porzione della Torah che riporta la lista degli animali non-casher.
  119. Levitico, 11.6.
  120. Fra gli animali non-casher (maarsha'); è per questo hanno cambiato, usando una parafrasi.
  121. Abbiamo appreso nella Mishnah.
  122. In una lingua straniera.
  123. Tuttavia oggi, come abbiamo detto, avendo noi perduto la conoscenza del greco, non possiamo usare altro che l'ebraico, trascritto in Ashurit anche per il Sefer Torah (Rambam, Hilchot Tefillin, 1, 19).
  124. Su che cosa si basa il nostro saggio per arrivare a permettere il greco, e perché proprio il greco?
  125. Il verso non viene inteso nel suo senso letterale che sarebbe: — D-o conceda a Jefet estesi confini e abiti nelle tende di Scem. — Invece che D-o abiti nelle tende di Scem, il verso viene inteso che Jefet abiti nelle tende di Scem; ora Javan (identificato con la Grecia) è un discendente di Jafet (Gen. 10,2), mentre gli ebrei sono discendenti di Scem, entrambi cioè figli di Noach. Il verso viene quindi inteso che il greco si troverà nelle tende, cioè nello studio della Torah degli ebrei. La ragione per permettere il greco è quindi indipendente da quella data da Rabbì Jehudah nella Baraita (supra 9a con le note 93-95 e 103).
  126. Gen. 9,27.
  127. E il verso viene inteso come se dicesse.
  128. Cioè la lingua.
  129. La Ghemarah si domanda a questo punto.
  130. Che il verso della Torah si riferisce, anziché alla Grecia.
  131. Che sono anche discendenti di Jafet (Gen. 10,2). Da dove apprendiamo quindi che ci riferisce proprio alla Grecia?
  132. La Ghemarah risponde.
  133. Gen. 9,27.
  134. Il verso viene quindi inteso in questo modo.
  135. Viene spiegato più in particolare.
  136. È così spiegato il riferimento al greco, considerata la più bella fra le lingue di Jefet.